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Cultura e Spettacolo
15 Aprile Apr 2018 1600 15 aprile 2018

"Il prigioniero coreano" al cinema: trailer e recensione del film

Un pescatore che vive al Nord va alla deriva nel Sud. E viene sospettato di essere una spia. Una storia che con realismo descrive le differenze tra i due Paesi. E le conseguenze di un'ideologia estrema sui cittadini.

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Il regista Kim Ki-duk ritorna a un cinema che pone al centro della narrazione tematiche politiche e sociali con il film Il prigioniero coreano, in cui affronta la separazione e le differenze esistenti tra due nazioni geograficamente vicine e ideologicamente distanti.

TRASCINATO IN ZONA NEMICA. La storia segue quello che accade al mite pescatore Nam Chul-woo (Ryoo Seung-bum) che vive nella Corea del Nord, in un'area di confine. Quando una delle sue reti si aggroviglia intorno all'elica della sua imbarcazione, l'uomo non vuole abbandonare la sua unica fonte di reddito e si ritrova trascinato dalla corrente verso Sud, entrando così in zona nemica, dove viene trattenuto dalle autorità per capire se è una spia.

INTERROGATORI SPIETATI. A complicare ancora di più la situazione è il responsabile degli interrogatori (Kim Young-min), animato dall'odio contro la Corea del Nord e convinto che Nam sia realmente un pericolo per la sua nazione, al contrario di quanto pensa il giovane agente Oh Jin-woo (Lee Wong-gun), creando così un contrasto tra chi vorrebbe "liberare" il pescatore dalla dittatura e chi cerca invece di riportarlo nella sua patria.

L'incomprensione tra i due Paesi è causata da un approccio alla vita molto diverso che non assicura però a nessuno la felicità

Kim Ki-duk affronta la complessa tematica della divisione della Corea seguendo quanto accade a un uomo semplice alle prese con le conseguenze politiche e sociali della situazione, proponendo in entrambi gli schieramenti dei personaggi che sono profondamente legati all'ideologia che contraddistingue l'area in cui vivono.

IL REGISTA NON SI SCHIERA. Sul grande schermo, non senza un eccesso di semplificazione ma con una regia dinamica e coinvolgente, vengono quindi mostrate due dimensioni opposte, cercando però di non schierarsi a favore di nessuna delle due realtà ma, al contrario, di sottolineare come l'incomprensione sia causata da un approccio alla vita molto diverso che non assicura però a nessuno la felicità.

Il prigioniero nordcoreano con uno dei due poliziotti.

Persino l'accostamento tra il poliziotto buono e quello cattivo e l'epilogo della storia sembrano ideati per offrire un'immagine delle due "posizioni" il più possibile equilibrata in ogni suo aspetto e passaggio narrativo. Lo script cerca inoltre di far emergere la disperazione del pescatore all'idea di perdere tutto, anche la sua famiglia, e si limita a rimanere sulla superficie delle tematiche affrontate, in particolare a causa dell'intricato gioco di contrasti che rende le motivazioni, anche le più comprensibili e condivisibili, all'insegna di un'anima fin troppo politically correct.

UN FILM COME ATTO D'ACCUSA. Nonostante i comportamenti dei personaggi, Il prigioniero coreano ritrae con un certo realismo la vita delle due nazioni, compiendo una riflessione universale sulle conseguenze di seguire un'ideologia fino ai suoi estremi. La buona interpretazione di Ryoo, in grado di infondere al suo personaggio la giusta dose di intensità emotiva e delle reazioni mai sopra le righe mentre viene torturato, non solo a livello fisico, dai due Paesi, sostiene però il racconto, permettendo al regista di firmare un sentito atto di accusa nei confronti di una separazione geografica e ideologica in cui i cittadini diventano vittime, più o meno consapevoli, della lotta per il potere.

In pillole

TI PIACERÀ SE. Apprezzi le storie che affrontano tematiche politiche e contemporanee.

DEVI EVITARLO SE. Non ami le storie realistiche ma con un approccio fin troppo corretto a livello politico.

LA FRASE CULT. «Più forte è la luce, più grande è l'ombra».

CON CHI VEDERLO. Assieme a chi si interessa della politica internazionale e guarda con preoccupazione e curiosità alla complessa situazione asiatica.

PERCHÉ VEDERLO. Per comprendere meglio come le ideologie siano in grado di influenzare la vita e i pensieri dei cittadini.

LA SCENA MEMORABILE. Nam cerca in tutti i modi di non vedere quello che lo circonda nella città di Seul.

Regia: Kim Ki-duk; genere: drammatico (Corea del Sud, 2016); attori: Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun, Kim Young-min, Choi Guy-hwa.

Vediamo qualche curiosità sul film:

1. Rivalità tra Nord e Sud? Il regista si sente «semplicemente coreano»

Il regista, parlando della situazione politica del suo Paese, ha spiegato: «Mi sento semplicemente coreano. Il mondo magari lo scopre adesso, ma per noi coreani la divisione è una ferita che sanguina da 70 anni. Mio papà ha combattuto in guerra, io sono nato quand’era già finita, però ho fatto il militare e, nell’esercito, mi spiegavano ogni giorno che il mio nemico si chiamava Corea del Nord».

2. Arte a Milano: una mostra per comprendere la vita a Pyongyang

A Milano, in occasione dell'arrivo nelle sale italiane del film, è stata organizzata una mostra fotografica intitolata 3DPRK - Ritratti nordcoreani, che ha permesso di vedere le opere dello sloveno Matjaz Tancic. Grazie a 19 immagini in 3D scattate a Pyongyang per Koryo Studio è stato quindi possibile avvicinarsi, tenendosi distanti dai luoghi comuni e dalle rappresentazioni compiute dai media, alla vita quotidiana nella Corea del Nord.

«PERCEZIONE DI SOLITO SPEZZATA». L'artista ha spiegato: «I media si concentrano solo sulle atrocità commesse dalla dittatura e la nostra percezione si spezza, generalmente, a metà. Demonizzazioni del potere da un lato, idealizzazioni del popolo dall’altro. Ed entrambi i punti di vista oscurano necessariamente l’identità nordcoreana. Ecco perché ho voluto costruire un progetto focalizzato sulla gente comune: persone di età, condizioni sociali e mestieri differenti, in cui ognuno di noi, ovunque, si può identificare».

3. Messaggio positivo: un'occasione per riflettere su sé stessi

Kim Ki-duk, in una recente intervista, ha condiviso la sua speranza legata al film: «Mi piace pensare che possa dare l’occasione alle parti di riflettere su sé stesse. Altrimenti la prossima generazione di coreani sarà ancor più diffidente».

4. "Vicini" sconosciuti: guardati col bincolo per costruire il set

Il regista ha spiegato di non aver mai visitato la Corea del Nord e per ricostruire il villaggio nordcoreano in cui vive il protagonista è andato in una zona non militarizzata di confine, da dove ha guardato i propri "vicini" con il binocolo.

5. Autore apprezzato all'estero: «Cerco solo di raccontare buone storie»

Kim Ki-duk, riflettendo sull'accoglienza riservata alle sue opere in patria e all'estero, ha spiegato il suo approccio al cinema dichiarando: «Un buon filmmaker dovrebbe focalizzarsi sul voler raccontare una buona storia. Se quella è in grado di attrarre, il suo valore avrà modo di essere compreso e apprezzato dalle persone di altre nazioni e viaggerà in tutto il mondo».

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