Rambaldi Tre
LA MODA CHE CAMBIA
28 Gennaio Gen 2018 0900 28 gennaio 2018

Anche alle sfilate si piange per il lavoro dei giovani

L'emozione in passerella viene per la fatica di Marco Rambaldi. O per un Betterelli da troppo tempo emergente. Per quei ragazzi che mettono tutti loro stessi nel mestiere della moda. 

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Aiuto. Dev'essere l'età che avanza. Ma mi sono commossa per la sfilata haute couture di Valentino, che avevo visto in anteprima di primo mattino in atelier, e mi è spuntata la lacrimuccia poche ore fa vedendo il giovanissimo Marco Rambaldi uscire emozionatissimo alla sua prima vera sfilata, nelle giornate di Altaroma, dopo aver vinto in questi anni tutti i premi più prestigiosi (Camera Nazionale della Moda, Who’s on Next) e aver lavorato a testa bassa, fra consulenze e panini consumati a notte fonda, per poter finanziare la sua linea.

EMOZIONE COME ESIBIZIONE. Piangere è una moda, soprattutto in pubblico: in televisione è una gara a chi lo fa in modo plateale, garantendosi dunque un'impennata nello share; sulla stampa, uno dei dieci sostantivi più usati nel 2017 è stato «emozione». Un'emozione superficiale, sfacciata; pura esibizione. Se mai vi capitasse di mettere la mani sull'ultimo numero del New Yorker, vi consiglio di cercare la strepitosa intervista impossibile a William Shakespeare e farvi due risate sulle frasi fatte che gli hanno messo in bocca quei due geni comici di Mike O’Brien e Fred Armisen. Un profluvio di banalità e luoghi comuni alla Sean Diddy Combs in salsa rap e bagnati di lacrime di gioia e speranza (fatto salvo il «Giulio Cesare perché l'ho scritto sotto acido in un momento difficile di cui ora mi pento davanti ai miei fan»).

UN PIANTO DI STIMA E PER I GIOVANI. A commuoversi per la moda si rischia di sembrare quelle vecchie babe di cui parlava già Diana Vreeland, che alle sfilate di Cristobal Balenciaga scivolavano dalle sedie e sbavavano, in deliquio. So tutto questo, e me ne dolgo parecchio. Però non c'è niente da fare: piango, mi commuovo, caragno come si dice in milanese, prima persona singolare del vernacolo caragnare ovvero frignare. Lo faccio per motivi di affezione, ma anche per stima e, spero, comprensione delle difficoltà a cui i giovani soprattutto andranno incontro per affermare «la propria visione», cioè il proprio prodotto moda, quando gli ostacoli sono tanti e richiedono non solo denaro e carattere, per essere superati, ma anche doti di diplomazia, capacità di convincere, abilità nelle pubbliche relazioni.

Un capo della collezione Rambaldi (Ansa)

Vedere tutti questi ragazzi che mettono in gioco se stessi per anni e anni, talvolta decenni, prima di potersi affermare o senza riuscire a farlo, scatena davvero ammirazione e soprattutto emozione. Osservarli mentre si illuminano tutti e un po' arrossiscono davanti alla loro prima telecamera accesa, alla prima citazione, è una gioia paragonabile a quella che mi (ma anche "ci", non sono certo la sola a provare orgoglio per quelli che ce la mettono tutta) coglie quando porto uno studente alla laurea summa cum laude, il famoso centodiecielode e anche lì vengo richiamata dal presidente di commissione per gli occhi lucidi e il mascara inusualmente brillante.

BETTERELLI, EMERGENTE DA TROPPO TEMPO. Non vanno sempre avanti solo con le proprie gambe, questi ragazzi, e alcuni rimangono emergenti per un tempo decisamente lungo.
Silvio Betterelli, per esempio: leggo sul web che ha trentasei anni, eppure lo conosco da almeno quindici, da quando cioè portò in passerella ad Altaroma una straordinaria gonna fatta con le campane dei pastori della sua Sardegna. Ha studiato in Italia e a Londra, sa di taglio e di marketing e i suoi abiti sono davvero bellissimi. Eppure, presenta ancora nel progetto Showcase che la rassegna romana, sempre più orientata alla promozione dei giovani nonostante qualche sbavatura e una certa propensione della stampa locale a seguire solo le sfilate di maison di alta moda decotte o del tutto scomparse dal mercato, destina alle giovanissime leve come il duo Greta Boldini.

QUESTE SONO LACRIME DI RABBIA. Si piange sì di commozione e di orgoglio, ma anche un po' di rabbia davanti a storie come la sua, domandandosi che cosa non abbia funzionato, dove si sia inceppato il meccanismo. E soprattutto perché, in questa città che forma talenti artigiani dal Cinquecento (nella moda ci sono le scuole professionali come l’Accademia, ma c 'èanche l'Università La Sapienza che inizia a posizionare figure preparate nel marketing, nella comunicazione, nel retail), non si veda mai un buyer disposto a scommettere davvero su di loro anche se, come dicono alcuni compratori, riuscire a ricevere gli ordini effettuati da questi giovani che stentano a trovare le forze per produrli e mantenere i minimi garantiti promessi è difficile, e anche se i media, a loro volta in difficoltà, tendono a sostenere solo gli investitori pubblicitari e cioè chi li mantiene.

IL BISOGNO DI UN NUOVO PATTO. C'è davvero bisogno di un nuovo patto fra industria, commercio e stampa per sostenere questi giovani. Ma il rischio non può essere assunto dai soli referenti pubblici che, l'Ice fra i primi, si fa carico di portarli all'attenzione dei privati, cioè e appunto buyer, stampa e i determinanti clienti finali, sempre un po' restii a spendere per un nome che non possano sfoggiare come segno di potere o di prestigio. E anche per questo, ogni tanto, viene un po' da piangere.

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