Sanremo 6
Sanremo 2017

Qui Sanremo, dove l'ipocrisia è di casa

Cinquant'anni dopo ci si ricorda di Tenco. In una kermesse abbonata a meschinità e artificiosi vittimismi. Piegata al denaro. E accompagnata da un unico refrain: «Tanto vince la Mannoia». Del Papa dall'Ariston.

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da Sanremo

Chi muore giovane resta giovane per sempre. Con la candida esaltazione della gioventù. Con il volto che aveva quando non è stato più. Cinquant'anni fa Luigi Tenco si faceva saltare le cervella lasciando un biglietto delirante e un po' offensivo, praticamente incolpava la povera Orietta Berti del suo suicidio. Cosa che molti si rifiutarono di credere, rifugiandosi chi nei complotti, chi nei miscugli di whisky e barbiturici che allora andavano alla grande, chi nel decadentismo di una storia fatale con Dalida, la francese, che 13 anni più tardi avrebbe seguito l'amato nello stesso destino tragico. Ma Luigi era giovane, fragile, con quella luce fosca negli occhi, la luce di chi o tutto o niente, e scrive stupende canzoni e ci si perde dentro.

QUANTE MESCHINITÀ SCARAMANTICHE. Lasciava la gioventù e lasciava il Festival che 50 anni dopo si ricorda di lui, si spalanca celebrandolo e chissà se non gli costa qualcosa, tutti così dannatamente superstiziosi come sono qui dentro. Su queste tavole, troppe meschinità scaramantiche: quando c'è Mia Martini, nessuno vuole starle vicino, e lei non vince mai. Una volta, cinque giorni dopo il Festival, gli artisti partono tutti per Sanremo in the World, formula che si era inventato Aragozzini, il patron. E lui, racconta nelle sue fresche memorie, la mattina arriva in aeroporto e trova tutti i cantanti da una parte e Mia, derelitta, dall'altra. Allora la raggiunge, la carezza: «Ma cosa è successo?». E lei, con un sorriso rassegnato: «Mi succede sempre così». E in volo facevano gli scongiuri, crudeli, deliranti.

TENCO TORNA SUL LUOGO DEL SUO DELITTO. Ma ogni morte passa, tutto si stempera, si risolve. A Sanremo aleggiano tragedie che si evitano finché è possibile, ma viene il giorno che non puoi più scamparle. E allora si trasforma la celebrazione in spettacolo. Un giorno dopo l'altro, l'hanno cantato tutti Tenco, ed è passato mezzo secolo e ora Tenco torna qui, sul luogo del suo delitto, bello e giovane come quando morì. Sta nel ricordo e nella voce del superospite Tiziano Ferro ma giovedì, nella serata delle cover, non uno dei 22 in gara s'azzarderà a interpretare un suo pezzo.

Luigi Tenco.

E lontano, lontano nel tempo, Tenco è diventato un premio, lottizzato il giusto, cosa che al giovane favoloso e assoluto avrebbe fatto orrore, al vecchio scafato che non è stato forse un po' meno. E non sono solo i suoi 50 anni, sono anche i 30 dalla scomparsa, in pieno Festival, di Claudio Villa, omaggiato da una targa consegnata alla figlia Manuela. E la musica s'è smaterializzata, e la televisione è un plasma, e in sala stampa ti accolgono con la tristezza mattutina dei Radiohead, che ti vien voglia di spararti, e il Festival è una guerra dove i veterani osservano attoniti e vagamente sprezzanti i giovani turchi impalpabili di quelle piccole truffe del pop chiamati "talent" o, peggio, di quella impalpabile volatilità dell'essere "star della Rete", che fa tanto "laureato all'università di Google". Ma i veterani non mollano. Non vogliono.

«TANTO VINCE MANNOIA». «Il Festival lo vince Fiorella Mannoia». Qui tutto lo dice: i pronostici, gli addetti ai lavori (che non si sa mai bene quali siano), la gente per strada, l'aria che si respira, le indiscrezioni, i gossip. Il Festival lo vince la Mannoia: perché è brava, perché è la Signora della canzone, perché è impegnata, perché le spetta, perché sì. Il Festival lo vince la Mannoia: perché se no non ci veniva, perché farai mica vincere uno di Maria De Filippi che già presenta. Ma perché, la Mannoia non c'è andata da Maria? Che c'entra, lei sì che è una signora. Mai pronostico fu più palpabile, traspirante, evidente al punto che l'interessata a un certo punto si è sentita in dovere di sbottare: finitela. E sa benissimo come è Sanremo, che ci entri papessa ed esci cardinala, ma il fascino del Festival sta anche in questo, se non proprio in questo, nella smentita della certezza che dà la stura a polemiche uguali e contrarie: perché a Sanremo, per malafama, tutto è sempre deciso a tavolino, con un anno di anticipo, perché qui ci sono i veri burattinai, i grandi vecchi, i poteri forti, roba che un grillino gomblottista ci diventa pazzo.

SEMPRE IL SOLITO REFRAIN. E insomma, il Festival lo vince Fiorella. Ma no, scommetti che vince Ermal Meta? Ma che scherzi, vedrai che "lo danno" ad Al Bano (nella percezione popolare i festival vengono consegnati, per dire decisi, attribuiti da una qualche sovranità). Ma figurati, prendono uno della De Filippi. Ma no, come fanno, se già l'han messa lì con Carlo Conti, anche "farla vincere" è troppo, andiamo. Vai dove vuoi, infilati in un caffè, fatti un giro fuori dalla bolla affatata di un Festival che inzuppa di sé la Riviera inondata d'inverno, evadi dalla sala stampa che è un acquario un po' alienante dove tutti stanno chini sul loro apparecchietto, e senti sempre il solito refrain: il Festival lo vince Fiorella, possiamo anche andare tutti a casa. Invece a casa non ci andiamo, perché tutto è ancora da cominciare. Anche se è chiaro che il Festival lo vince Fiorella. Fino a prova contraria.

Fiorella Mannoia.
ANSA

L'avventura comunque parte educata, ovattata come piace a Conti, molta complicità dai giornalisti, le polemiche viaggiano rasoterra in forma di problemi di coscienza: le fatali catene di sant'Antonio dei grillini bulimici di decrescita, non gli basta rinunciare a Olimpiadi e stadio, vogliono pure il boicottaggio di Sanremo "perché costa troppo" (ma rende di più); il solito nascondino di Mina, bravissima a far soldi senza esserci, stavolta voce dello spot della Tim, sponsor degli sponsor di questa edizione; la mancata partecipazione del Maestro Vessicchio, quello imperturbabile sotto il barbone, divenuto chissà perché soggetto di culto, in contenzioso con la Rai ma qui presente da turista; la insofferenza corporativa di Paola Ferrari che non digerisce a Sanremo la giovane Diletta Leotta, la fotoscippata di Sky.

TUTTO È BUSINESS. E poi la tensione sociale di Carlo, che piglia 650 mila euro, ma una parte, non quantificata, restituirà al mondo dei meno fortunati, perché la fortuna bisogna giustificarsela ma soprattutto scontarla, al netto delle tasse; le crisi di identità (e di salute) di Maria, alle prese con un tal bombardare di flash da farla sentire «come Belen, tranne che per il fisico»; la tenuta finanziaria del Festival, che quest'anno tra ricavi pubblicitari e commerciali dovrebbe incassare 22 milioni di euro, uno in più dell'anno scorso, spendendone uno in meno, 15 invece di 16 - ed è questo a contare davvero, altro che vissi d'arte: qui tutto, tutto, ma proprio tutto è sponsor, business, non una inquadratura, non una presenza o una conferenza stampa o una frase sono lasciate al caso e chiunque ha qualcosa da pubblicizzare.

OGNUNO RIVENDICA UN RUOLO VITTIMISTICO. E ancora la militarizzazione del centro per qualcosa che nessuno nomina, guai, esorcizzare, esorcizzare sempre; le scalmane di qualche nuova proposta "fluida", talmente fluida che lo ripete a tutti e tutti debbono prenderne atto, se no è violenza, prevaricazione contro le minoranze, anche se a volte a Sanremo si sarebbe tentati di credere che le minoranze sono maggioranza perché tutti rivendicano un ruolo più o meno vittimistico, marginale, quella distanza d'artista, quella inadeguatezza del genio, anche se un genio arido di conferme.

Maria De Filippi e Carlo Conti.

Chi è maggioranza globale, invece, sono i giornalisti, mai così tanti, più di 1.400, chilometri di carta ogni mattina, rassegne monumentali, poi prova a dire che il mestiere è morto. Arrivano tardi gli inviati in sala stampa, che si ridesta solo in tarda mattinata con le conferenze di rito.

CONTI È UN MURO DI SCHIUMA. Pressoché inutile, la mattina del 7 febbraio, quella di Antonio Albanese e Paola Cortellesi che hanno il film in uscita e hanno parlato di cosa cantano sotto la doccia (le docce di Albanese debbono durare 15 ore, canta un intero juke-box) e dell'amica di Paola, Laura, la Pausini; orfana di Maria, ufficialmente febbricitante, quella di Carlo Conti, animata dalla sola Marinella Venegoni de la Stampa che gli chiede dura: «Ma come li hai selezionati questi cantanti, molti dei quali roba da asilo, con salti di qualità abissali come si è già visto nelle prove?». Carlo svicola, emolliente come non mai, un muro di schiuma. In ogni modo, chi vince il Festival è noto. E allora balla balla ballerino, perché quello che ieri era vero, dammi retta, non sarà vero domani.

7 Febbraio Feb 2017 1518 07 febbraio 2017
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