Keith Richards Fender
25 Febbraio Feb 2018 1500 25 febbraio 2018

La crisi di Fender, segno di questi tempi assurdi

La musica è ovunque, i software ruggiscono, gli strumenti languono. E pure la storica casa americana accumula 100 milioni di debiti. Ma non finirà qui: i computer passano, le chitarre restano. Anzi, tornano.

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Dio è morto, Gibson è quasi morta e anche Fender non si sente troppo bene. Segno di questi tempi assurdi: mai così tanta musica in giro, nelle orecchie, nei telefonini, sparata addosso da ogni parte, ma musica da buttare, da non sentire, non suonata, musica di cartapesta. Il computer va, il software ruggisce, gli strumenti languono: «Il 45% delle chitarre ogni anno vengono vendute a dei principianti che abbandonano dopo un anno», ha dichiarato Andy Mooney, l'amministratore delegato di Fender. Che avrà il Mooney, ma di money anche lei ne fa pochi: in tre anni, ricavi scesi da 675 a 545 milioni di dollari, con 100 milioni di debiti. Se Atene piange, insomma, Sparta non ride. Ed è proprio la fine di una civiltà, quella che si palesa. I vecchi dèi sono morti o esausti, sentono lo spirito del tempo ed è quello a fiaccarli più della ruggine nelle ossa.

LA BLACKIE DI MANOLENTA. «Nessuno suona più una chitarra», si lamenta Eric Clapton, uno di quelli, uno Stratoman. Impossibile immaginare Eric senza la sua Blackie, la Stratocaster nera, una Fender Frankenstein messa insieme dal “Dio”, come lo chiamavano sui muri di Londra, nel 1970 prendendo il meglio di tre modelli degli anni 1956-57. Blackie esordisce al Rainbow Concert del 1973, accompagna il musicista fino al 1985, quando lui si accorge che la sua compagna più fedele degli ultimi 12 anni, e non parliamo di una Pinocchia, di un pezzo di legno, ma di una presenza animata, non può reggere oltre all'ennesimo trapianto. Manolenta la ritira, si dà alle sperimentazioni personalizzate, nascono le Stratocaster Eric Clapton, con innovazioni tecniche sulle quali non ci soffermiamo, ma è per dire che le chitarre, nella parabola esistenziale di un musicista rock, sono carne e sangue, sono storie che respirano. Blackie verrà messa all'asta, venduta per una cifra impossibile nel 2004, da allora resta alla storia come la Fender da 1 milione di dollari.

Ruvida e aspra la Fender, adatta per il blues, quanto morbida e stilosa la Gibson, giusta per il jazz: in mezzo, quella terra di tutti e di nessuno che è il rock. Che è musica meticcia, bastarda, che ha preso da tutti i generi e poi, proprio come una vecchia puttana, si è fatta strapazzare da chiunque, da mani nobili e plebee, da puristi e punk, da pellerossa negri (che bella parola, anche questa: perché è la negritudine, non la neritudine, che spreme il blues da una chitarra, la boxe da due guantoni, la fierezza dal dolore) come Hendrix e da albini texani come Johnny Winter. Ma poi, sono solo generalizzazioni, il rock è chi lo suona, chi lo fa. «Keith, come definiresti il rock?». «Me». E in quel sé, in quel riconoscimento totale, fino alle estreme conseguenze, la chitarra, sia Fender, la più popolare al mondo, sia Gibson, la più stilosa, che scappa un po' via, che «suona da sola», la chitarra non è più uno strumento, è qualcosa da amare, scopare, accoltellare se occorre, insomma: vita, nella vita e nella morte. E adesso che succede? Perché questa magia coi fianchi di una donna d'improvviso langue, perché il suo sangue di musica non scorre più come prima? Perché la musica è diventata una app. Proprio come ha immaginato la Fender, fondata da Leo, il visionario ipocondriaco, a Fullerton, California, nel 1946, appena finita la guerra, e per dichiarare guerra alla Madre di tutte le chitarre, la Gibson stessa: di là una tradizione artigiana di lusso, di qua la genialità di un uomo solo, che avrebbe sconquassato il modo di costruire gli strumenti: strumento a corpo pieno, legnami leggeri, pickup a bobina singola (contro la doppia della concorrente), manico avvitato.

Quella praticità, quella versatilità e anche la sinuosità delle forme conquistano il mercato, al punto che la faccenda si fa troppo impegnativa e impone la cessione della Compagnia alla Cbs nel 1965, pur restando Leo Fender consulente esterno. Vent'anni dopo, la Fender Electric Instrument Manufacturing Company sarebbe stata riacquisita dagli stessi dipendenti, dopo anni non facili, nei quali il marchio si ingrandiva, inglobando altri nomi (Gretsch, Jackson, Charvel) ma dando luogo alle solite accuse che scattano quando una realtà si globalizza: di essere diventata troppo commerciale, di fare prodotti di consumo, non più così speciali, non più così attenti alla qualità. Oggi, nella logica circolare del mercato, Fender assieme a Gibson è assurta ad aristocrazia chitarristica, ma una nobiltà in decadenza, insidiata dalla concorrenza asiatica: dapprima i giapponesi, capaci di modelli di buona, a volte ottima resa, poi anche cinesi, coreani. E Gibson sta alla canna del gas, e Fender si barcamena tra i debiti e lancia la app che “insegna a suonare” agli aspiranti chitarristi. Una contraddizione, ma forse necessaria come un segno di tempi segnati dal vivere comodo, dalla repulsione ad imparare, «una Fender in mano a Taylor Swift è un ottimo accessorio, un veicolo promozionale fantastico, non importa che tu la sappia suonare».

COSÌ PARLÒ KEITH RICHARDS. Già, per quello c'è il computer. Ma che sia detta l'ultima parola non ci giureremmo. Per la semplice ragione che i computer passano, ma le chitarre restano. Anzi, tornano. «Non puoi andare in un negozio e chiedere una fottuta chitarra solista, ti prendi quel maledetto strumento e ci suoni sopra. E la musica è uno dei bisogni primari dell'uomo come mangiare, scopare, crepare»: così parlò Keith Richards. Dopodiché, puoi sceglierti una Gibson o una Fender; ma dopo. Quando ti sei fatto crescere i calli sulle dita. Quando ti sei fuso alla tua Pinocchia che prende vita. E «il rock and roll non morirà mai» non è solo il sogno adolescenziale, cristallizzato nell'immaturità di un asociale canadese poliomielitico, epilettico, bersagliato dal destino, in camiciona di flanella; e di tanti, troppi disperati come lui. È una verità fisiologica, è sentirsi dolce e osceno, è credersi immortale mentre si muore. È vibrare all'unisono con la tua chitarra, prolungamento del tuo corpo. Gibson o Fender, alla fine, conta poco. È il blues, ancora e ancora. E il blues è l'ultima volta di ogni cosa, è il pianto di un bambino, è non crescere più. È tutto quello che manca, e che puoi colmare solo con una chitarra.

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