Sanremo 6
Sanremo 2017
Sanremo

Sanremo, il Festival dei poteri forti

Un Festival figlio dell'inciucio Rai-Mediaset. Comici sposorizzati dai ras della televisione. Cantanti figli dei talent. Così l'Ariston diventa lo specchio della stagnazione della solita Italia. 

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da Sanremo

«È un Festival del già fatto», dice la signora del bar dove ogni mattina vado a far colazione, in orari da digestivo perché Sanremo in tempo di Festival vive di un fuso orario tutto suo. Un 'Festival del già fatto', per dire che ognuno ripete il suo personaggio. Carlo Conti non sbaglia niente perché non rischia niente. Maria fa ancora meno, ma risalta solo perché appare in corpo oltre che in voce, anche se «come una morta in piedi», dice uno che butta giù un caffè. Crozza rifà Crozza, solo più pontificale, oramai più che far ridere predica. È un comicoracolo che piace ai giornalisti, che si sforzano di ridere alle sue battute militanti ma, se ci credete, molto meno a quelli del bar, del supermercatino notturno: «A quello gli piacciono le palanche più che a Grillo». I cantanti fanno i cantanti e poi spariscono nella gelida notte di Ponente, comete scacciati da altre comete.

UN FESTIVAL MASCHERATO DA TALENT. Sanremo fa Sanremo, sconvolge la cittadina - «Ma magari, ma uno al mese ce ne vorrebbe, fino a giugno» - ma non più i gusti degli italiani, specie se giovani, e a poco gli serve mascherarsi da talent, nelle scenografie, negli stacchi di regia, nei rombi e sibili che anticipano una performance. A starci dentro, nella bolla, si capiscono diverse cose. Una fra le prime a risultare manifeste è la distanza tra informazione percepita e informazione reale: chissà come, la Rai, che organizza l'evento, s'imbatte solo e sempre in spettatori entusiasti e deliranti: «Cosa non le è piaciuto signora?», «Ma veramente niente, tutti straordinari».

«HA VINTO UNO DELLA DE FILIPPI, PERCHÉ NON LO DITE?». Se però ti trovano per la strada - il badge appeso al collo come carta d'identità, che all'inizio lo nascondi sotto il giaccone e alla fine ti stufi perché te lo chiedono ogni dieci metri -, il cosiddetto uomo della strada ti blocca, ti sfida: «Hai visto, tra i giovani hanno fatto vincere uno della De Filippi. Perché è suo, quello lì. Perché non lo dite?». E l'uomo o la donna della strada, della cassa, del forno, delle strisce pedonali, sarà anche uno che tira via, uno al quale non puoi spiegare la complessità delle sfere celesti, ma alla fine quando dice che il giovane Lele è roba della De Filippi se ne infischia delle giurie che fanno rima con coreografie, usa il suo rasoio di Occam e tutto sommato non sbaglia. E di uomini e donne - non di Maria, ma della strada (in senso figurato) - il cronista appeso al badge ne ha incontrati in questa settimana, ed erano molto, molto meno entusiasti di quelli casualmente rintracciati dalla Rai o da certi aggregatori di notiziole.

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ANSA

«Ah, io a un certo punto mi sono addormentata», dice la padrona del bar, ma non fa niente perché tanto lo share funziona anche a occhi chiusi. E infatti per tutta la settimana si è parlato più di numeri che di note, più di "valori" che di melodie. Quest'anno, sorpresa, scomparso anche il gossip, perché di che vuoi spettegolare quando tutti si definiscono tutto e il contrario di tutto? Numeri, percentuali e l'eventuale passaggio di Conti a Mediaset, con lui che smentisce, «roba da alieni dello spot, ho un contratto con la Rai fino a giugno 2019», ma nessuno gli crede, a cominciare dai giornalisti i quali, si direbbe, non tengano più in alcun conto un impegno scritto, lo sospettano in fama di post verità.

UNA MASSA DI INFORMAZIONI INUTILI. Ma tutti i numeri, le notizie inutili, i fiumi di parole e le schermate isteriche tutte in fila dei computer, i tablet, i notebook che vomitano miliardi di notizie perlopiù inutili, effimere, le vagonate di fotocopie ogni ora, con tanti saluti a chi vuol salvare il pianeta, gli stessi pezzi che abbiamo scritto un attimo prima e che ci ritroviamo, caldi pani di carta, sui nostri tavoli, le rassegne anche provinciali, ogni foglio locale il suo pupillo e il suo veleno per come è stato scartato o bocciato, «Sanremo ha sbagliato, Peppino meritava il Festival!», tutto ormai si perde nel vento e forse non c'è mai stato.

UNO DEI FESTIVAL PIÙ BIZZARRI DI SEMPRE. Vola via il Festival più bizzarro, dove si è vista ogni genere di stranezza che pareva del tutto normale. Un Festival dove la conduttrice di Mediaset ringraziava Piersilvio di essere a Rai Uno e il conduttore principe di Rai Uno doveva difendersi dall'accusa d'essersi compromesso con Piersilvio. Un Festival dove si scannavano a discutere del vestito di una stellina in fama di giornalista (proveniente da Sky) ma nessuno badava all'ambiguità di una operazione che, specie in caso di cachet, sarebbe da discutere seriamente a termini di Ordine dei Giornalisti. Un Festival dove il comico moralista faceva sarcasmo sulle larghe intese e si vantava di farne parte ma a debita distanza, «perché col cazzo che lavoro gratis» e nessuno lo trovava offensivo per un servizio pubblico che in precedenti edizioni lo aveva coperto di soldi.

QUASI TUTTI I COMICI DELLA SCUDERIA CASCHETTO. Un Festival che dava modo al critico Aldo Grasso di stupirsi del masochismo della Rai, ma in sala stampa invocavano: Maria l'Italia dipende da te, non andartene, torna anche l'anno prossimo. Un Festival dove è stata proposta, con entusiasmo dalla serietà agghiacciante, la doppia conduzione Totti-Ilary per l'anno venturo. Un Festival dove i cronisti, udite udite, mendicavano il portachiavi col pupazzetto di Carlo Conti. Un Festival dove quasi tutti i comici, dal citato Crozza alla Raffaele, alla Cortellesi che durante la prima serata ha avuto un traino lungo 15 ore (dalla conferenza stampa al dopoFestival), facevano parte della scuderia del superagente Beppe Caschetto.

Qui si tracciano percorsi, traiettorie si fanno e si disfano, si conclamano e si smentiscono poteri effimeri ma reali

Un Festival della Canzone Italiana le cui connessioni dipendevano da Tim, in mano francese. Un Festival dove tanti concorrenti stavano nella "scuderia" di una dei due conduttori, che li annunciava e insieme li sorvegliava, ma qui nessuno ha più voglia di impegolarsi in questioni che stanno bene a tutti. Un Festival dove si parlava d'altro, sempre d'altro, del calcio, della dignità in uno spacco, delle cliccate social, quest'allucinazione per cui se non hai una bella faccia da youtube non trovi cane che ti abbai. Un Festival dove la consacrazione doveva dipendere dalle giurie di esperti ma nessuno le conosceva. E allora viva l'Italia e viva il Festival che vive in stanze di paradossi: quanto più è frivolo, leggero, tanto più si percepisce pesante, incombente.

IL PROSSIMO FESTIVAL? DIPENDE DALLE ELEZIONI. Dopo una settimana di maledizione da pirati dei caraibi, ogni cosa è compiutala certezza che un'altra edizione va in archivio per non essere ricordata, tanto i numeri sono con voi e non importa se il cosiddetto Festival della Canzone Italiana, riscopertosi in un Ogm fra Sanremo, X-Factor, Amici e Uomini e Donne, sembra consumarsi nel moccolo di una gigantesca candela fioca. Perché fioco lo è stato, senza scosse, senza patemi, senza emozioni. Il prossimo anno si cambia, lo erediterà di nuovo Bonolis, oppure Fazio, dipenderà forse anche dalle elezioni, dalla legge elettorale, l'unica cosa certa è che il Festival si condensa in una frase di Mr Incredible: «Trovano sempre nuovi modi per celebrare la mediocrità».

IL TRIONFO DELLE LARGHE INTESE. A questo punto sarà chiaro perché l'abbiamo preso sul serio questo Carrozzone di ombre, questa sfilata di ugole in tetrapack: perché è una cosa seria, specchio di un Paese fino a un certo punto, sintomo di un Paese certamente: questa astronave che non va da nessuna parte è una cosa seria perché qui, anche qui, si tracciano percorsi, traiettorie si fanno e si disfano, si conclamano e si smentiscono poteri effimeri ma reali. Quello della Rai anzitutto, e in Rai potere è sinonimo di politica e così questo baraccone che nel finale dà il suo ultimo giro vede salire e scendere i volti di un potere interlocutorio, preoccupato, agitato: è l'Italia del potere che stringe le intese, larghe, larghissime, dilatate ma ferree, che non cambia ma si adegua, che sta sempre in campagna elettorale, che vede le sue alleanze tessersi e sfilacciarsi come tele di ragno esausto.

C'è un'aria di sbaraccamento qui a Sanremo, la sensazione respirabile e un poco intossicante che l'anno prossimo arriveranno altri eroi, altre comparse, sagome di un altro giro di potere. Intrecciate a tutto questo stanno le logiche televisive, fra network concorrenti (ma qui coincidenti), fra servizio pubblico e blasone commerciale: la sola storia di Fininvest-Mediaset, dei suoi pretori indiscreti, delle sue leggi televisive, del suo rapporto conflittuale ma ambiguo col servizio pubblico, basta da sola a farsi leggere come storia del potere in Italia.

SANREMO CON MARIA HA PERSO L'ULTIMA VERGINITÀ. Quest'anno siamo giunti al cortocircuito, alla saldatura del dna, CarloMaria e MariaCarlo ne escono politicamente più forti anche se l'Ogm sanremese ricorda un po' la mitologia di Kerényi, che «come la testa recisa di Orfeo continua a cantare anche dopo la sua morte, anche a lunga distanza dal tempo della sua morte». Con la De Filippi copilota è saltato l'ultimo argine, Sanremo ha perso l'ultima verginità, la sua favola di materna baldracca se ne vanta come quella di chi non ha più niente da difendere se non una pessima reputazione. Sotto i panni nasconde di tutto ed è questo che alla fine piace al pubblico. Mentre verrà decretato l'ennesimo trionfo di carta, che non servirà alle radio, alle classifiche, alla discografia, alla musica, già il pensiero corre alle valigie: a uno a uno se n'annamo tutti, malinconici stanchi orfani di un sogno che mai fu vero sogno, mai fu la realtà.

11 Febbraio Feb 2017 1317 11 febbraio 2017
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