Sanremo 6
Sanremo 2017
Sanremo

Sanremo, i gironi infernali dell'Ariston

Badgettari in adorazione di Maria. Giornalisti assuefatti in sala stampa. Popolo notturno che sciama di locale in locale. Viaggio nella bolla del Festival della canzone.

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C'è un carosello di taxi davanti alla stazione di Sanremo che neanche a Fiumicino sotto le feste, sembrano candide uova di dinosauro pressate nel minuscolo spiazzo circolare, poi d'improvviso un guscio si schiude ma invece di uscire qualcuno, qualcun altro vi entra e subito l'uovo sgomma via rabbioso. Vanno tutti nello stesso posto, che peraltro sta a poche centinaia di metri. Ma tranquilli, è solo per questa settimana. «Ai sanremesi non gli entra in testa», si dispera ironicamente il gentile signore fuori dalla stazione insieme alla figlia che si prodiga a indicarti la strada per andare dove dobbiamo andare.

UNA CITTÀ CHE HA CEDUTO SE STESSA ALL'ARISTON. Già, non gli entra in testa ai pur cordiali sanremesi che questo carnevale anticipato è uno scotto da pagare senza tante storie perché tutto a vantaggio della città. Città che cede se stessa alla Rai ma sopporta male questo stravolgimento settimanale. Città che merita la sua fama turistica, il centro un incanto di atmosfere cangianti, nei vicoli dimenticati dal tempo, nelle piazzette e gli scorci carichi di suggestioni. Solo che a una cert'ora un concerto di serrande che calano tutte insieme annuncia la notte, invernale notte senza speranze. La vita si perde di là dall'Ariston, i clamori sono scie di fuochi artificiali che si spengono aleggiando. Poche passi dopo, un deserto di silenzio popolato dai dispersi, le anime del mondo rannicchiate nello sbando.

L'INVASIONE DI GIORNALISTI E FESTIVALIERI. C'è, per divina provvidenza, un supermercato aperto 24 ore su 24, e guai a chi ancora si lamenta della deriva consumistica: a questo spaccio dovranno la vita decine e decine di festivalieri a vario titolo. Eccoli aggirarsi tra i banchi e gli scaffali, sono gli stessi che si riconoscono lungo le strade, col pass al collo, foto segnaletica e generalità. Si direbbe che a Sanremo, all'ora delle streghe, ci siamo solo noi: un sorriso fra estranei e ognuno per la sua strada. 1341i soli giornalisti: cifra mostruosa. C'è perfino una delegazione cinese, chissà poi cosa ci capiranno, forse decideranno di comprarsi pure quello, «fozza Sallemo». Drappelli di ostinati bivaccano davanti a "Casa Sanremo", che sta a pochi passi dall'Ariston, infine si sciolgono e sciamano via, pipistrelli nella notte sanremese.

Tutti con quell'aria indaffarata, professionale, perfino drammatica. In sala stampa ci sono gerarchie da rispettare, i senatori hanno quell'aria sempre vagamente scazzata, da dio che giudica e manda. Parlare ci si parla, ci si sorride, ma nessuno pare divertirsi davvero. Le corazzate, ciascuna con schieramento di fanti, li radunano in drappelli a definire tattiche e strategie. Solo le testate sono 240, e poi webradio, siti, stampa estera, fotografi, figure imprecisate. Molti fanno tenerezza mentre millantano titoli e referenze, si capisce da come si agitano.

L'ADORAZIONE IMBARAZZANTE PER DE FILIPPI. Non poche giovanotte e signorini hanno il badge che li definisce giornalisti ma fanno i fans, se riescono a strappare una non-domanda, ottengono una non-risposta e allora dicono: esatto. C'è chi è più tifoso degli adoranti perenni davanti al Teatro, «Possiamo fare ancora meglio», «sei la vera unità nazionale» e la De Filippi, che la sa lunga, con un amabile soffio spegne fuochi fatui. Difficile tracciare il labile confine tra informazione e promozione, ma quanti pierre di se stessi cercano ardente comprensione. Se Maria addolorata appare, febbricitante, in sala stampa si fiondano a stringerle le mani, a chiederle autografi salvifici. Il che dovrebbe essere imbarazzante ma non lo è, rifluisce anche questo nel corpo mistico del Festival. Perché siamo tutti qui per Lui. Non è Lui per noi. Siamo qui perché ci siamo stretti intorno al Totem nella nostra danza della pioggia.

LA DEMOCRAZIA FESTIVALIERA? APERTA A CANI E PORCI. Non è questione di ambizione, di lavoro, di vanità: tutto - artisti, faccendieri, giornalisti e quella fauna che si agita scomposta, eccitata, isterica, irrazionale - è parte del Leviatano che domina, impone le sue regole. Lo dicono gli slogan surreali: perché Sanremo è Sanremo, tutti amano Sanremo. Lo dicono i jingle: feti, alieni, «tutti cantano Sanremo», anche graziosi quadrupedi, il che potrebbe lasciar supporre che, nella democrazia festivaliera, non disdegnano di chiamare cani e porci.

SANREMO ESIGE L'ANIMA DI CHI LO VIVE. E serve a poco far la parte del Vecchio della Montagna, quello che le ha viste tutte e si accosta al Festival come a una corvée che gli tocca ma che dall'alto delle sue frequentazioni dinastiche vorrebbe tanto scamparsi: la metta come vuole, ma anche lui è qui per Lui, obbediente al richiamo di qualcosa che futile è e non è. Sanremo esige l'anima, beve il sangue come i favolosi chupacapra del deserto dell'Arizona, ma lo fa in modo complice, ti fa sentire parte di lui, in ogni momento, in ogni luogo. Ti suggerisce che tu sei importante, anche tu, proprio tu; credici. Ti convince con punte di durezza, di freddezza, di tracotanza se è il caso - «ho fatto il 50,4% di share», «ho fatto 11 milioni», ma che mi vuoi dire? Infatti gli agguerriti giornalisti chiedono a Carlo Conti di Roma-Fiorentina durante la conferenza mattutina, di fatto una esibizione di numeri muscolari, mentre lui parla del «mi figliolo che oggi compie 3 anni ed è il mio spettacolo più bello», ed è per dire: di che stiamo a parlare? (La De Filippi spiega che non ha niente da dire, ed è vero, ma fino a un certo punto. Da consumata donna di potere si fa sfuggire le telefonate sia di Piersilvio sia di Giancarlo Leone, e tutti capiscono).

Ma è una brutalità rassicurante, che ti parla di figli, di quadretti insignificanti per farti sentire insignificante, per prenderti per il culo e lo fa con naturalezza, tipo quelle dinamiche familiari spietate ma che a lungo andare diventano accettabili, diventano l'unica vita che hai e senza quella non esisti. Buoni, affabili, ma con le zanne felpate. A Franco Zanetti di Rockol, uno dei pochi non ammaestrati, che gli contesta le note sbagliate sulla retrospettiva del Festival, Conti risponde: «Non so, non ero ancora nato». A una che gli domanda delle escandescenze di Manuela Villa, di professione figlia di Claudio, non invitata all'Ariston, Conti risponde fingendo di non capire: «Chi?». Sono solo canzonette, ma queste canzonette di carta sono solo una parte, e neanche la più importante, del fenomeno.

DENTRO LA BOLLA. E il fenomeno ti avvolge. Per una settimana questa è la nostra casa e le piccole grane domestiche, il percorso a ostacoli del ménage, la spietatezza della routine vengono prima di ogni disastro planetario. Casa Sanremo fa di tutto per non farti uscire dalla bolla familiare che ti ovatta. ti imprigiona e ti difende per una settimana. C'è una precisa strategia in questa occupazione degli spazi della mente, pare un luna-park e invece è dinamica molto più raffinata. E così si spiega l'allucinazione di mille giornalisti in sala stampa che discutono coi conduttori del vestito di una Diletta Leotta.

IL LATO TETRO DELL'ARISTON. Come tutte le faccende familiari, tuttavia, anche il Festival di Sanremo nasconde un lato oscuro, una sua tetraggine che sta dietro le luci, i sorrisi e canzoni, dietro il teatro che è soprendentemente piccolo e cupo, almeno alle nove di sera di un lunedì di vigilia, dietro le professioni di normalità degli artisti, il cameratismo feroce e pronto a essere tradito. Con i suoi quasi 70 anni di vita spericolata, questa rassegna di ugole ne ha viste, combinate, attraversate di tutti i colori e la sua stessa esistenza è appesa a un filo sempre più logoro. Ma il filo ritorna matassa nelle mani di Baudo, che dopo omeriche dirette di 6 ore stendeva le lunghissime gambe sugli scalini, stravolto, seduto a fianco ad Al Bano mentre oltre loro, sul palco, Morandi-Ruggeri-Tozzi esortavano gli spettatori distrutti a «dare di più». Adesso il Festival è istituzionalizzato e ferma il Paese per una settimana, cosa che di recente ha contestato simpaticamente Luca Goldoni su Facebook. Ma i suoi abissi, quanti sono! E quante volte, nella sua vita, qualcuno ha preteso di sospendere la kermesse per ambigue questioni di pietas: per il Vajont, nel 1963. Per la guerra nei Balcani. Per quella del Golfo. Per questo o quel pasticciaccio brutto di cronaca, questo o quel protagonista che proprio durante il festival se ne andava, quasi a studiare la sua uscita di scena. Claudio Villa si arrende e Gianni Morandi, che gli è molto legato, vince mescolando lacrime di gioia e di strazio.

Il fenomeno ti avvolge. Per una settimana questa è la nostra casa e le piccole grane domestiche

Fatuo e rigonfio fin che ti pare, specchio di una certa Italia però Sanremo lo resta. Notevole è la sua presunzione di essere ciò che è: un trucco che sfrutta il cinismo ingenuo del popolo, che non si fida di nessuno ma crede a tutto. Un incantesimo per il quale un omino al di là delle transenne ti supplica di chiamare la moglie, passata senza di lui, perché nel frastuono è impotente. La sua tangente ha lambito stagioni di ricostruzione, di boom, di crisi e di piombo, i morti ammazzati sul marciapiede per la follia terrorista, ha accompagnato la caduta degli dèi delle prime due Repubbliche, ha seppellito gli eroi con compunto cinismo. E ogni volta fagocita valori più o meno pretestuosi e li smaltisce in scorie patetiche. Ha macinato tutto, compreso se stesso, ha rischiato la pelle, è arrivato al lumicino tra il 1973 e il 1981, neppure più lo trasmettevano in tv, i cantanti si esibivano in playback e pareva destinato a una fine fisiologica. Lo salva Aragozzini, quello «con la faccia da guardia bulgara», come diceva Grillo quando ancora era un comico serio, e Sanremo riprende l'orchestra, gli spettatori, riprende vela, affari, seppellisce il tempo e dura, come la natura che passa sopra gli uomini e il cemento. Tutto per quattro canzonette che però nascondono grossi grassi interessi italiani e accendono parole ecumeniche: il cardinal Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, può twittare un endorsement per la Mannoia senza dare scandalo.

IL DOLORE CI DÀ IL PANE. Anche quest'anno, puntuale, non manca chi vorrebbe cancellarlo il Festival in conseguenza delle atrocità naturali in centro Italia. Uno dei più scatenati è padre Fedele, Dio da che pulpito. Ma nessuno gli dà retta perché, come si sa, i soldi e i contratti lubrificano anche il dolore, perché 11 milioni d'incatenati non possono sbagliare, per la solita formula dello spettacolo che deve continuare e per l'altra, non meno pelosa, che vuole gli artisti dolorosamente impegnati nel far dimenticare i dolori altrui. Anzi c'inzuppano il pane quest'anno, perché sanno di avere poco altro: canzoni inesistenti, carismi inconsistenti, conduttori che scelgono di diventare quelli che sono, ribaltando il coraggio nietzschiano. C'è di tutto qui ma non succede nulla: questo il copione. Ma se davvero avessero dovuto fermare il Carrozzone familiare e sinistro, inconsistente e mastodontico, ogni volta che c'era una ragione, vera o presunta, per fermarlo, su 67 edizioni se ne sarebbero tenute al massimo un paio. In questo mondo di uomini pazzi che corrono, viaggiano, si dannano, si scannano e danno i numeri in progressione esponenziale, tutto è una perenne emergenza e nel mondo costantemente allarmato l'Italia fa la parte sua e allora o canti le canzoncine o non ne esci vivo, ammesso che questa sopravvivenza possa chiamarsi vita.

8 Febbraio Feb 2017 1430 08 febbraio 2017
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