Trio Sanremo
Sanremo 2018
Ariston
Il GUASTAFESTIVAL
6 Febbraio Feb 2018 1347 06 febbraio 2018

Sanremo 2018, un festival che parte sottotono

Aria poco elettrizzata. Entusiasmo ai minimi termini. La 'zona rossa' quasi derelitta. Eppure la kermesse dell'Ariston, nella sua micidiale frivolità, resta una importante occasione per gli italiani di specchiarsi in se stessi.

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C'è questa morte, risalendo verso Sanremo, questa morte tutta bianca che tutto copre, tetti, prati, marcite, macchie di pioppi e stabilimenti spiaggiati nel candore, macchine arenate nel deserto candido fuori dal finestrino, paesi che sfilano, cartelli di stazioni. Comincia a Milano Lambrate, a Rogoredo, continua e s'ispessice a Pavia, a Voghera, casalinghe in giro nessuna, un turbinìo di polvere scintillante e mortale, per i boschi, i colli, le spianate che sembrano franare di neve addosso al treno che invece prosegue, li elude, ora s'inoltra nella Liguria aspra, speriamo che in Riviera cambi, ma non c'era l'inverno mite in Riviera?

SANREMO? UN NOSOCOMIO. E in Riviera la neve non c'è. Però ci fa lo stesso un freddo maledetto. Più dell'anno scorso, che, costernati, ti dicevano «lei è stato sfortunato, a quest'ora di solito già le avvisaglie di primavera, ma quest'anno è il vento, il vento». Il vento non c'è ma c'è la pioggia, che la notte diventa nevischio e in giro nessuno. Altro che Movida! Nelle trattorie siamo tutti e condividiamo starnuti, grugniti, tossicchiate, Sanremo, se lo volete sapere, è un cronicario, un nosocomio. «Sono i ceppi, quest'anno sono resistenti i ceppi». Si vede che hanno avuto la meglio anche sui fanatici. La sera di lunedì 5 febbraio giusto qualche refolo di eccitazione sul red carpet - «Guarda, c'è Red Canzian!» - ma si sono dispersi in fretta e sla mattina dopo, sorpresa, quelli in divisa guardavano truci tre o quattro vecchiette indistruttibili come quella di Paolo Villaggio, che «partì al traino dello scippatore e aveva un'autonomia di 240 km».

Uno della Rai, giovane, lo ammette: «Gli altri anni il Festival davvero sconvolgeva la città, stavolta quasi non si avverte, la normalità più totale»

«Sì, poco movimento quest'anno, è vero», conferma dentro il teatro uno della security col pistolone in fondina, «ma la pistola è una brutta bestia, bisogna non doverla usar mai, mica come questi giovanotti di oggi che si credono Serpico». Ha l'accento simpatico, di Follonica, «come il mio concittadino Riccardo Fogli, faceva il gommista, poi è entrato nei Pooh, poi la Patty, eh, si sa, com'è andata, però ora lo rivedo volentieri». Anche uno della Rai, giovane, che ci lascia aspettare prima di farci salire a registrarci – qualcuno già stravolto, già polemico di mattina presto – lo ammette: «Gli altri anni il Festival davvero sconvolgeva la città, stavolta quasi non si avverte, la normalità più totale». È vero. Il traffico sanremese di mattina è allucinante come in una metropoli, sono vie strette, si intasano subito; ma la zona rossa del Festival, quella è quasi derelitta, almeno in questo primo giorno. Perché il Festival per “quelli a casa” comincia stasera, ma per noialtri qui dentro è già partito.

UN'EDIZIONE LOW PROFILE. La sala è troppo piena e odora di polvere. Non quella dell'abbandono e della sporcizia, tutt'altro: sa di nitore vergine e di attesa, di passi ancora svagati, di rituale eccitante e stanco, di posto dove si sta in troppi e troppo a lungo, dove si scrive, si spettegola. Si ritorna. Uno a uno, il presepe si popola. Ci si ritrova. «Sai? Noi ci scriviamo sempre, ci eravamo dati appuntamento...»; «Esatto! Giuseppe!». Ecco perché Sanremo è così richiesto, perché nella sua micidiale frivolità resta importante alla fine della fiera: perché è una delle scadenze nazionali insieme al Natale, al compleanno e alle ferie d'agosto. È il segno che un altro anno è passato e ci si ritrova qui, a fare i conti con se stessi specchiandosi negli altri. E, come sempre, in questa sala stampa concentrazionaria, tutto è uguale, però è diverso, però è uguale. Milleseicento dodici mesi fa, 1350 oggi, l'abbiamo detto che parte un po' in austerity questa edizione.

L'ESERCITO DI GIORNALISTI, BLOCCO COMPATTO E MUTANTE. Sanremo è comunque un posto che, almeno di facciata, legittima il vecchio detto della stampa contro il Potere: «Noi saremo ancora qui quando voi sarete andati via». Passano i conduttori, le vallette, che adesso si chiamano co-conduttrici altrimenti vai dritto davanti al plotone di esecuzione per le pari opportunità, passano (ma tornano) i cantanti, ma la stampa è sempre qui, certo con un fisiologico, seppur lento, ricambio al suo interno, ma parliamo del corpaccione, del blocco compatto e questo permanere è vero e non è vero, subisce anch'esso mutazioni genetiche.

Tanto per cominciare, è saltato completamente quel patto non scritto che aveva retto per decenni, anche al Festival, e che si basava su un preciso rispetto delle gerarchie: noi da una parte, voi dall'altra, ci cerchiamo a vicenda, ci serviamo a vicenda, licenza di leccare il culo come di criticare, ma ci sono dei limiti da non oltrepassare, delle confidenze da non eccedere, pena la ritorsione in forma di boicottaggio oppure di recensione corriva, vendicativa. Adesso è difficile distinguere in base ai ruoli, i giornalisti si son fatti guitti, istrioni, gli artisti ambiscono a scrivere, a criticare anche se quasi mai sanno farlo.

TUTTI AMICI A SANREMO? UNA FAMIGLIA AMBIGUA. I corpaccioni si sono mescolati sino a fondersi in un blob che assorbe qualsiasi cosa, tutti dentro che possono criticare tutti, salire sulla ribalta con tutti, il che complica non poco le cose. Si vedono cose felliniane, abbracci, appuntamenti, giudizi concordati ex ante, alla luce del sole, cose imbarazzanti senza imbarazzo alcuno. E così, la stampa che resta, che ci sarà anche quando il Potere di turno sarà passato di mano, non si accorge, o forse si accorge, di essere passata anche lei, di essere altro, una bestia strana, dalle zanne di spugna, «che stanno in fila per tre, che sono bravi e che non piangono mai». Senza ritegno ma anche senza soggezione, come per impulsi pavloviani. Tutti amici a Sanremo, tutta una famiglia ancora no, ma una familiarità ambigua certamente.

UN FESTIVAL SENTIMENT. Il risultato è che veniamo allegramente snobbati. Oggi, che sarebbe la conferenza stampa del primo giorno di Festival, né Claudio né gli altri si fanno vedere, «sono giù con gli autori a prepararsi». Invece ci sono funzionari che leggono dei comunicati e parlando di «forte sentiment per i valori delle donne». È un festival sentiment. Anche verace, qui hanno lanciato la parola d'ordine che sarebbe «carbonara, perché la carbonara, come il festival, unisce l'Italia». Meno male. La Pausini ha la raucedine, alla prima serata non c'è ma sabato di sicuro, che forse le conviene pure: a un cronista che ci legge una manfrina, per non dividere l'attenzione con Fiorello, il direttore di Rai 1 Teodoli risponde: «Lei può leggerci quello che vuole». In compenso vedremo quello dei Thegiornalisti, Tommaso Paradiso che piace alle donne. Con Morandi, del quale è coautore.

Il gentile, sorridente Baglioni è inavvicinabile, a parte dai pochi 'senatoRai' come Mollica

Il gentile, sorridente Baglioni in altre parole è inavvicinabile, a parte dai pochi 'senatoRai' come Mollica. Lui non è qui per essere intervistato ma per proclamare, come e più di Carlo Conti che in tre edizioni di Sanremo, 18 conferenze stampa, è riuscito a non dire mai niente. Uno poteva saltarle, le conferenze stampa di Conti, poi inventare, metterci dentro un po' di luoghi comuni sul calcio, sui dati d'ascolto e sulla «qualità», e avrebbe fornito un resoconto fedele. Baglioni è più tecnico, uno che conosce le armonie e le dissonanze, ma pur sempre direttore artistico-conduttore-conducente che qui al Festival ricorda il Megadirettore Laterale di Fantozzi, ha poteri totali sugli “inferiori” cioè tutti, salvo il presidente Galattico che però nessuno vedrà mai perché è una Entità. Ma che problema c'è? Uno pare lo abbia chiamato “dittatore artistico” e a Claudio è piaciuto, lui deve sentirsi un po' imperatore, anche se sulla graticola: «E poi dicevano che volevo fare tutto io!», motteggia un imbiancato Pippo Baudo in un amabile trailer. Ma quando Pippo si è fatto vedere qui all'Ariston, per le prove, a mezzo secolo dalla prima conduzione non ha trovato nessuno a riceverlo, Claudio, Michelle e gli altri tutti a cena e lui giustamente se l'è presa. Mercoledì 7 febbraio però ci sarà.

QUEL CONFLITTO DI INTERESSI DELLA F&P GROUP. In realtà, per la voce di mille incanti sentimentosi è una vetrina a doppio taglio: Claudio si gioca molto e lo sa, da Sanremo si esce trionfatori o massacrati. E anche se le date dei suoi concerti per il 2018, che segna i 50 anni di carriera, sono prodigiosamente raddoppiate, questa è tutta un'altra storia e lui potrebbe tornare sui palchi con una immagine più scintillante oppure, Dio non voglia, appannata. Per non rischiare s'è farcito di ospiti, una marea, uno sfinimento contarli, la carica dei 21 (finora), per non sbagliare tutti della sua stessa agenzia, la F&P Groups che è della Warner e di Ferdinando Salzano. Quest'anno va così, dopo le infornate di Lucio Presta prima, di Beppe Caschetto quindi. E a chi gliene chiede conto, come Silvia Truzzi del Fatto, Claudio molla una non-risposta da manuale: «Se loro hanno il meglio e sono anche miei manager...». Come a dire: così è se vi pare, e anche se non vi pare. E il discorso è chiuso, ave Claudio. Ecco l'immagine oleografica di noi quarto potere a Sanremo, ecco il presepe meccanico della stampa, che non cambia ma cambia.

Su tutto, aleggia la politica, il convitato di pietra mai così pesante proprio perché evanescente. Nessuno nasconde che questo sessantottesimo giro di Festival è interlocutorio, serve a prendere tempo in attesa di elezioni che arrivano fra meno di un mese e elezioni vuol dire governo e governo vuol dire Rai e Rai vuol dire Sanremo e Sanremo vuol dire presentatori, ospiti, e quindi manager, agenzie, cantanti. Tutto incatenato alla politica. Tu chiamalo, se vuoi, spoil system. E siccome lo sapevano già che queste elezioni rischiano di non risolvere niente, così come lo sapeva Conti che ha rinunciato a ponti d'oro per non rischiare, hanno preso Baglioni che presentatore non è, lui è un musico melodico e dà una parvenza di moderazione. Il Gentiloni del Festival. Lui sorveglia, dirige, le veline Hunzicker e Favino eseguono, oliano. Nessuno si fa male, questa almeno la strategia. Non farsi male vuol dire non scendere, tassativamente, sotto il 40% di share. La Rai sogna il 60%, Mediaset, che ha annichilito ogni controprogrammazione, le dà una mano e anche due. Sono i valori del Festival.

IL CASO HUNZICKER. E sì che di convergenze avvelenate non ne mancano. La Hunzicker, per esempio, divisa, sezionata fra Rai e Canale 5, tra Festival e Striscia, tra Ricci che svelena su Baglioni e Claudio che non raccoglie e Michelle se la cava alla maniera dei diplomatici di carriera: «No comment». E lei ride, ride. Ride anche se, povera svizzera, la tirano in mezzo da tutte le parti, pure nella faccenda della Bongiorno, candidata con Salvini e subito attaccata. E così si viene a sapere, proprio qui, in sala stampa, che Michelle e Giulia hanno querelato ufficialmente la Lucarelli per diffamazione della loro associazione a tutela delle vittime di sesso femminile. A Sanremo ci sono fiori ma anche spine; valori da difendere, da agitare come mazzi di rose in mano a donne che aiutano donne, ma che non si amano fra loro.

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