Patty
Cultura e Spettacolo
9 Aprile Apr 2018 1317 09 aprile 2018

Patty Pravo, 70 anni da ribelle

Unica. Snob nell'anima. Maliziosa e intelligente. Una predestinata che incrocia la strada col futuro papa Roncalli come con Ezra Pound. Ecco perché l'eterna ragazza del Piper resta una icona. Offesa solo dalla mancanza di autori all'altezza. 

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Semplicemente. Ci sono persone, personaggi, divi che semplicemente rendono la loro vita un'opera d'arte, costi quel che costi e diventano archetipici proprio perché atipici, irraggiungibili. Che Patty Pravo compia 70 anni ci sta, sta nel senso del tempo «che non aspetta nessuno» ma contemporaneamente suona come una cosa fuori tempo, fuori senso: Patty Pravo è semplicemente quella che è sempre stata, e che sempre sarà. E si può a buon diritto dire che anche lei col tempo ha giocato sporco, che la insulsa vanità del camuffarsi non l'ha aiutata, che i lifting forsennati l'hanno resa meno bella, hanno pregiudicato la sua capacità espressiva, le stesse possibilità canore: fa niente, gli occhi sono quelli, la malizia quasi infantile resta indomita, quella voce di contralto pop ha fornito voce a milioni di ragazze che, alla fine dei Sessanta, si erano giustamente rotte le gonadi di una società a misura di maschio e cercavano un canto in cerca di una bocca.

SNOB NELL'ANIMA. Sì, certo, c'era già stata Mina che è rimasta la migliore in tutti i sensi, anche nel rapporto coi media, in quel modo di assorbirli e di manipolarli. Ma Patty arrivava quasi una generazione dopo, quando Mina era istituzionalizzata, non più outsider ma padrona di uno show business in seguito allontanato, mai del tutto ripudiato, e c'era bisogno di nuove icone. E poi Mina da Cremona la snobberie se l'era guadagnata sul campo, Patty la veneziana snob modestamente lo nacque. A dispetto delle origini normali, popolari si palesava subito come una fanciulla stramba e delicata insieme: il colpo di genio, istintivo, acerbo, fu tratteggiarsi come la ragazza di buona famiglia che non è, lei è di origini semplici, normali; eppure capisce che alle figlie di buona famiglia si perdona qualsiasi cattiva condotta, e si regola di conseguenza.

Patty Pravo al Piper.

Una ribelle vera, una che maggiorenne a malapena piglia e va a Londra come niente e dopo due giorni rimbalza a Roma dove comincia a costruirsi. Ed è chiaro che Crocetta, il patron del Piper, non può non metterla nel radar e in poche stagioni Nicoletta diventa Patty, e Strambè, come la chiamava quel sublime coatto di Battisti, che le storpiava senza riguardi il cognome Strambelli, regalava un Paradiso a misura di Lucio: un rosario irriverente di «lalalala, lalalaaa» bastava, e basta ancora oggi, guardala su Youtube, a far capire che l'Italia cambiava, e come cambiava. Lei, ragazza del Piper un po' Jane Birkin, un po' Françoise Hardy, un po' Sandie Shaw, un po' pure Patti Smith, senza mai essere davvero nessuna di loro: una veneziana predestinata, una che incrocia la strada col futuro papa Roncalli come con Ezra Pound, una che trova anche il tempo di dedicarsi a studi musicali classici. Una che spesso dice di no.

In tutto quello che succede almeno nel biennio 1968-69, lei c'è. Sta dentro lo spirito del tempo. Ricordate la pubblicità dei gelati Algida? È lei. Poi la ricorderanno soprattutto per i successi più licenziosi, Pazza Idea, Pensiero Stupendo, ma a noi piace fermare il suo tempo migliore negli anni della costruzione di sé: non è tanto La Bambola delle 40 milioni di copie vendute a risolverla come interprete, quanto capolavori del calibro di Tutt'al più, con le parole di Migliacci e la musica, stupenda, di Piero Pintucci, o la lacerante Sentimento, confinato sul lato B di un 45 del 1968, ma erano anni di meraviglie, messe di meraviglie.

DETESTATA MA UNICA. Qui c'è la Patty (clamorosamente) 20enne già grande e migliore. Il resto viene da sé, con tutto il carico di vita, di predestinazioni, di commozioni, errori, azzardi, sperimentalismi anche gratuiti, panico da palco superato, controverse timidezze mai del tutto sopite, discese ardite e risalite tutte sue, solo sue. La incolperanno, la detesteranno, è una rubamariti, una mangiauomini, una che sfascia i Pooh come fossero i Beatles (mica vero), una viziata e viziosa che fa il cazzo che vuole. Forse, ma in fondo Patty Pravo si è fatta soprattutto gli affari suoi, in altezzosa alterità col mondo. E di passi azzardati in carriera ne ha fatti, si è persa e dispersa, ma ha sempre saputo tornare perché la sua presenza, la sua voce non erano fungibili, perché ha sempre saputo riempire il palco di sé, perché è una che ha dentro la capacità di eccitare e struggere, distruggere chi l'ascolta cantare. Le sue impennate vocali, le progressioni, quel buttar fuori il dolore spiegato così come la gioia più irriverente, sono uniche.

E non importa se la sua ultima grande hit è di 20 anni fa, è Dimmi che non vuoi morire che le confezionò addosso Vasco Rossi come un abito di sartoria, un identikit, un documento di coscienza. Non importa se il volto levigato tradisce tutto il tempo cancellato via. C'è un live, quello all'Arena di Verona del 2008, uscito l'anno dopo per Sanremo, che è forse l'ultima delle sue grandi performance, una raccolta di momenti che pochi artisti possono permettersi in una carriera: dalla citata Sentimento a Qui e Là, alla cover personalizzata Se perdo te, a una strepitosa versione de I giorni dell'armonia, all'intenso ripescaggio di E mi manchi tanto, del grande Paolo Morelli degli Alunni del Sole, tutto il concerto è la testimonianza di grandi pezzi trasfigurati da una grande interprete, una che oggi è offesa da una malattia incurabile: la mancanza di autori all'altezza.

NOI INVECCHIAMO, LEI NO. E così, Patty che una semplice non lo è stata mai, compie semplicemente 70 anni e pare la cosa più semplice e più complicata del mondo. E lei resta lì a guardarci, gatta veneziana fuori dal tempo. Siamo noi che invecchiamo, noi che armonia nei nostri giorni non ne abbiamo mai trovata, perché non sappiamo cambiare la vita che ci cambia lei, perché ribelli veri non siamo stati mai.

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