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Sanremo 2017
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Sanremo e la diaspora della canzone

Artisti anonimi, canzoni destinate all'oblio, nessun outsider. Al Festival manca la sua materia prima: la musica. Il basso profilo sembra essere la cifra di questa edizione, contagiata dalla medietà di Carlo Conti.

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La fenomenologia dell'artista da giovane, e anche da meno giovane, è inconfondibile. Egli è un fanciullo candido e vulnerabile che sempre si diverte, è qui "per giocare", perché gli piacciono le sfide, è molto felice, non vuole niente, non cerca niente, si preoccupa degli eredi, come spiega Fiorella Mannoia: «Io ho fatto quel che dovevo fare, largo ai giovani». Ma poi, "combattente" com'è, fa capire: largo, ma fino a un certo punto. Tanta amabile svagatezza, tanta cura nell'estro stilistico, tutti questi cappelli, bustini, giacchini circensi, palandrane, stonano un po' con l'afflato da partita doppia che cova sotto.

COL FESTIVAL NON SI VENDONO DISCHI. Perché la santa verità è che tutti scontano l'atrofia di un mercato che si aggrappa a ogni sirena, lucciola e lanterna, ma che niente e nessuno riesce davvero a riportare in vita. Men che meno Sanremo. La testata on line Rockol.it ha da poco pubblicato un resoconto, dettagliato, che dimostra, al di là di formule e proclami, la scarsa incidenza del Festival sia nei passaggi radiofonici sia nelle vendite: l'edizione scorsa ha visto i soli Francesca Michielin e Alessio Bernabei portare un singolo nei primi 100 dell'anno, rispettivamente in 62sima e 95sima posizione: ed erano i due bene o male più pompati. Oggi come oggi, inoltre, Sanremo vale, quando va proprio di lusso, 50 mila copie di un album, ma non di più. Quasi sempre, sono 10 volte di meno quelli che si scomodano.

LA SAGRA DELLE RISTAMPE "AGGIORNATE". Allora perché questa brama di esserci? Perché oggi come oggi nessuno può permettersi di buttare via 20 mila copie potenziali, e nemmeno la metà. Tanto è vero che c'è qualcuno ripubblica il disco uscito da qualche mese corredato dal singolo sanremese e, quasi sempre, da materiale aggiuntivo, come tracce dal vivo o rifacimenti di pezzi storici: è il caso della Mannoia, che finisce per ripubblicare Combattente in formato addirittura doppio. In conferenza stampa ha spiegato di essere stata lei stessa a cercare Conti, e poi di avere deciso all'ultimo momento utile, combattuta fra opzioni contrastanti, ma infine convinta dell'efficacia del nuovo singolo. La Mannoia ha appositamente interrotto il suo tour, per poi riprenderlo in aprile su presupposti ovviamente diversi, in caso di buon piazzamento o addirittura di successo qui al Festival. Ermal Meta fa la stessa cosa, l'album dell'anno scorso, Umano, è incluso nel nuovissimo Vietato morire con altri 9 brani inediti. Altri, in linea con strategie più tradizionali, escono col disco nuovo in contemporanea, a conferma di un progetto partito almeno un anno prima.

Ermal Meta, vincitore della serata cover.
ANSA

Tattiche studiate, come si vede, con freddezza e lucidità che contrasta col lato sognatore, svagato, perfino puerile che tutti s'affannano a proporre a Sanremo. Non c'è niente di scandaloso, tutt'altro, anche se molti artisti si affrettano a precisare: non ne so niente ha deciso tutto la mia casa discografica (non è vero). Ma è affascinante, e perfino un po' sconcertante, constatare sul campo questa schizofrenia di tutti i protagonisti, nessuno escluso. Il problema sono, appunto, i pezzi. Che non si ricordano. Che la prima volta sembrano deboli, ma a risentirli sono proprio evanescenti, ciò che appare con evidenza lancinante nella serata dedicata alle cover: i bravi si esaltano, i brocchi ammazzano capolavori.

TUTTI GLI ARTISTI PAIONO CONTAGIATI DAL 'CONTISMO'. Ma, in definitiva, paiono tutti contagiati dalla medietà di Conti, nessuna stranezza, nessuna bizzaria d'artista, è un Festival, con rispetto parlando, di contabili. Con i distinguo del caso: uno come Samuel, che una sua carriera ce l'ha, è molto attento nel rapporto coi giornalisti che lo cercano. È freddo magari, ma disponibile, sempre scortato dalla sua addetta stampa discografica che non lo molla neanche in bagno. Uno come Gabbani, che un anno fa era nessuno e adesso deve dimostrare di essere qualcuno, ha già messo su l'aria di chi si concede. Compare d'Alessio in una preoccupante tenuta da motoclista, occhiali neri inclusi. La Turci sta mantenendo per tutta la settimana del Festival quella sorta di radiosità che la accompagna, e si rivela una fra le più carismatiche di questa edizione. Altri te li trovi a fianco e non li riconosci, non sai chi sono.

CANZONI PER UN FESTIVAL MOSCIO. C'è una cosa, si vedono troppi giornalisti scodinzolare dietro ai cantanti (con tutte le gerarchie del caso, si capisce), anziché il contrario, come sembrerebbe logico; a star qui, si coglie tutta l'ipocrisia dei corsi di formazione, delle carte deontologiche, delle prescrizioni etiche. Confusione dei ruoli a parte, è nella spietata immobilità delle canzoni che si rispecchia l'immobilità di un Festival che di tutt'altro si nutre (già, di cosa?). Tutti qui sono concordi, anche se nelle rituali conferenze stampa di mezzogiorno si sprecano i superlativi: moscio, moscio, moscio. Difficile che da questa edizione possa uscire qualcuno - forse Ermal Meta, ma avrà bisogno di ben altri pezzi, di ben altri coautori - destinato a far saltare il banco, magari arrivando ultimo o almeno tra gli ultimi, come da nobile tradizione sanremese. Bobby Solo, Vasco Rossi, Zucchero (penultimo per due anni di fila). L'ultimo degli outsider, l'ultimo cantautore di qualità, fu Simone Cristicchi, che sfoderando una canzone drammatica su un matto innamorato di una infermiera, trionfava appena ieri: dieci anni fa, ma sembra passata un'epoca non quantificabile.

Si vedono troppi giornalisti scodinzolare dietro ai cantanti anziché il contrario, come sembrerebbe logico

Sanremo si adatta, cambia, da qualche anno indossa una pelle da talent. Ma la dimensione talent rischia di ritrovarsi superata da se stessa. Sanremo cambia in senso televisivo, ma in quello musicale fa più fatica. Non detta le mode, neppure le subisce più: è come se l'aspetto musicale non lo riguardasse oltre, quasi fosse un orpello. Gli autori più gettonati sono più che altro programmatori, impostano il programma sul solito pattern: salto di terza e scaletta ascendente discendente (in soldoni: la-do-re-mi-re-do-re-mi-re-do-re-mi-re-do: provate a canticchiarla e ritroverete tutte le ultime solfe dei vari Giorgia, Tiziano Ferro, Mengoni, eccetera - oltre che la melodia delle trombette allo stadio). Questa ammuffita modernità è quanto di più attuale si possa ascoltare oggi all'Ariston, ma appartiene già al passato. Un passato che non diventerà storia.

SANREMO/ARTISTI, UN RAPPORTO IN CRISI. Sembra in crisi anche il rapporto parassitario, simbiotico degli artisti con il contesto. Tanti hanno usato il Festival come un tassì: sono saliti, hanno pagato la corsa, sono scesi. Altri lo hanno usato come una puttana; a volte si sono prostituiti loro. Qualcuno c'è andato controvoglia per poi solcarlo, come Rino Gaetano. Qualcuno ci è andato per rilanciare la sua carriera, e, pur non vincendo, vi riuscì: fu il caso di Renato Zero. Molti vincitori non li ricorda nessuno, ma c'è chi si è storicizzato per la sua assenza dopo un imbarazzante primato: quanti calendari sono trascorsi da quando Mike Bongiorno annunciò la vittoria sbalorditiva dei «Jaalisseeee»? Vent'anni, tondi tondi (e sembra ieri), e nel frattempo loro sono stati puntualmente esclusi a ogni successiva edizione. Il carisma altalenante del Festival coincide con quello degli artisti, delle loro stagioni. Segno dei tempi! Candidata a vincere oggi è una laica militante di lunga carriera che canta la benedizione della vita e la esaltano monsignori, siti religiosi, movimenti per la vita. Dice Fiorella Mannoia: «C'è un gran bisogno di spiritualità». La stessa identica frase pronunciata da Francesco Gabbani che in teoria sarebbe quello nuovo, irriverente.

I CANTANTI E IL LORO AFRORE DI PULITO. Il basso profilo, ecco, è la cifra di quest'anno. Rasoterra, più esattamente. Ma il carisma è come il coraggio di don Abbondio, se non ce l'hai è inutile fingerlo, non si mette insieme, si indossa direttamente e poi lo si dimentica come una cicca appesa al dito: chi non lo dimentica è il pubblico, attraversato da una scossa elettrica. Questi invece si atteggiano, sgranano gli occhioni, e non si separano mai dai loro cappellucci, neanche sotto la doccia. Non ce n'è uno delle cosiddette nuove proposte che rinunci allo spot familiare, tutto uno svolazzare di mamme, di babbi, di nonne che ringraziano il cielo. E mandano un afrore di pulito, sterilizzato, che non ha senso perché un artista se non è un po' figlio di puttana, almeno un po', non è niente, non serve a niente.

Maria De Filippi, Carlo Conti e Mika.
ANSA

Ma non se ne esce: uno come Carlo Conti può dire che ha «rimesso le canzoni al centro della scena», che «i miei festival sono stati quelli delle grandi canzoni». O la spara grossa, sapendo di spararla, o davvero non sa di cosa parla. Ma può farlo perché nessuno glielo contesta, dal momento che uno dei problemi dei Festival contemporanei consiste nel fare direttore artistico il bravo presentatore; se le due cariche coincidono, nel caso, per esempio, di un Baudo, che da esperto si permetteva di modificare i brani degli artisti, va benissimo. Ma i conduttori recenti (e i prossimi) di musica ne masticano poca e tendono a percepirla in funzione della dimensione televisiva: da quanti anni Sanremo è sinonimo di rutilante per una settimana, di imbarazzante per le altre 51?

TROPPA RETORICA GIOVANILISTICA. C'è un grande spreco di retorica giovanilista al Festival, si scomoda molto la qualità, come sempre quando ce n'è poca, ma la verità è che i bravi, quelli con qualcosa da dire, tentano altre strade, prescindono dal Festival, nascono già mettendosi in proprio, come Brunori che ironicamente, ma fino a un certo punto, si pone come una ditta, società in accomandita semplice. Illusione per illusione, meglio coltivarsele che affogarle in questo mercato di canzoni rinnegate, aumentate di numero ma degradate di peso specifico, poco più che sottofondi, come quando si va al supermercato e, intanto che si scelgono i prodotti, ci accompagna questo o quel motivetto computerizzato, la-do-re-mi-re-do, ma questo non aveva vinto Sanremo? Dicono tutti che sono qui per arte, avventura, rischio, amore della sfida, destino, coincidenze esoteriche, e che non pensano a vincere, non pensano al mercato. Lo dicono...

10 Febbraio Feb 2017 1405 10 febbraio 2017
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