AGNELLI
8 Marzo Mar 2018 1628 08 marzo 2018

Ossigeno, Agnelli e l'autoreferenzialità dell'indie

Il programma di RaiTre non sfonda negli ascolti ma non è tutto da buttare. Porta musica nuova. Eppure manca di ritmo, mette in scena una nicchia che si autocompiace. In una intimità frigida.

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Agli appassionati di “un certo tipo di musica” piace, sta piacendo. Ma, siccome gli appassionati di musica rock, a maggior ragione di quel segmento a spanne considerato indie, sono pochi da queste parti, Manuel Agnelli con Ossigeno veleggia sull'1,5% di share su Rai3. Per gli aficionados, comunque, è già un appuntamento fisso malgrado la nicchia, la seconda serata, il canone minore. Malgrado lui, Manuel Agnelli, questo papa dell'indie consacrato al mainstream più efferato, sia pure mantenendo una ambiguità primigenia, indiefessa: lunghi capelli, mise da quella hard rockstar che in fondo non ha mai voluto essere.

ANTIPATICO ANCHE PER CHI LO AMA. Non è simpatico Manuel da Abbiategrasso, neanche a chi lo segue e, in fondo, lo ama per questo, quel broncetto scoperto, quella convinzione che si autoadempie. Figurarsi a chi lo soppesa a distanza, in prospettiva clinica: Aldo Grasso sul Corriere gli ha riservato un paio di bonarie sculacciate: «Vestito di pelle nera, Manuel Agnelli ha una gran voglia di affrontare i grandi temi della vita (la rabbia, il cinema, la letteratura, l'identità sessuale) e di usare la musica come strumento di conoscenza. Dovrebbe soltanto cercare di non prendersi troppo sul serio. A Ossigeno non ci sono i salvagenti giocosi di X Factor».

GUARDARSI L'OMBELICO. Altri hanno sottolineato una controversa riuscita del programma, «godibile ma confuso», che è come dir tutto per dire niente. Manuel in realtà coltiva l'orticello, alimenta il suo piccolo mito, fa salotto con gli amici, se la cantano e se la suonano. Solo che certe cose le può fare un Arbore, la cui leggenda di leggerezza ammiccante contagia chi guarda; se la fa Agnelli, l'effetto "piccole cose di pessimo gusto” è assicurato. E sono piccole cose, perché «a guardarsi l'ombelico», per citare proprio il padrone di casa a colloquio con Mimì Clementi dei Massimo Volume, sono due di nicchia e la televisione la nicchiano, quando non la dilatano, la riducono ai minimi termini.

CHIEDI CHI ERANO I PIXIES. È curioso per un programma musicale, ma a Ossigeno manca il ritmo; c'è sempre quello scarto della spontaneità che non viene mai davvero colmato, c'è sempre quella complicità che non scatta mai del tutto. Agnelli vuol fare l'informale in un contesto informale, ma gli riesce l'effetto opposto a dispetto delle intenzioni lodevoli: perché di un certo tipo di musica, si sa, nella tivù italiana si parla poco e male, perché la sfida c'è e come tale va apprezzata. E non è certo colpa del conduttore se siamo ancora al chiedi chi erano i Pixies, sublimi oggetti misteriosi dell'epoca fine 80.

D'altra parte, non ha torto chi osserva che il programma, anziché aprire la sua sensibilità a un pubblico generalista, resta un po' a tirarsela, cerca cioè di attrarre chi guarda nel mondo di quelli che sanno chi erano i Pixies (e se uno non lo sa, peggio per lui). Insomma la nicchia implode, si concentra in una sorta di confortevole snobismo. Qui stanno i limiti di Agnelli, il quale, nel suo ruolo, per quanto costruito, è verace: sempre lì lì per assurgere a un carisma definitivo, senza mai raggiungerlo in pieno. Cosa che appare lampante, perfino devastante nel siparietto con un guitto d'esperienza come Batman-Bonolis, che con la «rockstar da 50 anni suonati» ci fa quello che vuole, la supera in trasgressione verbale («La tivù? Ma ai giovani della tivù non gliene frega un cazzo, abbia pazienza!»), marpioneggia, filosofeggia perfino; arriva a esser serio buttandosi via, mentre ad Agnelli non riesce mai di smettere quell'arietta spocchiosa che ne tradisce tutte le insicurezze. Sarà che a prendersi troppo sul serio è chi sospetta di non esserlo abbastanza.

LA SOTTOCULTURA NON BASTA. E la lezione di Bonolis è lapidaria, riecheggia le osservazioni del critico Grasso: la cultura di nicchia, la controcultura, la sottocultura vanno benissimo, ma non possono sempre risolvere tutto, a volte ci vuole pure la cultura alta, la cultura tout court. Il Bonolis mascherato ne fa uno sfoggio parossisticamente didascalico, tutto uno spreco burlesco di poesie e citazioni alla carta, senonché Agnelli non sa che dire. Ridacchia. Quando è in difficoltà, quando non sa trovare la battuta di rimando, agita i lunghi capelli e ridacchia. In Ossigeno, Manuel ridacchia quasi tutto il tempo. (Qui si potrebbe aprire una parentesi sulla presunzione nazionale di saper fare tutto di tutto, in particolare un paio di mestieri che non vengono considerati mestieri: il giornalista e il conduttore, basta poco, che ce vo'? Ma non basta poco e l'improvvisazione qui non paga. Abissale è la distanza con chi questo gioco lo gioca da anni, per dirne uno Ronnie Wood. Ingeneroso il paragone? Forse, ma si parla di un ruolo, la conduzione rock, che prescinde dalla dimensione artistica. Chiusa parentesi).

Lo studio di Ossigeno.

Ecco, se un merito sugli altri Ossigeno ce l'ha, è quello di confermare tutta la fragilità – caratteriale, culturale, artistica – di una scena ormai al tramonto, per raggiunti limiti di età, fatta più di pose, di suggestioni che di sostanza, un po' come la percezione del Tempo in Sant'Agostino: se non mi chiedi cosa sia lo so, se me lo chiedi non lo so più.

I DEFICIT DELLA SCENA INDIE. Come per tutti i contesti autoreferenziali, anche la ineffabile scena indie italiana a lungo andare ha tradito un deficit di risposte, la pretesa di capire, di spiegare tutto con quei pochi, limitati strumenti a disposizione, derivati dalle generazioni di cantastorie precedenti. Prendiamo il fatidico '68, del quale sono già partite le celebrazioni: una ottima occasione per cogliere la pochezza di certi inni epocali, da Valle Giulia e Contessa di Paolo Pietrangeli a Borghesia di Claudio Lolli: «Vecchia piccola borghesia/Per piccina che tu sia/Non so dire se fai più rabbia/Pena, schifo o malinconia».

KULTURPESSIMISMUS ALL'ITALIANA. Così, senza considerare neppure di striscio il ruolo fondante della borghesia, questa dimensione sociale lunga un millennio che ha innervato vizi ma anche virtù sociali e di progresso, ha fondato i Comuni, ha riscattato libertà divorate da feudatari, ecclesiastici e imperatori, ha posto le premesse per il Rinascimento, ha coagulato la virtù viziosa dell'individualismo, la diffidenza verso lo Stato, riscattato un dinamismo nazionale dopo la narcosi spagnola seicentesca, alimentato una voglia di Unità e di indipendenza che sfociava nell'anarchismo utilitaristico, nel disfattismo strategico, in un kulturpessimismus all'italiana, vagamente cialtrone, eccetera. Niente, per i menestrelli militanti alla Lolli non c'era niente, neppure quel meraviglioso specchio letterario della borghesia che fu il Decamerone. Niente, solo pena e schifo per la vecchia piccola borghesia.

Manuel Agnelli a X Factor.

Mutatis mutandis - e si fa qui un pour parler, per amor di speculazione - la scena musicale degli Anni 90 ha raccolto nel proprio patrimonio genetico quella tendenza, forse inevitabile, a banalizzare, a tirar via, però sempre con l'atteggiamento presuntuoso di chi aveva capito tutto con la sottocultura fumettara e di nicchia, ossia per credenziali ideologiche e militanti. Sappiamo, ahinoi, di che parliamo, gli eroi della scena indie li abbiamo bazzicati più o meno tutti di persona personalmente. Sappiamo anche che, oltre Oceano, le cose non stanno affatto così: abbiamo visto coi nostri occhi una Joan as Police Woman (ospite nella prima puntata di Ossigeno) chiudere un concerto e, un secondo dopo, piazzarsi al banchetto del merchandising senza nessun imbarazzo. L'artista aveva lasciato il posto alla manager, sorridente, disponibile, ma ferrea, very american. Una scena che coi delicati virgulti sottoculturali nostrani, sempre così sprezzanti verso gli aspetti mercantili del loro mestiere, almeno fino a che non ricevono una offerta che non possono rifiutare, riesce improponibile.

UN'INTIMITÀ FRIGIDA. Tutto ciò premesso, dati causa e pretesto, sarebbe ingeneroso concludere che Ossigeno sia un brutto programma: si respira una sorta di intimità, favorita anche dall'ambientazione ricavata dal Lanificio, improntata a una estetetica Anni 90. Solo, è una intimità frigida, formale, vagamente inseguita e questo, a lungo andare, si accusa, si patisce. L'ultima annotazione sta nello scarto fra il padrone di casa e i suoi ospiti. E va fatta, perché qui accade qualcosa di imbarazzante. Manuel riceve di preferenza vecchi compagni di militanza indie, quelli coi quali aveva condiviso una purezza antisistema che lui, in tempo e per tempo, ha via via rinnegato. Passo che altri, meno baciati dal successo, non hanno saputo o voluto o potuto compiere.

"Tell me, tell me, tell me what do you want Tell me, tell me, tell me what do you need" #Ossigeno L'esibizione di Joan As Police Woman​ è disponibile su RaiPlay ➢ http://bit.ly/2GDRGQr

Geplaatst door Afterhours op vrijdag 23 februari 2018

E così si assiste a certi siparietti un po' faticosi, dove le nicchie non combaciano più: certo, né Agnelli né l'ospite di turno venderanno oltre qualche decina di copie (le cose stanno così), ma lo scarto di notorietà s'è fatto clamoroso; con l'ospite che, a ragione, dovrebbe contestare al padrone di casa il tradimento dei chierici, «il dèmone della visibilità, della notorietà», come rileva Grasso, ma non può farlo, per educazione, per riconoscenza, per amicizia e allora non resta che rifugiarsi nei ricordi di gioventù, ah, quella Bologna centro dell'universo, quello sprovincializzarsi che era l'inizio di un percorso, «ma tu però dopo te ne sei andato, come mai?». Perché Manuel già pensava in grande, e in furbo, Bologna per lui non era un punto di arrivo ma di partenza.

UN PROGRAMMA DA GUARDARE. CON I SUOI LIMITI. Ossigeno, scritto dallo stesso Agnelli insieme a Paolo Biamonte, Massimo Martelli e Sergio Rubino, diretto da Gaetano Morbioli, è a volte un po' in apnea, un po' asfittico ma non è bambino da buttare con l'acqua sporca: porta musica da conoscere, porta qualcosa di diverso, va giusto guardato tenendone presente i limiti, che poi sono quelli di un artista che non è un conduttore ma che, a modo suo, ce la mette tutta, che nelle sue ambiguità è a suo modo sincero, anche se a volte sembra frastornato da se stesso, dalle proprie ambizioni.

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