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MUSICA
20 Giugno Giu 2014 1440 20 giugno 2014

Meshell Ndegeocello, Comet come to me il nuovo disco

L'ultimo lavoro della cantante e musicista Usa incanta.

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Chi e che cosa è Meshell Ndegeocello? Nera, tedesca, figlia della guerra (il padre era un sassofonista di stanza a Berlino come sergente maggiore), cresciuta a Washington (da bambina si chiamava Michelle Lynn Johnson), bisessuale, musicalmente polimorfa, attivista, vocalist, virtuosa del basso, forse l'aggettivo che più le si addice è: mercuriale. O forse: lussureggiante. O forse: anello mancante tra la venerata Nina Simone e la black che verrà.
LA MAGIA DI COMET COME TO ME. Ha appena fatto un disco, Comet come to me, che è la summa dei precedenti 10 lavori e va oltre, qualcosa che resterà, un'opera dove appena afferri qualcosa l'hai già perduto, ti resta polvere di stelle nelle orecchie ma già viene un'altra scia sonora a prenderne il posto.

Si apre con una percussione armonica di sapore africano subito contaminata da beat pesanti e lame d'elettronica, la voce filtrata: ed è subito sortilegio, una sorta di scintillante voodoo.
Non è musica nuova questa, ha 20 anni, è la Friends del trio rap Whodini completamente stravolta da un basso non sai se tachiardico o bradicardico, comunque ossessivo.
Dice Meshell: «Amici? Non so più che significhi questa parola». E così l'ha dissociata, ha stravolto ogni codice consegnando gli Anni 80 alla retrologia. Ma chi pensasse che i tre quarti d'ora dell'album viaggeranno lungo le stesse coordinate non ha capito niente.
Ecco s'inoltra una Tom che più ammiccante, soffusa, marvingayana non si può, con tanto di ricami di una chitarra ruffiana, che sembra tracciare aleatori appuntamenti notturni sperduti in una metropoli indifferente e complice insieme.



Good Day Bad è più intima, sussurrata, forse ferita, probabilmente dolente, come sono sempre i testi di Meshell, fatta di echi, di attese, di impercettibili ritardi marcati addirittura da un banjo.
Si potrà parlare di black folk? «Disco casuale», così lo vede l'autrice, e non mente. Ma è anche certo vi sia del metodo nella sua confusione: pietre preziose di musica sparse a estro, ma non così a caso.
Forget My Name spezza l'incantesimo e s'infila nel dub mesmerico.
RITMO IPNOTICO. È il primo momento di una serie di episodi di ritmo ipnotico, puro fluido vitale: qui c'è una tromba pigra, insinuante, che dilata tempi già attorcigliati, dove l'implacabilità del reggae sembra una spirale. I trenta secondi di ponte strumentale di Yet It Moves (Galileo apprezzerà), e il battito africano ricomincia col brano che battezza l'album, Comet come to me, cantilenata lungo un reggae fatto di pieni e vuoti, ora accesi da lampadine acustiche, ora scarnificati da esili percussioni tribali, ora scanditi da intrecci di un organo discreto e un wah wah beffardo.
Continuous Performance è rugginosa, volgare, dallo scazzo quasi punk: un gioco di chiamata e risposta tra la voce salmodiante e la chitarra sporca prima e le tastiere poi, si aspetta che il brano si apra ma il brano è tutto lì. Mentre aspetti che arrivi, è già passato.


Ci crediate o no, siamo appena a metà del viaggio. Che continua col pop laccato, sgocciolante, alla Sade, di Shopping for Jazz. Poi piove il momento più lussurioso, eccitante e irresistibile, una Conviction (non per caso scelta come primo singolo) dalla ritmica rallentata e sexy, una pantera spogliata da licks di chitarra. L'album contiene ospiti speciali come Shara Worden (My Brightest Diamond), il blues rocker Doyle Bramhall, il neopsichedelico Jonathan Wilson, insieme con i con i collaboratori fidati Christopher Bruce (chitarra), Jebin Bruni (tastiere), e Earl Harvin alla batteria. E vanno menzionati, perché confezionare un disco così, lo puoi fare solo con la gente adatta. Con un suono, per inciso, di cristallina profondità, un nitore mai frigido ma dove ogni singola sfumatura, e qui ce ne sono infinite, non va perduta.
SUGGESTIONI CONTINUE. E Comet come to me è anzitutto un disco di particolari, di ceselli, di suggestioni che è meglio assorbire in cuffia. Folie A Deux è non-jazz atipico e raffinato, Choices rallenta ancora il respiro, la voce esce in un sussurro e si aggira fra stanze di frequenze basse, accordi dal lato sinistro della tastiera prima di aprirsi alla luce, come quando torna il sole dopo il temporale. In chiusura, Modern Time torna al reggae ma in modo più discreto, patinato, mentre la chitarra che tiene tutto insieme ricorda quella di Andy Summer nei Police. Il congedo è affidato alla foschia neosoul di American Rapsody, tre minuti in lenta dissolvenza.
VIAGGIO NELLA DISPERSIONE. A differenza di un altro grandissimo lavoro black contemporaneo, Blank Project di Neneh Cherry, tutto a togliere, dove la partita si gioca essenzialmente sul ritmo, Ndeceocello sceglie di fare tutto di tutto, di mettere tutto nel tutto accettando i rischi della dispersione. Che non manca di certo, e noi quando ascoltiamo un disco cerchiamo necessariamente una direzione, una omogeneità, un filo conduttore. Qui non c'è, o meglio è lei. Libera di scambiare tra i binari del rock-soul-rhythm and blues con quello del reggae, ma un reggae solo in apparenza essenziale, in effetti talmente elaborato da non far quasi capire, qualche volta, se sia declinato in levare oppure in battere.
LA NUOVA BLACK MUSIC AL FEMMINILE. Un disco notevole, senza alcun dubbio. Che non a tutti piacerà, stante la gran massa d'influenze eterogenee, diciamo pure di contraddizioni, che lo animano. Ma un album importante a prescindere. Come nel caso della già citata Neneh Cherry, per non dire della rinata Kelis, Meshell Ndeceocello sta ridefinendo il concetto di black music al femminile cercando la sintesi tra un ritorno a radici estenuate a forza di sfruttarle, e le confuse possibilità indotte da tecnologie inarginabili.
A volte si scivola, si va in dérapage, ma meglio una fuga in avanti che un ripiegamento sterile, noi italiani (e italiane) ne sappiamo qualcosa. Questi sono (splendidi) dischi che resteranno, traguardi che si fanno punti di partenza.

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