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25 Febbraio Feb 2018 1200 25 febbraio 2018

Le occorrenze dell’amore di Fulvio Abbate

Attese e illusioni, sesso e nostalgia, Claudio Villa, Brecht e il Kamasutra: il marchese traccia a Roma InConTra un’originale panoramica sull’universo amoroso, partendo da LOve, il suo ultimo libro.

  • Marco Di Paola
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«L’amor che move il sole e le altre stelle», l’amore taciuto, perduto, quello mai sbocciato e rimasto solo illusione. L’amore incastonato nei ricordi, nei luoghi, nelle canzoni, nei gesti, nelle mani tra le mani. E si potrebbe andare avanti all’infinito. Si ferma invece a 437 pagine il marchese Fulvio Abbate, nel suo ultimo libro intitolato inequivocabilmente LOve, discorso generale sull’amore, edito da La nave di Teseo e presentato a Roma InConTra, il talk di Enrico Cisnetto che ha riaperto i battenti con la sua ottava edizione. Scrittore controcorrente e intellettuale poliedrico, Abbate ha raccolto in questo trattato narrativo tutte «le occorrenze dell’amore», dall’attesa alla passione, dal sesso al tradimento. La pienezza dell’argomento si palesa già nella copertina, in cui la parola “love” è scritta con la O maiuscola per un errore di battitura mai corretto, quasi a significare la pienezza del sentimento più nobile.

UN AFFRESCO IN PARTE AUTOBIOGRAFICO. In queste pagine Abbate delinea un affresco del tutto personale, e in gran parte autobiografico, dell’amore, che spesso e volentieri sconfina nel sesso e nell’erotismo, e per questo pruriginosamente imperdibile, che parte da quel che l’autore definisce un «giacimento di vissuto». «L’innamorato vive in uno stato di perenne attesa», racconta il marchese ad un interessato Cisnetto, «e passa dal regno all’esilio, dall’istinto di potenza assoluta al senso di totale inadeguatezza. E poi tra le occorrenze dell’amore c’è naturalmente il sesso, il miglior antidepressivo naturale, compendiario inevitabile dell’amore, ma attuabile anche senza di esso». In LOve la sfera sessuale viene esaltata come parte significante di qualcosa di più grande, di assolutamente sfuggente e indecifrabile, di un sentimento capace allo stesso tempo di essere il fine ultimo dell’esistenza come di far perdere il filo della vita. E in questo caos perenne che Abbate sciorina le innumerevoli occorrenze amorose, che si esplicano nei silenzi, nei luoghi, nelle incomprensioni, nei momenti che saranno per sempre legati ad una lei, o ad un lui.

Enrico Cisnetto e Fulvio Abbate.

C’è qualcosa di insondabile nelle parole del marchese Abbate, oratore allo stesso tempo fine ed eccentrico, esplicito fino a menzionare il sesso orale con il suo nome, quello che qui non riusciamo proprio a citare, a costo di rischiare di esser tacciati da bacchettoni. È un fiume in piena sul palco del teatro di Palazzo di Santa Chiara, protagonista di un excursus sull’amore che abbraccia riferimenti storici e vita vissuta, esaltando il pubblico in sala. E allora si passa dal ’68, inteso come data simbolo della rivoluzione dei costumi, compresi quelli di una sessualità più libera e disinibita, al 69, intesa proprio come pratica erotica, definita dal marchese un inno alla reciprocità, con tanto di insospettabile citazione di Claudio Villa: «Io ti do la cosa più bella che ho, tu mi dai la cosa più bella che hai». Aneddoti e circostanze dell’amore, ma anche oggetti, come quello che Abbate regalò in gioventù ad uno «splendore di ragazza»: «Le regalai una copia delle poesie di Arthur Rimbaud, il più grande poeta maledetto di ogni tempo, ma ebbi la sensazione di aver fatto date perle ai porci. Da quel momento ogni qualvolta trovo nei mercatini una copia di quella edizione la ricompro, come risarcimento a me stesso. Ne ho attualmente 18 copie».

MITI EROTICI SCOLPITI NELLA MEMORIA. E poi i luoghi, le attese, quelle che suscitano uno stato di partecipazione quasi cosmica, salvo poi spegnere il proprio ardore andando avanti con gli anni. Ed è qui che affiora la nostalgia, spesso concretizzata nell’espressione abusata di «amore di altri tempi», a cui seguono immagini e contesti del tempo che fu. «La luce di una cabina telefonica che brillava nell’oscurità della notte mentre si chiamava la propria amata aveva qualcosa di meraviglioso», ricorda il marchese accompagnato da un sospiro di approvazione del pubblico con maggiore vissuto, «in realtà la stessa emozione si è trasferita nell’osservazione dello schermo dello smartphone, in cui si materializza l’attesta spasmodica della risposta altrui. Il paradigma dell’emozione è rimasta inalterato!». Oppure la nostalgia per una generazione, come quella di Abbate, cresciuta con miti erotici scolpiti nella memoria. Come Lilli Carati, al cui sguardo carico di bellezza e sofferenza il marchese dedica un ampio capitolo.

DAI DIPINTI DI MONET ALLA MASTURBAZIONE. Un oceano sconfinato, insomma, quello su cui naviga il marchese, le cui rotte sono indecifrabili e spesso incomprensibili, anche perché passano con disinvoltura dai dipinti di Monet nella cattedrale di Rouen alla masturbazione, dal paradiso desiderio all’inferno del marciapiede. Una rotta certamente ispirata dall’esperienza vissuta. Ma anche da un innamoramento in corso? «Non sono innamorato», replica con tono dimesso alla domanda ficcanaso di Cisnetto, «Brecht diceva che le fatiche dei monti sono alle nostre spalle, e quelle della pianura sono davanti a noi. Beh, io vivo in una totale pianura sentimentale!». Probabilmente è meglio così, perché scrivere lucidamente d’amore quando si è innamorati è impossibile. Ma forse è proprio il nesso tra amore e lucidità a non stare in piedi. Insomma, un dubbio tira l’altro, e si rischierebbe di cadere nel banale. Fermiamoci qui, per amor di decenza… Ma il libro di Abbate va letto, assolutamente.

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