Donna Fascismo
LA MODA CHE CAMBIA
18 Febbraio Feb 2018 0908 18 febbraio 2018

La vera arte di fare i conti col fascismo

Apre alla Fondazione Prada di Milano: “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943”, la mostra che esplora il sistema dell’arte e della cultura in Italia tra le due guerre mondiali. Il modo giusto per capire cosa è stato il nostro passato, senza cedere alla tentazione sciocca di cancellarlo. 

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Di recente, in un articolo sulla crescita dei movimenti di estrema destra in Italia ripreso da Internazionale perfino in copertina, il quotidiano inglese The Guardian ci ha invitati a fare «i conti con il nostro passato» come avrebbero fatto, a loro dire, i tedeschi. I numeri portati a supporto di questa valutazione dal quotidiano britannico (uno Stato che a propria volta dovrebbe fare i conti con cinque secoli di imperialismo, sia detto en passant non essendo l’argomento principale di questa riflessione) sono in effetti significativi: centoquarantadue attacchi di natura neofascista dal 2014 a oggi, compreso quello di Luca Traini ai danni di sei immigrati a Macerata, la moltiplicazione degli iscritti a Forza Nuova (da 1500 sparuti skinheads nel 2001 a 13mila iscritti oggi, con 241mila follower sulla pagina Facebook del partito, addirittura 20mila più del Pd, da cui pare piuttosto evidente che se molti non partecipano alle manifestazioni di piazza dei neofascisti, moltissimi vogliono non di meno non perdersi alcun aggiornamento sulle gesta di chi ci mette la faccia, o per meglio dire il cranio rasato.

L'ERRORE DELL'OBLIO. Intervistato dal quotidiano d’Oltremanica, il regista di “Sono tornato”, Luca Miniero, ha osservato come «gli italiani non abbiano mai voluto fare i conti con il loro passato di dittatura» e che «Mussolini non è mai stato rimosso». Da dove avrebbe dovuto esserlo, Miniero non l’ha specificato. Dalle coscienze e dalla memoria certamente non lo è stato, dall’arte nemmeno. E per fortuna: cancellare è sempre un male. Prendere coscienza, fare i conti, non vuol dire negare o tantomeno rimuovere, come invece hanno sempre fatto i dittatori di ogni epoca, dai faraoni a Charles d’Anjou agli scherani di Al Qaeda e dell’Isis, scalpellando dalle chiese e i monumenti della Sicilia e di Napoli, dell’Asia Minore e del Pakistan i volti e le insegne di chi li aveva preceduti.

CONOSCERE LE RAGIONI DEL PASSATO. Le “giornate della memoria” esistono per non dimenticare. Per continuare a fare i conti, una generazione dopo l’altra. Perché il passato non si ripeta. Ma perché non si ripeta, bisogna non solo conoscerlo, ma comprendere anche le ragioni per le quali si sia prodotto, a quelle condizioni. Per mesi, mentre il Dipartimento di Storia dell’Arte della Sapienza provvedeva alla cura del restauro della grande tela muraria di Mario Sironi che illumina l’Aula Magna del Rettorato, scoprendo quel che un primo intervento ideologicamente corretto aveva occultato nel dopoguerra, e cioè i fasci littori, la vittoria alata e l’indicazione cronologica fascista (“Anno XIV”), si è temuto che qualche seguace dell’ultima tendenza, come la presidente della Camera Laura Boldrini, rispondesse alle istanze del New Yorker che ci invitava ad abbattere l’Eur e l’obelisco del Foro Italico oltre, se lo fosse venuto a sapere, anche quella magnifica tela in onore delle arti, grande come un appartamento.

Fare i conti con il passato significa farlo innanzitutto con se stessi. Non abbiamo bisogno solo di opere d’arte, ma anche di case, di oggetti, di lettere, di piccolezze. Di quotidianità. Di cose che parlino di quello che eravamo davvero

L'ARTE ITALIANA TRA IL 1918 E IL 1943. Per riflettere non si può abbattere: bisogna, anzi, costruire. Collegamenti, pensieri, parole, che è quanto fa Germano Celant nel nuovo progetto espositivo che resterà aperto da domani fino al 25 giugno alla Fondazione Prada di Milano: “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943”. La mostra esplora il sistema dell’arte e della cultura in Italia tra le due guerre mondiali, partendo dalla ricerca e dallo studio di documenti e fotografie storiche che rivelano il contesto spaziale, temporale, sociale e politico in cui le opere d’arte sono state create, messe in scena, nonché vissute e interpretate dal pubblico dell’epoca.

NON ABBATTEREMO MAI L'EUR. Se, come ha scritto Jacques Rancière nel suo libro “Le partage du sensible. Esthétique et politique” (2000), l’arte non esiste mai in astratto, ma si forma e prende forma in un determinato contesto storico e culturale, è fondamentale tentare di capire perché nel periodo storico tra il 1918 e il 1943, caratterizzato in Italia dalla crisi dello stato liberale e dall’affermazione del fascismo, l’interdipendenza tra ricerca artistica, dinamiche sociali e attività politica diventi così evidente e così, indiscutibilmente, riuscita. Possiamo ritenere il fascismo la peggiore delle dittature, ma noi italiani non abbatteremmo mai l’Eur, capolavoro del razionalismo, e personalmente trovo meravigliosa, e meravigliosamente funzionale, l’Aula magna della mia facoltà.

IL VALORE DELLA MOSTRA DI CELANT. Riterrei aberrante il suo abbattimento, così come troverei intollerabile che i libri di storia dell’architettura espungessero la Casa del fascio di Como di Giuseppe Terragni. Però possono, anzi devono, interessarmi le ragioni per le quali quelle opere siano state realizzate, con quelle forme, e con quel pensiero. E per questo, una mostra come quella curata da Celant, che documenta la produzione artistica e culturale del periodo tenendo conto di una pluralità di aspetti e ambienti in cui è realizzata ed esposta (dall’atelier d’artista alle collezioni private, dalle grandi manifestazioni pubbliche alle esposizioni e rassegne d’arte italiana in ambito nazionale e internazionale, dalle architetture ai piani urbanistici, dalla grafica alla prima produzione in serie di arredi) assume un valore ben diverso da quello meramente espositivo.

FARE I CONTI CON SE STESSI. Non a caso, come puntualizza Celant, i documenti ritrovati e presentati in questo progetto «sintetizzano la funzione comunicativa dell’opera d’arte, offrono una storia reale, fuori dalla trattazione teorica dell’artefatto», offrendo all’oggetto d’arte un territorio particolare, «quello di apparire a un’audience allargata, in determinate situazioni sociali e politiche». Fare i conti con il passato significa farlo innanzitutto con se stessi, e per questo non abbiamo bisogno solo di opere d’arte, ma anche di case, di cose, di oggetti, di lettere, di piccolezze. Di quotidianità. Di cose che parlino di quello che eravamo davvero. Oltre i monumenti.

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