Enzo Jannacci 140328162410
IL RICORDO
29 Marzo Mar 2014 0600 29 marzo 2014

Jannacci, un anno senza Enzo

Il 29 marzo 2013 moriva il cantastorie di una Milano che non c'è più.

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Morire a Pasqua, nei giorni di festa, è un dispetto da carogne, da artisti, da disadattati. Lasciar lì il posto vuoto è l'ultimo sberleffo da giullare, da cantastorie messo da parte e così Enzo Jannacci un anno fa si vendicava arrendendosi al male di venerdì santo, lui che in chiesa non ci andava ma dentro aveva «un seme, qualcosa che cresce piano piano». Sparito nella pioggia insieme con le visioni di anni, di luoghi catturati nei solchi dei dischi e dei giorni.
IL DOPOGUERRA DELLA POESIA DEMENZIALE. Milanese, nervoso, isterico, come quella «J» del cognome, bizzarra, segaligna ma poi si scopriva che veniva su dal Sud, l'origine era pugliese, come gli altri folli del Derby e dintorni, Celentano, Teocoli, gente che nel Dopoguerra aveva ridipinto Milano di demenziale poesia.
Pugliese di stirpe macedone il nonno, i balcanici son sempre venuti di qua italianizzando il nome. Forse per questo l'Enzo di Milano aveva sempre così dentro la gente del mare, che affogava in mare, ce l'aveva dentro come un seme di dolore, di passione, che cresceva pian piano.
SOLO UN PUGNIO DI PAROLE. Forse per questo l'artista allampanato, matto sulla scena, affidabile in camicia, non aveva mai smesso quell'umanità stralunata, fosse su un palco o in sala operatoria. E gli bastava un pugno di parole sparpagliate, cucite dal filo di una fisarmonica ed eccolo lì il blues all'italiana, fatto di case di ringhiera e di borgate, di ombrelli e fiori nel fango, di cardinali e disperati, di fabbriche spietate per chi ci lavorava e la finta pietà di chi ti scarica: «Se me lo dicevi prima», «Ma io sto male adesso».
Bastava una fisarmonica, una storia di parole deliranti e desolate ed eccolo lì quel blues bianco, italiano, blues di ringhiera che fa star male, che mette l'angoscia peggio dei vortici dei filosofi, perché è più facile specchiarcisi, riconoscerla, cascarci dentro a quella malinconia da due soldi.


Parole italiane. A volte farfugliate, «Io non sono un cantante, c'ho quella vociaccia lì», a volte incomprensibilmente masticate dal vernacolo dei Navigli o di un altro pezzo di periferia, ma italiane.
Parole sincopate, che inzeppavano versi che riempivano frasi che farcivano discorsi che gonfiavano canzoni che non erano canzoni, erano frammenti distonici di storie, pezzi di vita e alla vita - alla vita, non alle sue proiezioni, non alle sue elucubrazioni - va resa tutta la dignità della vita, e la dignità della vita è fatta di sconfitta, di sincerità, di verità nel dolore, in quell'angoscia che chiunque può riconoscere perché è anche la sua.
QUEL BLUES DELL'ORTICA. E così questo pianeta con gli occhiali cantava il blues dell'Ortica, struggente e crudo, senza speranza, senza lieto fine, e metteva un brivido perché aveva il coraggio della poesia, di guardare in faccia la realtà e cantarla per quella che era.
La realtà. Che non è fatta di gesti eroici e di cadute tragiche, ma di matti non capiti, di barboni che muoiono per una sigaretta, di derelitti che si vendono la radio, di donne che non capiscono e di vita che non si capisce. Solo vita, piena di vuoto, piena di poesia da buttare, piena di ingiustizia senza redenzione come può esserla quella di chi vuole andare allo zoo e non ce lo lasciano andare.

Jannacci e il jazz, i concerti con Stan Getz, Gerry Mulligan, Chet Baker e Franco Cerri, l'apprendistato con Bud Powell che gli insegnò la tecnica della mano sinistra al piano. Milano era una metropoli distopica ma una metropoli sul serio, tutti ci passavano, lasciavano una scia, ribollente di occasioni, di rielaborazioni, il rock and roll alla milanese con Gaber, i due Corsari di fine Anni 50, e ancora Jannacci e Fo, Cochi e Renato e la Vanoni e Ricky Gianco e tutti gli altri. Ed erano tanti in quella Milano là ad agitarsi sulle tavole dei teatri e i cabaret, «Ho visto un re» e sprazzi di disperazione tirata via, beffarda.
Ma se uno cerca un'eredità da Jannacci gli viene in mente l'allegra rasoiata di L'importante è esagerare. In Italia esagerano tutti, sempre. Comunque, quella canzone potrebbe, dovrebbe, essere il nostro vero inno nazionale.


Anche Jannacci esagerava. In follia: una volta sull'aereoplano tirò matta una hostess, che lui voleva un caffè fatto così e così e quella poverina andava e veniva e non ne usciva viva. Poi lui le fece una carezza, era tutto uno scherzo. Diceva il chirurgo dal cuore umano: «Ho visto guarire più gente per la compagnia di un gatto che per le medicine».
CARTOLINE DI UNA MILANO AGRA. Un pazzo vero, capace di fare un motivetto terribile che per quasi tutto il tempo faceva così: «Piripiripirì pirippippi piripiripirì...». E se n'è andato via un venerdì di passione, come in una della sue assurde storie in musica, portando con sé gli ultimi graffiti di una Milano che i giovani non sospettano e che sopravvive, quando sopravvive, nel rimpianto, la cartolina di un Duomo seppiato, treni addormentati su binari morti, ritratti deragliati di quella Milano agra, alla Bianciardi ma anche alla Jannacci.
TRA TRAM E SAN SIRO. Una domenica pomeriggio che il buio già l'inghiotte, finisce una partita squallida, la gente si vomita fuori da San Siro, s'inscatola nei tram, si prende a gomitate, si disperde nei rivoli delle vie, entra nei bar di luce sporca a farsi l'ultimo bicchiere della domenica pensando che domani è un altro infame lunedì di un'altra settimana di ringhiera e Milan sarà anche un gran Milan ma a quest'ora in bianco e nero, con le strade che si vuotano e la nebbia che le lucida, non pare proprio.

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