Sanremo 6
Sanremo 2017
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Sanremo e quel grumo umano attaccato alle transenne

Cacciatori di facce, collezionisti di autografi, giornalisti annoiati. Anime perse del Festival in servizio permanente effettivo. È il pubblico attaccato alle transenne dell'Ariston. In eterna attesa di qualcosa che poi non accade mai.

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da Sanremo

È venuto dunque il momento, cari amici vicini e lontani, di parlarvi dell'altro ingrediente decisivo del Festival sanremese: il pubblico. Non gli si può far torto, perché veramente è da esso che dipende la riuscita mediatica di tutta la faccenda. Non tanto quello "da casa", mare di facce senza volto misurato a colpi di audience, e in calo nella seconda serata, Maria o non Maria, visto che ha perso un milione di spettatori e 4,5 punti di share.

UN FESTIVAL CHE HA BISOGNO DI RIANIMAZIONE. In Rai minimizzano, «calo fisiologico», solo che l'anno passato la seconda serata aveva tenuto meglio e, in verità, qui si mormora l'urgenza di cambiamenti per animare un po' una liturgia di cantanti aggrappata all'estro borgataro di un campione di pallone - per inciso, irrita un po' il servilismo, sbracato, plateale, proibito a termini di Ordine, dei cari colleghi verso "Maria" a prescindere, basta l'epifania e parte l'osanna, ci fosse qui l'altra, la legittima titolare del titolo, sarebbe assai meno idolatrata. E quando un'apprendista giornalista ringrazia «Carlo per averci portato Maria, che rappresenta tutte noi donne», il cuore si rifiuta di credere a ciò che le orecchie hanno sentito.

I COLLEZIONISTI DI AUTOGRAFI INUTILI. Insomma, il pubblico a casa ondeggia un po', ma quest'altro, che sta qui sotto, è un grumo umano aggrappato alle transenne della passerella davanti al teatro, aspetta ore ed ore, da mane a sera, collezionista feroce d'autografi inservibili: il quindicesimo di Al Bano, il primo e unico di qualche meteora defilippiana. Essi vivono: solo che non sanno quanto vivono male. Essi vivono: stanno qui, pazienti e indistruttibili, a sfidare l'assenza del famoso tepore della Riviera, perché quest'anno abbiamo un freddo maledetto che non dà scampo, che nasconde in un turbine grigio il mare di là dai vetri. «Lei è stato sfortunato», dice la barista che al mattino ha già imparato a conoscerti e ti salva dalla caduta degli zuccheri, «qui di solito il freddo è per modo di dire, ma quest'anno è il vento, il vento». E il vento sferza questa mandria mugghiante, trasversale, di pazienza bovina e di tutte le anagrafe.

Fan del Festival fuori dall'Ariston.

Partiamo dai giovanissimi, gli stessi dei concerti pop, degli "eventi" nei centri commerciali, stesse facce, stesse divise, stessi artigli laccati, stessi occhi pieni di sogni vuoti, anche se questa entità vorace del Festival di musicale ha assai poco e il suo "pop" è una questione del tutto televisiva. Nazionalpop. Questi sono i più frementi, nervose canne al vento di ponente, accalcati a selfare e fumare - «Ecco! Ecco che esce...» - e pronunciano un nome per il quale, in tempi neutrali, non scomoderebbero neppure uno sguardo; neppure sanno chi sia, il più delle volte. Non ci si crede. Ma sotto questo cielo il selfie impera, ecumenico e irenico insieme, in una riunione delle diverse confessioni festivaliere. Tutti selfano senza soluzione di continuità generazionale. Molti inastati, armati di quelle baionette che al culmine hanno il telefono, ad asta lunga, alla cinese, e così riescono a spararsi panoramiche da kolossal.

I FAN DI MEZZA ETÀ, UNA VISIONE STRAZIANTE. Ma veniamo ai maturi. Sono strazianti. Dolorosi nei loro affanni congiunturali, stoici nel loro 'Deserto dei Cantartari', esagerati aspettando un Godot abbronzato a forma di Carlo Conti o pallido, levigato come Maria, come il mare poco lontano, che da qui ricorda le montagne di Elias Canetti, «che mi guardate, mi guardate e non siete mai cadute». Facce vuote, vite spente, che per un attimo si fulminano al passaggio d'una qualsiasi celebrità settimanale, poi tornano a offuscarsi. Ma non ingannatevi, non dormono: sono, anzi, reattive come gatti, come camaleonti, dopo un po' si mischiano nel paesaggio, si riducono a figurine comprimarie del grande affresco, salvo balzare d'improvviso alla prossima avvisaglia.

L'AFFETTUOSA CAROGNERIA DI FRANCO DEI RICCHI E POVERI. Al cronista ricordano le anime perse di una lontana Premiatissima, 1983, imberbe comprimario dello scelto pubblico dei figuranti: «Tu perché stai qua?». «Cosa vuoi, a casa sono sola, mio marito non mi tocca da sei anni e poi mi fa schifo, mi vien voglia di uccidermi, almeno qui sto con i famosi e mi danno anche da mangiare». E tra questi Franco, il nasone dei Ricchi e Poveri, che alle 5 del mattino, dopo 17 ore di prove, vedendoci stravolti, vicini al tracollo, ci scherniva con affetuosa carogneria ligure: «Coraggio che tanto bisogna moriire». Va bene Dio santo, ma perché proprio qui, in un hangar a Cologno Monzese, dove è proibito nominare il dio in terra, il futuro Cavaliere, dove tutto è bello e questo è il migliore dei mondi possibili anche perché l'unico?

Il palco dell'Ariston.

Ecco, le attese in passerella del pubblico vivente fuor dall'Ariston sono un po' così, un enigma avvolto in un mistero, ma chi glielo fa fare alla loro età, a qualsiasi età? Domanda inutile: è il profumo di paradiso, quel brivido di una inquadratura, il balenar d'un lampo che consacra l'entusiasmo di un celenterato. E ci scappa da ridere, perché se queste vite spericolate sono qui, impermeabili e ostinate, noi in cosa saremmo diversi? In cosa migliori?

CACCIATORI DI STAR COME MESTIERE. I cacciatori di star, di star qui ne fanno un mestiere. Presidiano la zona e si contendono gli spazi, a volte con duelli alla baionetta dello smartphone. Scoppiano, infatti, brevi conflitti furibondi, subito sedati dagli altri infastiditi non per altro, ma per il grand'agitarsi dei contendenti, che impediscono loro l'attimo fuggente. Ti stupisci della resistenza di anziani incalliti, ma anche dei giovani che, domani, scenderanno in piazza contro le fatiche di una scuola che impone loro zaini, onerosi percorsi stradali. Tre ne abbiamo viste, piccine vestite da donne, cercar di sedurre rudi divise nella zona rossa: «Oddio, lasciateci passare, per favore, c'è Alessio Bernabei dentro nella radio...».

ARRIVI AL MATTINO E SONO LÌ, VAI VIA LA NOTTE E SONO SEMPRE LÌ. Ma il grosso è sotto l'Ariston. Fanno coreografia, lavorano come schiavi e la loro mercede è la fatica, figurine d'un presepe in fondo lugubre: arrivi al mattino e sono lì, vai via a notte fonda e sono lì, sortisci ogni tanto in qualche incombenza extra sala stampa, e sono lì. Cacciatori di facce, le confondono, le equivocano, le collezionano. S'accalcano contro la postazione di un noto network radiofonico, dove sta Platinette versione Mauro, cioè senza parrucca, che da questo bordello evanescente ha cavato un modo per stare al mondo, e Platinette al naturale è tetro, incazzato, ha l'aria di uno alla catena di montaggio e in un certo senso non sbaglia. Ma di colpo s'llumina d'effimero, è partita la diretta e la fiumana di drogati di fama ondeggia paurosamente, ti schiaccia, il cordone di agenti erculei deve respingerla coniugando energia e morbidezza: vedi mai uno si facesse male, hanno l'aria di pensare, qui ci mettono in croce, ci danno dei torturatori guatemaltechi.

Quante pose, quanti sorrisi tirati, inventati lì per lì. E la gente urla, chiama, invoca, una coreografia che fa ridere di noia e di cinismo gli adetti ai lavori

Per questi cannibali potenziali ogni faccia è buona, insieme con Platinette c'è uno con la barbetta e un ometto maturo, dall'alito non freschissimo, ti rivolge confidenza: «Ma non è Silvestri quello?»; «Silvestri chi?»; «Silvestri, il cantante». «No, non mi pare, sarà un tecnico, uno dello staff», ma quello non è convinto, ti guarda con sospetto. Insieme a Plati c'è Max Biaggi che ha qui la fidanzata che ogni anno, compreso questo, non fa una non gran figura a Sanremo ma è spinta dal potente network e allora ritenta, sarai più fortunata.

TUTTI ASPETTANO QUALCOSA, MA NON SUCCEDE MAI NULLA. «Ma Giorgia? Si è vista Giorgia?». «No ma speriamo che arrivi, dicono che arriva, è dalle due che stiamo qua». Giorgia dovrebbe sentirsi in colpa. Ma non compare, qui soffia una pioggerellina vischiosa e c'è un presentatore solitario sul red carpet che si agita molto, una scena un po' allucinante, si capisce che deve allungare il brodo: «Oggi naturalmente il tempo non ci ha aiutato, ma state qui che potrebbe succedere qualche cosa in qualsiasi momento». Ma non succede niente. Si sentono degli urli, come per un attentato, che subito si spengono: niente, un tecnico dell'Ariston.

IL GUIZZO MILITANTE DELLA MANNOIA. Intanto s'è fatta quasi ora della diretta e noi entriamo col nostro pass, carichi di sguardi che muti ci giudicano: privilegiato! Infame! Più eguaglianza sociale ci vuole a questo mondo! Ieri mattina l'abbiamo dimenticato a casa il pass e abbiamo dovuto arruffianarci una via crucis di posti di blocco, fuori dall'Ariston, poi subito dentro, poi, 10 metri dopo, un altro, e agli ascensori ti dicono «sì fermi qua» e compare una funzionaria della Rai che ti sgrida con le mani giunte: «Ma come si fa, dico io, come si fa a dimenticarsi il pass?». «Ha ragione, giuro che non succederà più, sia pietosa, mi chiamo quasi come il papa, di uno con un cognome così ci si può fidare, no?». Così le scappa una smorfia di sorriso e è fatta: «Vabbe! Per questa volta passi, ma poi torni col pass mi raccomando e che non capiti mai più». E mi affida come un infante sventato all'ultima guardia che indulgente m'accoglie, unico senza pass in mezzo a duemilacinquecento pass e anche con lui mi prostro, mi costerno, spero promitto e juro che non accadrà più. Qui se ne vedono di tutti i colori, ma dimenticarsi il pass è qualcosa di impensabile, non previsto dalla razionalità del creato, che è intrinsecamente buono, come ha scoperto Fiorella Mannoia, istigata dal cardinal Ravasi, ma che non rinuncia all'ultimo guizzo militante in conferenza stampa pomeridiana: «Siamo noi a rovinarlo il mondo, con la nostra sete di potere, con le nostre ambizioni». E sembra guardare proprio me e penso che qualcuno deve averglielo raccontato che stamattina avevo dimenticato il pass.

Carlo Conti e Maria De Filippi.
ANSA

Eppure, questa ondata d'isteria collettiva dopo un minuto che la osservi ti sembra del tutto normale: fisiologica. Sanremo non è un delirio, come tutti ripetono: è una droga. Qui, lungo la passerella rossa che immette fin dentro il teatro, avevamo visto, capito cosa vuol dire essere artista: una disperata superbia, una innocente presunzione, si vive e si muore per una pantomima. Ecco Fiorella! La diva di questa edizione, la vincitrice annunciata, si ferma a mezza strada col mazzo di fiori in seno, Madonna canterina un po' stralunata, un po' imbarazzata; emozionata non si direbbe, lei sa come concedersi senza sbracare ed è quello che fa, avanza pian piano, risponde se la chiamano, si ferma, si volta e ha uno sguardo stravolto, per un attimo le passa negli occhi la luce di un animale che va al macello e lo sa. Ma forse è solo la nostra impressione mentre sparisce su per la scalinata.

SANREMO RENDE NORMALE QUELLO CHE È ASSURDO. Quante pose, quanti sorrisi tirati, inventati lì per lì. Tutti sorridono e la gente urla, chiama, invoca ed è una coreografia che fa sorridere di noia e di cinismo gli adetti ai lavori, quelli della sicurezza, perfino gli sbirri col basco nero e la grinta feroce, che però di tanto in tanto si mettono a ghignare come fossero al bar. Sanremo cambia le cose, rende normale quello che è assurdo, come l'entrata di Kekko dei Modà scortato da sette carabinieri. Tocca a Paola Turci, che sembra rinata qui, sexy, discretamente distrutta come tutti ma dall'aria radiosa, l'aria di chi è felice in questo vortice.

GLI ARTISTI IMPEGNATI POSSEDUTI DAL DEMONE FESTIVALIERO. E non puoi fare a meno di notare la trasfigurazione di certe cantanti che per il resto dell'anno grondano impegno, valori, prediche, e adesso che ci fanno qua, possedute dal demone festivaliero su un red carpet assaltato da invasati a prescindere, da trincee di fotoperatori, dai cannoni a vomitar coriandoli che muoiono dopo un volo brevissimo, s'impigliano nei capelli, nella giacchettina da domatore di Giusy Ferreri, nel bustino a pelle di un'altra - ma chi è? Mah, una nuova proposta - e poi ricascano a terra e subito partono quelle con scopetta e palettina per rimuoverli in attesa di altri coriandoli, altri voli morti, altri cadaveri di carta sul marciapiede e fin dentro il teatro.

BARRITI PER OGNI CANTANTE CHE PASSA. Ma, inesorabile, torna questa polvere di stelle filanti, si respira nella più fatua delle passeggiate a dividere mar rossi di folla che barrisce ad ogni cantante che passa, Gigi d'Alessio come Lodovica Comello, ma può essere Paola Cortellesi, un funzionario, uno che non c'entra niente, può essere anche un sorcetto sanremese e la gente manda sempre quello strillo acuto e sordo insieme, che vorrebbe essere di festa e risuona di sacrificio, che in effetto doppler arriva fino in corso Garibaldi. Cento metri oltre l'Artiston, un barbone tutto scarabocchiato, bevuto, accovacciato in terra incrocia il tuo sguardo e ti regala un sorriso diroccato e tu non sai se piglia in giro te, se stesso o il Festival di Sanremo o il mondo infame, ma un sospetto ce l'hai.

9 Febbraio Feb 2017 1459 09 febbraio 2017
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