SANREMO4
IL GUASTAFESTIVAL
10 Febbraio Feb 2018 1730 10 febbraio 2018

Sanremo, addii e bilanci dell'edizione 2018

Un Festival antico. Più simile a una Canzonissima mediocre. Ma che riesce a macinare record di ascolti. Strizzando l'occhio ai social. Claudio infiorato e utilizzato come juke box.

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Si riempie tardi il presepe sabato mattina, a rilento, quasi esitante. Come il primo giorno, cinque giorni fa. Ma davvero sono già passati, davvero così pochi e tanti insieme? Il mondo è andato avanti in cinque giorni e noi qui blindati in sala stampa, tutto a scivolarci addosso, ferocie di provincia, cinismi romani, «chissà che succederà oggi a Macerata, ma aspetta, c'è Ultimo, quello che ha vinto le nuove proposte». Ultimo, come quello che arrestò Riina. Ultimo, come ultimo giorno, di scuola o di Sanremo (leggi le pagelle della quarta serata e la cronaca).

IL FESTIVAL DELLA STAMPA. Le nostre facce non sono più quelle dell'arrivo, sono più scavate, più terree. «Fai il mestiere più bello del mondo», mi scrive una lettrice, ma questo mestiere così amabile si deve pur confrontare con le 15, le 17 ore al giorno al banco, i pasti rimandati o abortiti, la routine che da fuori pare rutilante, le interviste date o raccolte sempre uguali, l'arroganza romana della Rai, la retorica dei “valori” alla moda e la dittatura dei luoghi comuni, qua davvero asfissiante, le paranoie da «non abbiamo paura» per cui ogni volta che esci, che rientri, quelli della sicurezza - «Ma non mi riconosce? Sono passato 10 minuti fa». «Mi spiace signore porti pazienza sono le regole» - ti fotografano il badge. E attaccato al badge m'aspettano, come un vecchio amico ormai, al bar nei pressi dell'Ariston dove ogni mattina mi procuro la dose giornaliera di zuccheri. «Allora, vi è piaciuto questo Sanremo?». «Bè, certo, questa settimana più confusione, ma ci sta. Poi si vedono tanti giovani. Lei lo sa? Sanremo non è mai del tutto vuota, non è come altri posti che vivono solo d'estate, qui c'è sempre vita, però di solito di anziani, questa settimana invece vede quanti giovani».

Il podio delle Nuove Proposte.

Sono pratici i sanremesi, guardano al festival non come spettacolo ma come presepe, evento che stordisce mentre rianima. «Ci sta». Ma dello spettacolo, dico lo spettacolo, che ne pensate? «Bè! Mi sembra che quest'anno la qualità non manchi. Sa qual è stato il momento più bello per me? Il duetto dei Negramaro con Baglioni. Mamma mia da quanto non la sentivo quella canzone, sono tornata ragazza!». Un momento revival, una musica di anni e anni fa per definire un festival dell'oggi.

UN VARIETÀ MEDIOCRE. Cosa sia stato, questo Sanremo del 2018 che pareva sfuggito a una macchina del tempo, non saprebbe dirlo veramente nessuno. Un festival di artisti? Non scherziamo. Di canzoni? Lasciamo perdere. Di canzoni di Baglioni? Ecco, questo sì, come una tournée di Claudio condensata in una settimana, ha cantato più lui da solo (o in duetto) che tutti gli altri messi insieme. Uno spettacolo musicale? Più un varietà, una Canzonissima piena di sketch mediocri, di siparietti, di trovatine, di gag parrocchiali, di paternalismo narcolettico, interrotte, ogni tanto, dall'incidente di un cantante. «Baglioni ha rimesso la musica al centro», biascica la Nannini che alla sua età si atteggia ancora a sconvolta di buona famiglia. Peccato lo dicessero anche gli altri anni. Lo dicono sempre. La musica al centro di cosa? Quale musica?

TESTI DA ANTONIANO. Qui parlano del brano strafavorito, strasalvato, di Meta e Moro come di un mezzo capolavoro della contemporaneità lirica grazie a un testo che fa: «A Il Cairo non lo sanno/Che ore sono adesso/Il sole sulla Rambla/Oggi non è lo stesso/In Francia c'è un concerto/La gente si diverte/Qualcuno canta forte/Qualcuno grida a morte...». Non ci fosse di mezzo l'evocazione di una strage, verrebbe da credere che il coro dell'Antoniano visto venerdì sera con gli Stato Sociale, avesse anche lui una canzoncina in gara. Venisse in gara Tom Waits, «Mi piacerebbe seminare i miei sogni per la strada e vederli germogliare sotto la pioggia», lo boccerebbero subito, senz'appello: non abbastanza social. Ma di poeti veri, perdio, c'è bisogno anche qui. Incontro Cristicchi, prima della diretta, una roba un po' clandestina tra amici che si vedono solo correndo, tra un ascensore e il divanetto di un albergo, e mi dice: «Ma lo sai che quasi quasi mi verrebbe voglia di tornarci, al Festival? Devo solo trovare un gran pezzo». Fallo, Simone.

L'ONESTÀ DI MUDIMBI. Ecco, ora il presepe in sala stampa s'è animato per davvero: è comparso Mirkoeilcane, quello che ha vinto il premio della critica delle nuove proposte. Ha 32 anni e l'espressione di chi non sa che farsene di quella targa, c'è anche Mudimbi che ha la stessa età ma è più disteso, ha l'aria di uno che si gode il momento. Almeno lui. «Sapete, già ne abbiamo passate troppe, mamma e io. Sono un pessimista di natura, ma il pezzo invece è positivo. E oggi a me va bene così, va bene stare qui. Domani si vedrà». Mirko e Ultimo si scambiano complimenti da curva: «Io so' più romano de lui, sto alla Garbatella...».

Il duetto Baglioni-Nannini.

Ma insomma cosa è stato questo Festival senza lineamenti, pieno di tutto e di niente, questo festival, che, ci era stato detto, promesso sarebbe stato quello di Baglioni ma non avevamo capito così alla lettera: una volta resisi conto, la prima sera, che o Fiorello o morte, hanno infiorato Claudio, lo hanno messo dappertutto, ma in versione juke-box. E così il Festival ha retto, ha macinato ascolti, anche venerdì sera oltre il 51%, 10 milioni e 108 mila. La flessione un po' si sente, ma è pur sempre, stampa la Rai nero su bianco, «lo share migliore dal 1999». «Dal Millennio», precisa il direttore di Rai Uno Teodoli, uno modesto, per niente megalomane.

NULLA CHE RESTA. Dei tre conduttori, nessuno che facesse quel mestiere. Di tante canzoni, nessuna che si segnalasse, col rispetto dovuto anche al refolo d'assenza di Lucio Dalla. Di ore e ore di testi, scritti a 16 mani, mai un lampo, un'idea spiazzante o almeno simpatica. Di solfa in solfa, una preoccupante trafila di congedi, di addii, di bilanci, di occhi umidi. Cosa è stato questo Festival che non c'era, che ha rinunciato anche alla gara, come negli Anni 70 dell'oscuramento televisivo, che era tutt'altro, che ogni sera si disperdeva in un tutt'altro, che non finiva mai, questo Festival al quale nessuno sa fare l'identikit?

LA GRANDEUR DEL DOMANI. Eppure lo hanno visto come non mai e, ecco il paradosso, notevole, da domani Sanremo in crisi d'identità vivrà una crisi di crescita, è diventato ipertrofico. Bonolis, che è un altro che vola basso, ha avvertito: se mi volete ancora, dovete darmi una scena più grande, l'Ariston mi va stretto. L'hanno preso in parola, stanno pensando a un palazzetto, una mega arena, roba da 6 mila, da 10 mila posti, si vedrà ma il progetto c'è e i giornalisti, che son della razza degli scettici entusiasti, domandano: già l'anno prossimo? Ma il sindaco di Sanremo è uno che ragiona e risponde che «per un'opera da 50, 60 milioni, che richiederà uno sforzo immenso e l'apporto indispensabile del privato, è realistico parlare del 2024».

Il teatro Ariston.

Forse hanno ragione, che tutti non ci stanno. Venerdì hanno trovato gente con dei pass falsi, c'era una, sedicente manager di una major discografica, superprofessionale, perfetta nel suo ruolo. Troppo perfetta: si sono insospettiti ed era una falsaria, recitava la parte troppo bene. In Rai intanto non hanno più elogi da tributarsi, li hanno consumati tutti. A ricordarsi l'aria cauta, incerta che girava appena cinque giorni fa, c'è da pensare che non se l'aspettassero neanche loro. Enfatizzano molto il lato social, hanno capito che è strategico, che ormai si guarda la televisione per commentarla sulle piattaforme. Peccato per la latitanza delle superstar internazionali? Ma no, anche in questo alla Rai è andata bene, la politica sparagnina ha dimostrato che il pubblico non avverte troppo la mancanza dei superdivi, se ci sono bene, ma se la Rai decide di omogeneizzare il Festival a un qualsiasi varietà interno, alla formula aziendale, se sceglie una continuità di marchio, se usa Sanremo per farsi 10 mila selfie di palinsesto, va comunque benone.

COMMOZIONE E OCCHIAIE. Salutano i tre conduttori, Baglioni in giubbotto di pelle da byker, ormai ha gli occhi quasi chiusi. Savino, in compenso, ha borse da canguro sotto i suoi. La Hunziker non ride più sabato mattina, non ne ha la forza. Invece si commuove: «Scusate, sarà anche un po' di stanchezza». Dimostra 20 anni di più. Ancora sette ore per riprendere vita, poi l'ultima sera, che è come un incantesimo, va per conto suo, scorre con la minacciosa ineluttabilità del fato. Coi titoli di coda che scorrono sull'epica un po' esagerata, «non credevo che avrei fatto quello che ho fatto», «mi ricorderò per tutta la vita del momento che...». Andiamo ragazzi, avete condotto un varietà ferocemente nazionalpopolare, non una guerra di liberazione dall'Isis. A Baglioni chiedono se nel 2019... «No», risponde lui, e la fissità questa volta è voluta. Definitiva. Questo è un bel posto per fuggirne via, lontano, lontano... Magari per averne nostalgia, malgrado tutto. Sarà da privilegiati esserci, ma la solitudine è sempre dietro l'angolo, specie in mezzo al vortice. In un attimo torna addosso, tutta insieme, dopo cinque giorni.

UN ADDIO ALLA TOM WAITS. … Ecco, adesso è davvero finita. L'ultimo ritorno a prendere il bagaglio, poi la stazione. È notte o è già mattina? Chi lo sa, a un certo punto anche la stanchezza non si sente più, come un pugile che ha superato la soglia del dolore, si ascolta solo la solitudine dei passi e di tutta questa musica esanime assorbita in una settimana, resta l'antidoto di una vecchia serenata proprio di Tom Waits: «È troppo presto per il circo/Troppo tardi per i bar/Nessuno dorme tranne i garzoni/E nessuno in città fa il minimo rumore/Tranne i cani, i lattai e me.../ Lo so, che sono un irresponsabile e rovino sempre tutto/Lo so, che finirò in galera anche da morto/Ma terrò tutto il mio amore per te/Tu non ascoltare le cattiverie/Quello che dicono su di me/Non sono così cattivo, mi ci fanno diventare/E posso anche dare di matto, ma vedi, cara/Terrò tutto il mio amore per te».

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