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Cultura e Spettacolo
26 Dicembre Dic 2017 1800 26 dicembre 2017

Entreprecariat, Lorusso spiega i pro e i contro di essere imprenditori di se stessi

Una generazione di freelancer è condannata a una condizione di precarietà cronica. Una gabbia da cui si può uscire creando qualcosa di nuovo. Ma non è sempre facile. Parola dell'italiano che ha dato un nome a questa identità sociale.

  • Samuele Cafasso
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Un po' imprenditori, molto precari. E sicuramente scontenti, per non dire, più propriamente, preda dell'ansia e della paura. Chiamiamolo Entreprecariat, in italiano "imprecarietà", ovvero la condizione della «dissonanza cognitiva sperimentata dai nuovi lavoratori, immersi in una sorta di ipnosi collettiva che fa del mondo una mastodontica start-up. La società del rischio riguarda tutti: siamo tutti risk-taker». La parola è stata coniata da un designer di stanza nei Paesi Bassi, Silvio Lorusso, come frutto di una performance artistica che è poi diventata una riflessione collettiva di giovani artisti, intellettuali, freelancer a vario titolo. E che nel 2018 diventerà un libro, edito in Italia per Krisis Publishing.

NASCE TUTTO DAI FLOP. Tutto nasce nel 2014 quando Lorusso pubblica online Kickended, un sito che raccoglie tutti i progetti di crowfunding sul sito Kickstarter che hanno totalizzato zero dollari. I flop, insomma. Aspiranti scrittori che vedono infrangere i loro sogni sugli scogli del disinteresse collettivo, prodotti mai realizzati, ambiziosi nuovi business che non vedranno mai la luce. L'obiettivo dichiarato è rovesciare la retorica del successo a portata di mano che contraddistingue il crowdfunding, ma non solo: «Un modo per incoraggiare una visione realistica dell'auto-imprenditorialità». Il progetto viene ripreso dal Guardian, da Buzzfeed, dal Washington Post. E diventa il punto iniziale di un percorso che ha dato vita a fanzine, riflessioni accademiche, performance artistiche, articoli di giornale.

LA MANCANZA DI SCELTA. «Sono partito da me, dalla mia vita. Ho frequentato un dottorato a Venezia e, subito dopo, mi sono trovato nella situazione di dovermi promuovere come imprenditore di me stesso, allo stesso tempo c'era una evidente difficoltà e fatica della condizione in cui mi trovavo». La dissonanza cognitiva, secondo Lorusso, che adesso lavora in due università a Rotterdam e gestisce come freelancer diversi progetti, è tutta qui: «Da una parte lo spirito imprenditoriale, l'imprenditorialità, dovrebbe essere qualcosa che tu scegli, uno spirito d'iniziativa che puoi avere come no. Dall'altra, bisogna ammettere che la precarietà che vivono alcune categorie di persone – designer, artisti, giornalisti, ricercatori – rende questa una strada obbligata, non hai scelta, e il brutto è che non sempre funziona. Anzi, molto raramente».

Silvio Lorusso (foto di Tjaša Kalkan).

Gli imprecari sono i lavoratori creativi che la mattina cercano soldi e finanziatori per le loro idee e i loro progetti e, intanto, nei ritagli di tempo lavorano per Foodora. Sono i tanti giovani americani che su Kickstarter propongono la loro storia e il loro progetto di vita per ripagare i debiti universitari e potersi permettere quello stage non pagato fondamentale per entrare in un mercato del lavoro sempre più competitivo. Sono le partite Iva italiane che incastrano tre lavori diversi per tirare su un reddito decente. I ricercatori che saltano da un contratto all'altro in attesa di una stabilizzazione che non arriva mai. E molti altri.

O ATTEGGIAMENTO POSITIVO O FUORI. Il fatto, sottolinea Lorusso, «è che uno non può descrivere questo stato di precariato senza far riferimento a un genuino entusiasmo, talvolta a un'euforia, che spesso emerge in queste condizioni». Gli imprecari, vittime di orari massacranti, alle prese con conti che non tornano mai, sono in effetti animati da uno spirito imprenditoriale che li spinge a volgere quello che è precariato in flessibilità positiva. Anzi, è proprio il mercato dove si posizionano a richiedere loro di avere un atteggiamento positivo, pena l'essere tagliati fuori. Ma l'imprecariato è anche di più, è qualcosa che sta plasmando lo spazio e il mondo intorno a noi. Sorgono ovunque luoghi dove si possa lavorare, perché gli imprecari non si fermano mai: bar, librerie, biblioteche, aeroporti, tutti spazi attrezzati per poter lavorare in qualsiasi momento. Allo stesso tempo, i luoghi di lavoro incorporano quelli di svago – palestre, bar, salette per incontri – in una saldatura perfetta che rende la nostra vita un flusso indistinto.

NUOVI STATUS SYMBOL. Ci sono, sempre più numerose, app per la gestione del tempo, la vera risorsa scarsa di una popolazione che ha fatto del «sono occupatissimo in questo periodo» uno status symbol, la pausa e il riposo qualcosa di cui vergognarsi. E, intanto, imperversano i manuali di self-help, le metafore sportive per descrivere la propria vita, la mitizzazione di imprenditori e manager che hanno costruito la loro carriera su giornate lavorative di 18 ore e solo quattro di sonno. Tutto nella logica di essere imprenditori di se stessi, un prodotto che vendiamo sui social e sui nostri blog personali, costruiti in maniera sempre più attenta per impressionare, presentarci al meglio.

Questo è lo sforzo che riempie le vite di molte persone. Eppure, sostiene Lorusso, non le rende felici e, solo in rari casi, consente loro di sfuggire a una precarietà che rende impossibile immaginare per se stessi un futuro stabile. «Non torneremo mai a una società 8-8-8, divisa tra lavoro, sonno e vita privata. Dalla flessibilità non si torna indietro, la nostra generazione non ci rinuncerebbe mai. Ma questo non può diventare una gabbia», spiega immaginando una rete di protezione pubblica che, a oggi, non esiste. La flexicurity, insomma, molto dibattuta e mai attuata.

DALLA COMPETIZIONE ALLA COOPERAZIONE. Il progetto che ruota intorno a Entreprecariat è anche questo, uno sforzo mentale collettivo per uscire da una situazione che finora i singoli hanno affrontato da soli, ma con scarsi risultati. «La spinta competitiva che anima le vite di ciascuno di noi forse è una parte del problema», conclude Lorusso. «Se le stesse energie fossero applicate a creare dinamiche più cooperative, collettivistiche, anche a livello di movimenti di protesta, forse questa logica potrebbe essere rovesciata. È quello che stanno facendo anche i nuovi sindacati: utilizzare lo spirito imprenditoriale per difendersi insieme, per cambiare il rapporto con i grandi attori economici».

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