Trio Sanremo
Sanremo 2018
MICHELLE
IL GUASTAFESTIVAL
8 Febbraio Feb 2018 1406 08 febbraio 2018

Sanremo 2018, specchio dei difetti e dei vizi dell'Italia

La soluzione infelice del finto caso MetaMoro. L'arroganza della nomenklatura. Il nulla delle canzonette. La pochezza dei testi. All'Ariston va in scena l'oscenità del politicamente corretto. Inteso alla Carmelo Bene, naturalmente.

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Dice la critica musicale e giornalista Marinella Venegoni che il Festival di Sanremo rappresenta suo malgrado l'Italia dei difetti, per dire il provincialismo nazionale e ha ragione. Prendi la disinvoltura italiana nell'applicare o meno le regole, il discutibile concetto di trasparenza che gira a Sanremo. In una conferenza stampa polemica, con momenti di grande imbarazzo da parte della nomenklatura, si sancisce che Meta e Moro sono "puliti" e quindi vengono scongelati, non gli hanno fatto niente, non è successo niente. «A conferma della nostra massima trasparenza», dice il funzionario Rai, hanno considerato quanto segue: il nostro regolamento, scritto da noi, interpretato da noi, legamente valutato da noi, decide che possiamo fare quello che vogliamo (leggi le pagelle della seconda serata e il reportage Sanremo, specchio dei vizi dell'Italia).

"METAMORO"? NON ROVINIAMO LA FESTA. In sala stampa, sollevata, scoppia l'applauso infame. Ci basta aver salvato il polverone ma siamo gente responsabile, perché rovinare una così bella festa? L'uno e l'altro hanno già prenotati i sold out per palazzetti e arene, a conferma che quella loro è una operazione assemblata per tempo, con scienza e coscienza. Vorrai mica mandar tutto all'aria? Poi sono primi sui social, su iTunes, di che altro abbiamo bisogno? Morale della favola, sintetizzato dal trasparente comunicato ufficiale: sì, i brani sono sovrapposti, sì, gli autori sono sovrapposti, sì, ci sono parti di imbarazzante analogia, sì, si sono copiati da soli, sì, c'è un buon minuto di pezzo che è lo stesso, sì, il brano originale era già edito, uscito sulle piattaforme, anche della Rai, dunque il brano sanremese è assolutamente inedito. Un cronista non ci sta: «Voi vi siete spaventati per la rivolta del web, gli hasthag #salviamoermalmeta, questo conta più della storia di Sanremo e della Rai?». Un altro, un hipster seduto prossimo a me, bofonchia: sì ma guardiamo oltre, bastaaa.

UNA PICCOLA STORIA DISONESTA. Basta? Ma è la Rai stessa, incalzata dalla stampa, quella seria almeno, quella che resta decente, ad ammettere che qualcosa non torna, che «il regolamento senz'altro è datato», che questa è una piccola storia disonesta, un po' squallida risolta in modo ancora più triste. Con una certa maleducazione di fondo che si conferma giovedì, in questa conferenza mattutina tesa dove le mascelle si stringono, si recupera la durezza di un potere che però non può negare la sua mediocrità. Baglioni e gli altri arrivano con un'ora di ritardo, i due artisti presi in castagna neanche si fanno vedere, ci pensa l'apparato, la nomenklatura da Politbüro di servizio pubblico. Dicono che Claudio non ne sapesse niente, lui in effetti ostenta un disinteresse perfino strafottente, «Allora? Avete risolto?». Ma bisogna capire la posizione di uno che, come dicono qui, «è stato trovato col culo scoperto ma non è colpa sua, lui anzi è abbastanza incazzato». Certo qualcuno sapeva. Ma non è vero che fosse tutto combinato, che da questa farsa i due ricaveranno vittoria sicura, che i social (i social?) li hanno consacrati. Non è così, avevano già la vittoria in tasca, non serviva tutto questo polverone, uscito male, gestito malissimo. Casomai finiranno in fama di blindati, di predestinati, potenti figli di potenti. Ma che fa?

Ermal Meta e Fabrizio Moro.

Sì, ha ragione Marinella. Sanremo nel suo gioco di specchi finisce suo malgrado per svelare, disvelare la sostanza. Da una parte l'arroganza dell'apparato, della macchina Rai; dall'altra la rassegnazione suddita del popolo televisivo che non cambia canale, mercoledì sera flessione fisiologica ma pur sempre 47,7% di share, record decennali che saltano, in quasi 10 milioni inchiodati alle gag di Baglioni che fa Biancaneve (1 milione però si è perso per strada) (guarda il meglio e il peggio della seconda serata). In mezzo i giornalisti che non sanno più a cosa servono e se servono, trattati con rude familiarità, per nome, col tono affettuoso da «non fare lo stronzo» se uno si allarga un po' troppo.

L'IPOCRISIA MORALE. PER LE DONNE IN PRIMIS. Sanremo dei vizi privati e pubbliche virtù anche nell'ipocrisia morale, sul palco tutta una primavera di valori, per le donne in primis. Ma qui non serve essere femministi per capire che per le donne c'è poco riguardo o per meglio dire vengono trattate senza nessuno sconto dalla Rai, severa ma giusta quando le conviene. Qui il gender, la fluidità, la commistione dei generi sono già acquisiti, almeno a livello di interlocuzione: tutti accolti con la stessa amabile malagrazia.

Qui non serve essere femministi per capire che per le donne c'è poco riguardo o per meglio dire vengono trattate senza nessuno sconto dalla Rai, severa ma giusta quando le conviene

L'apparato Rai è di marmo, complica le cose, prendiamo i mitici pass per le sale stampa: per definizione dovrebbero farti passare, invece ti limitano, ti impastoiano, un mare di difficoltà, di impedimenti per trasferirsi dal “Roof” alla “Lucio Dalla” che sta a 100 metri, ma perché santo Dio se siamo tutti qui a lavorare, se ci controllate mille volte? Non lo capite che abbiamo anche bisogno di trovarci, litigare, scambiarci una dritta? E non lo capiscono: «Potete usare il telefono». Ma come vi permettete? Questo non è fare i giornalisti, è restare prigionieri di una app.

GIORNALISTI O PUBBLICITARI? Ma non c'è verso, ormai giornalista nella percezione comune vale produttore di comunicati, di faccende marginali o esotiche, dall'approccio forsennato, algoritmico, dallo spreco di materiale a peso, tot al minuto, al secondo, eruttato da dispositivi che lo producono in serie e riempiono l'aria di parole usate per dire quello che non si sa o per mentire. Lo riassume con involontaria efficacia il sindaco di Sanremo: «Grazie anche ai giornalisti, che danno una bella immagine della città». Pubblicitari, agenti turistici. Sparita la facoltà critica, analitica, la prospettiva di insieme e di lungo periodo che si sottrae alla contingenza e si chiede cosa resterà di tutto questo nulla fra una settimana, fra un mese, una volta scoppiata la bolla.

UN TEATRO BLINDATO. Bolla d'amianto. Siccome «Non mi avete fatto niente», per dire non abbiamo paura come vuole il pacifismo irenista lennonista, siamo blindati come a Falluja, come a Raqqa o sull'Aspromonte della 'ndrangheta, invece siamo a Sanremo e nugoli di divise, di baschi per traverso, di pistoloni, di mitragliette discrete vegliano su di noi. Quest'anno hanno messo un assurdo check-in in prossimità del teatro e a varcarlo ci vuole mezz'ora di fila. Per i semplici curiosi è eccitante, ma se devi correr su a scrivere un'ultim'ora – Dio, che sarà successo a “MetaMoro”? Li avranno giustiziati? - dopo un po' cominci ad agitarti come Lino Banfi cameriere nella gag dei caffè, che a forza di berseli tutti lui impazziva. Anche perché una soldatessa, vigilantessa, non si capisce bene, ti blocca: «Lei! Apra la valigetta!» e dentro ci sono le tue poche cose, il pc, una cuffia per isolarti dalle conferenze stampa dei Kolors, e tanti, tanti composti farmaceutici. Legali. «Vabbè passi ma le conviene andare per il gate 5».

IL GUASTO E LO SFOGO. Ma che ne so io dove è il gheit 5, ma possibile che non basti neanche il badge con la faccia stravolta - tutti che in ascensore ci guardiamo i badge, non le facce vere - per capire chi siamo, da dove veniamo? Arrivi su al Roof già stravolto da questi percorsi di guerra, questo sentirti sempre embedded e subito trovi l'elettricità staccata, il solito guasto. E siccome la macchina nella sua efficientissima inefficienza mi ha davvero stufato, questa volta comincio a dar di matto, mi abbandono a una serqua di imprecazioni da indemoniato col primo che capita e devo avere la faccia giusta perché presto arriva un omino preoccupato e sistema tutto. Io mortificato, sbollito, vorrei scomparire, ma ormai è fatta. Da quella volta i colleghi mi guardano in modo diverso.

Michelle Hunziker, Claudio Baglioni e il Volo.

Intanto, in conferenza stampa il direttore di rete Teodoli dà i numeri, sgrana percentuali: a sentirlo, pare che Sanremo, questo Sanremo sia la trasmissione più seguita, amata dalla diretta dello sbarco lunare con Ruggero Orlando e Tito Stagno che, sul Pianeta terra, litigavano. Basta, sbuffano gli aspiranti giornalisti gossippari, gli entusiasti a prescindere, basta, che noia, ma non eravamo qui per divertirci? Ma deve per forza succedere qualcosa? Non possiamo guardare oltre?

SOLO PORNOGRAFIA SENTIMENTALE. Già, ma oltre che? Oltre gli scolli e gli scosci zvizzeri di Michelle? Oltre la maschera stravolta di Baglioni, che arriva, si siede e sbadiglia clamorosamente? Non certo oltre le canzoncine, che di sostanza ne hanno davvero pochina e qui un passaggio bisogna pur spenderlo. Se vuoi dire qualcosa, anche con una canzone, puoi «fare l'unica rivoluzione possibile che è quella che parte dai sentimenti», per dirla con Flaiano. Solo che a Sanremo non c'è posto per i sentimenti perché si parla d'amore, vale a dire pornografia sentimentale: la tradizione, una certa tradizione, su queste tavole, è una dittatura. Oppure puoi parlare dei contenuti, delle cose che succedono nel pazzo mondo e qui ci si limita ai soliti due o tre temi di tendenza, le donne, i migranti, il terrorismo globale come mero incidente di percorso, sempre con accenti patetici, dunque falsi, tendenzialmente strategici. Cosa che, per inciso, comincia a irritare anche nella pur politicamente correttissima sala stampa.

IL PALCO A CAZZARI ED EGOCENTRICI. Ci sarebbe un'agenda che non finisce più, dalla politica orizzontale all'internet delle cose, dallo smembramento dell'individuo ridotto a pacchetto di dati alla perdita della memoria inghiottita dalla Memoria, dall'annullamento dell'identità al moralismo immorale al conformismo inevitabile, la dittatura del neolinguaggio e del pensiero. Eccetera. Naturalmente una canzone non è un trattato e può sfruttare il diverso registro allegorico, farsesco, satirico. Solo che occorrerebbe approfondire un tantino, spendere qualche tempo sui testi giusti, maturare riflessioni e stravolgere in codici poetici. Roba complicata, meglio la goliardia finto-impegnata dei cazzari dello Stato Sociale o gli Elii in eterna andropausa egocentrica. Senonché, richiamarsi allo stato sociale così - in modo apodittico, senza un minimo di conoscenza analitica del mondo che sta cambiando, sta svuotando di senso l'aggettivazione stessa delle garanzie sindacali e sociali - e lascia il tempo che trova. Oppure resta, appunto, la pornografia sentimentale.

L'OSCENITÀ DEL POLITICAMENTE CORRETTO. Resta la incredibile Michelle che di tutte le canzoni ascoltate, dice che le è rimasta la sigla poppoppoppòò, immagina la felicità di tutti gli altri. Poi spiega che «Claudio è un manico». Resta il caso MetaMoro infelicemente risolto, nella demente soddisfazione di parte di una stampa più imbambolata che embedded, stupida, dove i ricambi sono desolanti, qualche giovane idiota arriva a parlare di «discriminazione ingiusta a Ermal Meta a causa delle sue origini balcaniche». Altri, autentici leccaculo, paragonano la Hunziker a Baudo. Pornografia sentimentale, oscenità da politicamente corretto. Nel senso di Carmelo Bene, osceno come fuori di scena, «visibilmente invisibile di sé». Come l'autoplagio che c'è talmente tanto, che alla fine non c'è.

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