Trio Sanremo
Sanremo 2018
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11 Febbraio Feb 2018 1200 11 febbraio 2018

Sanremo 2018, le pagelle finali del Festival

Il duo MetaMoro sopravvissuto all'autoplagio. Finalisti giovani in un Sanremo che invecchia i campioni. Nuove proposte evanescenti e ospiti all'insegna del risparmio. Giurie di dubbia utilità e conduttori poco sotto la sufficienza. I voti conclusivi della kermesse.

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I Matamoros erano quelli che combattevano i musulmani, che con la Reconquista di Spagna alla fine del Quattrocento epurarono gli islamici dalla penisola. Oggi MetaMoro è il nome di un sodalizio contro le guerre di religione, di un autoplagio, di uno intruglio sanremese, di due che al Festival sono entrati papi e ne sono usciti papi. A riprova che degli scandali non gliene frega un beneamato a nessuno. Una volta tanto, la tradizione sanremese è stata rispettata, ossia stravolta: ha vinto proprio chi doveva vincere, nessuna digressione. Tutto si è compiuto, tutto è perdonato.

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I vincitori della kermesse Fabrizio Moro e Ermal Meta.

I vincitori

ERMAL META E FABRIZIO MORO. Il primo era un emergente, uno che scriveva per tanti, che era da ultimo entrato a corte dalla regina Maria (de Filippi, what else?). L'altro era uno che si era perso, che ci provava e riprovava, Sanremo dopo Sanremo, che era misteriosamente uscito dalla corte della regina Maria. La costruzione del primo ha trainato il secondo e adesso hanno una lista di palazzetti e stadi prenotati da tutto esaurito. Insieme e da soli. Ma come è possibile, così prima ancora del Festival, della vittoria, dell'autoplagio, del tout est pardonné? Matamoros, spacconi, fanfaroni, nel linguaggio volgare. MetaMoro, campioni, vincitori nel linguaggio dei social.

LO STATO SOCIALE. Sono piaciuti a tanti, passati in fama di “divertenti”, ma basta una marcetta goliardica (Elio, venerdì a una radio, non si è tenuto: “Dopo sabato noi chiudiamo e voi potrete consolarvi con Lo Stato Sociale, che è quasi uguale”)? In effetti, lo Stato Sociale ha ricoperto il ruolo che l'anno scorso fu di Gabbani: presunta satira con contenuti sociali, ma la lista dei saccheggiati è lunga, risale su per nomi imparagonabili, da Rino Gaetano a Stefano Rosso, fino a Ugolino, quello di “Ma che bella giornata”. Correva l'anno 1968.

ANNALISA. Nell'edizione del distacco formale dai talent, va sul podio una creatura dei talent. Una figlia di Maria, per la precisione. Vero è che nel tempo si è installata proprio a Sanremo in pianta stabile, ma la faccenda resta curiosa, e, almeno in sala stampa, non prevista, non messa in conto. Anche se i più attenti ricordano i suoi recentissimi trascorsi con Benji & Fede, con Michele Bravi: probabilmente, anche la costruzione di questa affermazione parte da lontano. Con un brano peraltro accattivante, su misura per il Festival. Se proprio vogliamo abbandonarci alla dietrologia, mettiamoci dentro anche il marcato cambio di look, più leggera e insieme più adulta. Vestita per il successo, insomma. Palco “giovane”, almeno in termini di carriera: Ron che portava Dalla non sarebbe stata una bestemmia, ma il fatto è che i vecchi, ahimè, non li compra più nessuno, e quel che resta della discografia è aggrappato agli zainetti dei millennials.

I campioni: voto 4

L'età media era davvero alta (la nonna acrobatica de Lo Stato Sociale non era una trovata: era una metafora). Non che sia una colpa in sé, ma il punto è che l'esperienza, mai come in questa edizione, si è risolta in fatica, in stanchezza, in malinconia: per qualcuno, come Ornella Vanoni, era scontato, altri, come i Pooh in libera uscita, sono stati raggiunti dalla loro età proprio su questo palco. Non sono sembrati brillare per freschezza neppure i vari Avitabile, Servillo, Decibel. Qualcosa, onestamente, non ha funzionato; l'esempio più preciso è forse quello del 57enne Barbarossa che ha portato un brano lieve, garbato, ma dalle tinte inevitabilmente malinconiche come può essere solo un bilancio familiare. Caso a parte quello di Ron, che ha strappato alla polvere del cassetto una pagina di Dalla. Anche quelli dell'età di mezzo, i Gazzé, i Biondi, le Noemi, a salire fino all'Annalisa dal look rinfrescato, sono sembrati accusare il peso di un Festival che, con tutto la sua zavorra, il suo conformismo, evidentemente i cantanti li invecchia. Da anni è così.

Le Nuove Proposte: 4

Otto in lizza e nessuna scossa. Va bene, dite pure che Ultimo ha qualcosa di buono, una potenzialità: ne riparliamo tra una settimana, quando sarà più chiaro che è l'ennesima proposta stravista e strasentita (un nome a caso, Clementino, un altro, Rocco Hunt, o Nesli o altri duemila), anche a Sanremo, soprattutto a Sanremo. I più interessanti, come Mudimbi, tradiscono uno sforzo di originalità che si protende, ma non arriva mai davvero. No, spiacente, la musica “nuova” non abita qui e non può, non deve essere questa. Non può stare nella goliardia didattica del Congiuntivo di Baglioni (32 anni) o nel falettismo di Mirkoeilcane (stessa età) o nel patetismo clonato dai talent (Alice Caioli sta a Sanremo come Rita Bellanza a X Factor). Quand'è che davvero salterà fuori qualcosa di fresco?

Gli ospiti: 5

Tanti, troppi, nessuno eclatante (Sting ormai è bollito e comunque più italiano di Toto Cutugno). Per fare economia, si è letto; di certo, per alimentare la programmazione Rai. Quest'anno l'autocitazione, o, se si preferisce, autoplagio del servizio pubblico, è stato ferreo, ogni ospite serviva a lanciare un programma interno, e se il programma ancora non c'era, come Fiorello, serviva in qualche modo ad evocarlo, a proporlo, a tastare il terreno. La storia della Pausini, guarita in extremis, è stata stucchevole. Anche perché la signora è rimasta barricata in hotel tutto il pomeriggio del sabato, rifiutando perfino gli autografi ai ragazzini di sotto e filandosela per una terza uscita. Poi, in diretta, ha fatto il bagno di folla con quelli del tappeto rosso. Com'è popolare, lei.

I comici : 6 ½

Si può dire che stavolta hanno funzionato? Forse perché usati con parsimonia, forse perché mancavano i tromboni alla Crozza, sta di fatto che i vari Frassica, Raffaele, Mago Forest, alla fine dieci minuti gradevoli te li strappavano. Forse perché i testi non glieli facevano quelli del Festival.

I conduttori: 5/6

Potenza di Sanremo: li hanno paragonati a Baudo, a Filogamo (come piglio, su quest'ultimo, Baglioni poteva starci). Su, ragazzi, che siamo nella mediocrità più aurea, anzi meno aurea. Che dovevano fare, in tre, con dieci ore di prove al giorno, i testi (orripilanti) scritti in otto, il gobbo lì davanti? Su, che si poteva fare di meno? Scena muta? Crisi di panico, manie di persecuzione, miraggi? Potenza di Sanremo.

Le giurie: S.V.

Solito discorso: tacendo di “quelli a casa” e del comparto social, c'erano tre gruppi istituzionali: demoscopica, sala stampa e giuria di qualità che di per sé è la vetrinetta più inutile. Lì in mezzo ci infilano anche chi non ha mai preso in mano uno strumento e non ha una seppur esangue idea delle leggi di armonia e melodia. In questo modo, in mancanza di parametri culturali, il giudizio di qualità finisce per essere che è bello quel che piace o fa comodo. Ma transeat, il problema è sempre lo stesso: serviranno davvero, tutte 'ste giurie? E quanto, e fino a quando, e a chi? E davvero si risolve tutto qui, davvero le case discografiche non hanno voce in capitolo?

La fisionomia: 5

Non avevamo capito. Forse neppure loro avevano capito. Non si era realizzato che “il Festival di Baglioni” in realtà significava una baudizzazione, una personalizzazione estrema, figlia di uno stato di necessità. Tutto è partito da Fiorello, speso subito proprio per testare il Claudio conduttore; lo showman ha fornito conferma in tempo utile su alcune perplessità. Anzitutto, che Baglioni non aveva la scioltezza per manovrare una macchina così pesante nel posto di supervisore pensato per lui. Ma anche, e non meno importante, che i due di spalla, le spalle le avevano troppo gracili. La soluzione escogitata era l'unica possibile: confinare Baglioni al suo ruolo di cantante e farlo tracimare a suon di duetti. Così anche i due comprimari hanno potuto distendersi e trovare una qualche misura. Salvare il salvabile, peraltro, ha penalizzato l'identità complessiva, che ha finito per risolversi in un minitour di Baglioni con parecchi ospiti, a volte perfino in gara (che non c'era).

La concezione: 5 ½

Sanremo era da anni succube del genere talent. Quest'anno, tramite Baglioni, hanno cercato di invertire un poco la rotta e i risultati, se non per la qualità, almeno per la struttura, si sono avvertiti: complice l'età media molto alta (ma la tendenza è sembrata coinvolgere anche le altre fasce, come i Kolors, per non dire delle linee melodiche spiegate di Annalisa), si è tornati a proporre canzoni fatte di canzoni, con andamenti sinuosi e non più spezzati, schemi più o meno canonici, incisi, strofe, soprattutto linee melodiche che volevano dire qualcosa di diverso, che non erano il solito salto di sesta che negli ultimi anni ha contagiato praticamente tutto il pop mainstream. È, naturalmente, un lavoro in corso, ancora incerto, e dovrà scontrarsi con tecnologie sempre più invasive, ma è comunque un processo interessante, soprattutto perché si affaccia a Sanremo. Baglioni lo ha forse avallato, non certo determinato, ma si deve, più verosimilmente, alla consapevolezza di una saturazione, al bisogno di tornare a usare più la testa che il programma informatico. Come ad un voler tornare ad aprirsi alla realtà, forse simboleggiato dall'astronave-uovo che si schiudeva sul palco.

L'ambiente: 4

A parere di chi scrive, più difficile dell'anno scorso. Vagamente malmostoso. I dati costantemente alti hanno dopato una nomenklatura Rai sempre più tronfia, paternalistica con i giornalisti (che d'altronde stanno al gioco), con punte di autentica maleducazione nelle conferenze stampa. L'affaire MetaMoro, l'autoplagio, è stato gestito, a detta di tutti, malissimo: dapprima negandolo con toni al limite dello sberleffo, salvo ammetterlo poche ore dopo con il congelamento dei due; alla fine, risolto lo stallo di poche ore, è tornata la protervia.

L'organizzazione: 5

D'accordissimo vivere, lavorare in sicurezza. Ma una militarizzazione così, non serve e non si regge. Già è difficile muoversi per i meandri delle varie zone rosse del Festival, impossibile passare da una sala stampa all'altra, necessario mendicare continuamente documenti, lasciapassare, inoltrare rispettosamente domande al Moloc: quanto sarebbe più facile un unico pass per tutte le zone dedicate alla stampa, tenuto conto che non siamo foreign fighters in missione, ma, mediamente, poveri cristi di giornalisti abbondantemente censiti, controllati, verificati alla fonte. Invece quest'anno si sono inventati pure i check point, pure la scansione continua, con tanto di foto cellulare, del pass ogni santa volta che entri ed esci. Siccome uno per l'Ariston ci passa almeno una trentina di volte al giorno, per una lunga settimana, fate voi il conto della rottura.

I testi: 0

In otto, li hanno fatti. Aldo Grasso li ha definiti imbarazzanti. Il titolare del Guastafestival, modestamente, li considera ignobili. Del genere paternalistico parrocchiale, ma con una involutezza, una insipienza di fondo davvero spaventosa. Una fiera dell'idiozia.

Il momento migliore

Non c'è.

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