Sgarbi
12 Marzo Mar 2018 1740 12 marzo 2018

Le risse in tivù e la degenerazione del giornalismo

Come in un Colosseo, opinionisti-showman e presunti vip si scannano. Portando il livello della discussione negli abissi del trash. Secondo la regola che lega televisione-fama e follower.

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Non si capisce a chi convengano i telescazzi tra il critico d'arte Sgarbi e certa gente che va costruendo una propria insostenibile leggerezza dell'essere insopportabile. Sdegnosamente incurante dell'età della ragione, Vittorio intrattiene schermaglie multiple, anche tre o quattro insieme come d'Artagnan. Una delle ultime lo vede baccagliare con un pavoncello scherzoso, uno che si atteggia a Cassius Clay ma non saprebbe restituire una sberla.

GUERRA DI EGO. Sgarbi, che della vanitas vanitatum dovrebbe avere esperienza se non altro per pittoriche frequentazioni, non si placa, vuole l'ultima parola. Quell'altro, figurarsi se si fa sfuggire l'occasione. Sono clangori di ego in fondo fragili e ne esce un canaio infinito e stucchevole. Uno rilancia su Facebook, l'altro risponde con un “tweettino”, cui fa seguito la replica in un video, quindi un nuovo botta e risposta e così di moto perpetuo mentre i fantasmi da social scendono nell'agone e si fiondano in una rissa totale da bettola: «Sgarbi muori, vaffanculo, fallito». E nel profilo trovi l'effigie di un noto movimento. Gente seguita: zero; gente che segue: zero; data di iscrizione: cinque minuti prima.

TRA REALTÀ E FICTION. E anche la faccenda delle truppe cammellate o a pacchetto di mischia la dice lunga sul livello di questa surrealtà che uno non capisce mai, ma sospetta, quanto sia fondata e quanto invece interpretata, capace che tra due settimane, un mese, te li ritrovi nello stesso salotto televisivo a farsi i complimenti, a scambiarsi gli inviti.

Questi eroi da talk show inanellano disfide ombelicali e ti lasciano sempre il dubbio: ma perché non se la risolvono a fil di spada all'alba dietro il convento delle Carmelitane Scalze? Ma se condividi bene o male l'ambiente, conosci l'obbligatorietà della saturazione dell'atmosfera con l'anidride carbonica del fatto personale in ossequio alla regola: non sei famoso se non sei in televisione ma non sei in televisione se non sei famoso e in televisione ci si massacra perché è un Colosseo.

SUL WEB IL TEMA È L'IO. Tutto si riverbera in Rete. Nota il mediologo Antonio Pavolini: «Soprattutto quando parliamo sul web quasi sempre stiamo parlando di noi, non del merito di una questione. Stiamo dicendo agli altri che siamo migliori di loro, più competenti, più innovatori, più dinamici, più “nuovi”, come se nuovo fosse un valore in sé e soprattutto come se per essere nuovi fosse necessario essere stati nuovi prima degli altri, che dovranno starsene buoni a leggere o ad ascoltarci su qualche palco di qualche festival della Rete».

LA NOSTALGIA DEI BOCCA E DEI MONTANELLI. Questa dei vasi comunicanti dell'autoaffermazione sarebbe precisamente l'informazione che ci avvolge e ci aspetta al varco per gli anni a venire, la nebulosa che solo una propaganda impune ha il coraggio di spacciare quale logica evoluzione di un'epoca imparagonabile. Roba da matti: i Montanelli, i Bocca certo discutevano, incalzati da Sergio Saviane, ma mai si sarebbero abbandonati a volgarità monetarie da «mi devo rifare la macchina». Chissà che ne avrebbe scritto quello spietato chirurgo dello squallore e della disperazione esistenziale che era Flaiano. La situazione sembra in effetti grave ma non seria: cosa hanno mai combinato questi comprimari a parte lo sforzo, titanico, di apparire «nella tensione del durare», come diceva il politologo Sartori?

Non sei famoso se non sei in televisione ma non sei in televisione se non sei famoso e in televisione ci si massacra perché è un Colosseo

Homo videns, politica videns, giornalismo videns. Degli aizzatori in missione per conto di se stessi si cita di preferenza il look, la posa: «È un figone, è una gran figa». Il che è comprensibile, dietro la foglia di fico dell'irriverenza ciascuno offre quello che ha, qualche banalità vegetariana e via, rombando rampando verso la prossima trasmissione, verso l'ennesima rissa con un critico d'arte o una finta bionda. Dalle Iene agli inviati di Striscia, post giornalisti come cani o galli da combattimento visto che la catena di sant'Antonio delle baruffe risente della sovraesposizione commerciale, avendo gli opinionisti i medesimi impresari dei cantanti e delle soubrette.

GIORNALISTI COME SHOWMAN. È giusto, è normale che un “comunicatore” stia in scuderia con i personaggi dello spettacolo? Pare di sì, nel silenzio-assenso dell'Ordine chiunque garantisce per sé e siccome i martiri non si discutono, ma si venerano, un moralista come Saviano a lungo è potuto crescere nella curiosa condizione di coscienza targata Repubblica-Espresso e prodotta da Berlusconi. Se poi qualcuno lo attacca, lui accusa la macchina del fango.

LA DEGENERAZIONE DELLA PROFESSIONE. «Mai il giornalismo italiano era sceso così in basso. Un fiume di diffamazioni reciproche, di attacchi personali, di finte rivelazioni su peccati veri o presunti, anche risalenti a 30 o 50 anni fa», scrive Giorgio Bocca nel suo ultimo libro, Grazie No, uscito postumo. Bocca aveva colto la degenerazione di un giornalismo pubblicitario e cortigiano che suppliva con la cafonaggine alla mancanza di talento e di tecnica. Era sei anni fa, nel frattempo la mutazione da informazione a intrattenimento si è conclamata, come testimonia il bel volume di Umberto Piancatelli Il peggio della tivù.

DUMPING VERSO I TESSERATI. In un simile passaggio uno come Sgarbi, che il trash l'ha precorso, ci fa la parte del padre nobile. Solo che a questo segno non si riesce più a capire chi sia giornalista e chi no, cosa sia un opinionista, se e in cosa diverso da un imprenditore di se stesso. A volte questi che “fanno opinione” neppure risultano iscritti al suddetto Ordine, il che li sgrava da parecchie incombenze ma sostanzia una sorta di dumping cinese verso i tesserati.

Diletta Leotta a Sanremo 2017.

Nel penultimo Sanremo ci si stracciò le vesti per lo spacco di una giornalista Sky, con attacchi furibondi tra donne, minacce, scene madri. Nessuno obiettò che una giornalista non poteva pubblicizzare un abito di sartoria, neppure in forma indiretta, finché, a risolvere tutto, la constatazione: la bella conduttrice del programma sportivo non risultava iscritta all'Ordine, ergo poteva fare cosa voleva, sfilare, spararsi diecimila selfie, partecipare a qualsiasi titolo. Va bene, ma ha ancora senso chiamarlo giornalismo? E, se sì, perché non ci decidiamo ad abolirlo questo Ordine che ricorda l'Araba Fenice?

BARUFFE A OROLOGERIA. Due madame opinioniste, Parietti e Lucarelli, se ne dicono di tutti i colori per settimane, annunciano urbi et orbi querele e controquerele, poi di colpo cala un silenzio irreale, finché, come per magia, le furie risalgono in sincronicità junghiana con la ripresa del programma che interessava entrambe, un varietà in cui una che non era una ballerina ballava sottoponendosi al giudizio coreografico di un'altra che non era una coreografa.

SOLO UN RUMORE DI FONDO. Di sfondo, queste baruffe chiozzotte hanno sempre un qualche substrato politico, vero o presunto, da cui l'azzannarsi dei tifosi a supporto; resterà a suo modo epocale la stizzosa querelle fra Michele Serra e Tomaso Montanari sul fondamentale modo di essere di sinistra, di votare a sinistra alla vigilia di elezioni devastanti per la sinistra. Ma è un rumore di fondo che non è più utile neppure agli stessi partiti di riferimento, ultimo dei quali il nuovo potere a 5 stelle che ha certo bisogno di una classe intellettuale ma non a questi livelli, specie se si pensa al carattere di chi lo controlla, il Davide Casaleggio per il quale due parole sono troppe e lo è anche una sola.

Tomaso Montanari.

«Who is screaming in the mud in the Colosseum tonight?», ringhia Tom Waits. Al Colosseo si ostenta preoccupazione per questioni planetarie quali l'ecosistema, la pace in Medio Oriente, i diritti di genere, ma sono balle, è il particulare l'unica cosa che preme e in nome della quale i casinisti fanno giustizia sommaria, seppellendo di fango l'incauto che li ha stuzzicati. Più esattamente, mettono «la merda nel ventilatore» e si godono lo spettacolo.

IL CONTATORE SOCIAL. Loro possono azzannare a volontà ma guai a chi li tocca, scatenano subito il cafarnao. Vogliono durare e si può capire, questo è il mestiere che si sono scelti e debbono restare vivi nel Colosseo; non fosse che l'allarme sul giornalismo isterico divorato da se stesso, dai manager che fanno da anello di giunzione tra la politica e lo spettacolo, è condiviso e in egual misura rimosso: se allo stesso Giorgio Bocca, che per primo lo aveva denunciato, replicavano in modo offensivo di spegnere la televisione e darsi al barolo, oggi il meno che può capitare a chi invoca un fisiologico «basta» è di sentirsi dare del rosicone, passare in fama di meschino e vedersi confrontare i contatti social, in quella sorta di riduzione di ogni significato alla «calcolabilità dell'universo» di francofortese memoria. E in questo computo della notorietà che si legittima, torna il formidabile Bel Ami di Maupassant, romanzo mai letto ma assimilato da questa generazione di fenomeni, ovviamente in formato tascabile.

IL NULLA PERVASIVO. Sta di fatto che spegnere un televisore o cambiare canale oggi basta meno che mai, la pervasività delle comunicazioni è tale da investire di questo nulla schiumante anche l'eremita Pietro «promotore della crociata dei pezzenti». Basta attivare un tablet, impugnare il telefono e si viene travolti dai continui strepiti da ballatoio, rutilante ma ballatoio. Eroi ed eroine del chiacchiericcio gossipparo lo sanno e ne approfittano. Si consumano ma durano, come diceva Sartori, anche a costo di fare la fine del dipinto di Hans Baldung, Le tre età dell'uomo e la morte. A certi conviene; veda un po', esimio professor Sgarbi, se conviene anche a lei.

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