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25 Aprile Apr 2018 0900 25 aprile 2018

Il nostro 25 aprile quotidiano

Lavoro precarizzato, violenza, globalizzazione. E ancora, politica senza identità, nuovo maoismo digitale e vagonate di cinismo. Cosa vuol dire resistere oggi.

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Tra fobie e filie, tra annientamento di sé e esaltazione di sé, galleggiamo, relitti del tempo tra quel che era e non va più bene, quel che sarà e non funziona già più. Tutto ci cambia tra le dita e non abbiamo più voglia di afferrarlo, perché non ne abbiamo più la forza, la possibilità; sospettiamo che non serva a niente. Contro chi, per chi sopravvivere, organizzare una nuova resistenza adesso che abbiamo vinto tutto e tutto perso, adesso che siamo contro di noi? Adesso che non sappiamo più come e per cosa restare? Anzitutto, diremmo, resistere per difendere l'individuo ch'è in noi o almeno quanto ne sopravvive: tutti, a cominciare dal papa, lo maledicono in fama di egoistico, di insensibile, e c'è una schizofrenia logica e sociale tesa a esaltare la specialità di ciascuno mentre la nega, la annulla, la stringe nella morsa delle categorie, del pensiero unico, dell'informazione collettiva, del vivere in massa e di massa.

LA POLIZIA DELLE IDEE MASCHERATA DA ALGORITMO. Con le app che scarichiamo a miliardi, per un solo e unico giochetto. Con il nostro modo di raffigurarci sulla falsa ribalta dei social asociali dove ci si scanna, sempre le stesse proiezioni che vorrebbero essere originali e si rivelano patetiche, la linguetta di fuori, la volgarità che insegue quella dei vip, le pose demenziali, i rimasugli di cibo e il feticismo dei piedi, i nostri animali prolungamento di una affettività confusa e spaventata. I telefoni, i computer personalizzati ma tutti uguali, a centinaia, a migliaia di milioni. Con i pensieri afasici, che recedono, che non pensano, con le parole stesse che i volonterosi carnefici dei social, la polizia delle idee mascherata da algoritmo, sorvegliano, puniscono.

Il progressismo occidentale esalta i computer, la Rete, la considera l'utopia realizzata di un'età dell'oro nuova e remota, infatuato di visioni floreali californiane, finché non si accorge che è un «maoismo digitale»

Resistere per cosa, contro cosa? Contro l'agonia del lavoro, parcellizzato, deformato, tutelato tanto enfaticamente a parole, nei concerti di massa, quanto poco e niente nei fatti? Dammi rifugio! Ma quale riparo hanno oggi i precari genetici, i chiamati, i temporanei, i momentanei che neanche la magistratura difende più? Bel mondo abbiamo fatto: dalle pretese isteriche, anche irragionevoli di un lungo post Dopoguerra dove chi più pretendeva più otteneva, alla coperta corta, sbrindellata di diritti evaporati nello sconcerto di una sinistra destabilizzata, che non sa ancora liberarsi della diffidenza antica verso la fabbrica, il «lavoro di merda» di negriana memoria, si lacera tra una lotta di classe che vorrebbe recuperare e aperture a un mercato di cui non rinuncia a diffidare.

LA GLOBALIZZAZIONE SLITTATA A DESTRA. Ma il modo stesso di lavorare, di produrre, ne esce stravolto, la rivoluzione tecnologica, spiega Harmut Rosa in Accelerazione e alienazione, non facilita le cose, si limita a comprimere il tempo e fare implodere le azioni in esso; il risultato è che si compiono più operazioni nella stessa frazione, insomma si produce di più, però se ne esce più poveri. Il progressismo occidentale esalta i computer, la Rete, la considera l'utopia realizzata di un'età dell'oro nuova e remota, infatuato di visioni floreali californiane, finché non si accorge che è un «maoismo digitale», come lo definisce un pentito, il teorico Jaron Lanier, e infine il trionfo di una globalizzazione slittata tutta a destra.

SI FA LARGO LA BORGHESIA PEGGIORE. Nel vuoto di certezze, torna a farsi largo la borghesia peggiore, non quella lungimirante dell'azienda diffusa e sociale senza curarsi di esserlo, ma quella predatoria e miserabile che, oggi, mette chi lavora gli uni contro gli altri: «Tu pensi di meritare il tuo posto? Credi che l'altro lo meriti meno di te?». E tengono i nuovi schiavi sulla corda, terrorizzati, depressi, il padronato di merda che non vede oltre i propri appetiti e dice: o così o puoi andartene, ché dietro c'è la fila. Torna la borghesia incarognita che faceva dire all'anticomunista Montanelli: tocca difenderla ma standone alla larga, perché appena l'avvicini ti sale il vomito da tanto che puzza.

I PREDONI DELLA SILICON VALLEY. È bastato alle felpette neocaliforniane predicare come le rockstar più ipocrite: non siate avidi! Non siate cattivi! E hanno dato loro credito. E invece erano avidi come neppure i vecchi padroni delle ferriere. Con le loro invenzioni potevano diventare ricchi anche limitandosi, mantenendo in parte i propositi sbandierati, invece hanno voluto prendersi tutto, hanno voluto il mondo e i loro falansteri sono inferni per chi ci lavora, come raccontano romanzi come Il cerchio di Dave Eggers o saggi quali Hired, di James Bloodworth, o En Amazonie di Jean-Baptiste Malet, appena usciti. Intanto, fuori dalla bolla dell'utopia liberale, negozi e botteghe reali muoiono di epidemie troppo, troppo veloci.

Resistere, resistere. Da chi, da cosa? Da Stati ancora e sempre più invadenti, da 'burontocrazie' che non cedono, la rivoluzione informatica, anche qui, non ha risolto semmai moltiplicato carte e adempimenti. Specie in Italia, dove il debito pubblico è passato in 10 anni dal 103 al 132% e dicono che hanno limato la spesa pubblica, pensa se invece la gonfiavano. E l'Unione Europea, che non esiste per nessuna soluzione, si è rivelata, questo ormai l'hanno capito tutti, una metastasi biforcuta: liberista in economia, nei soldi, dirigista e autoritaria nei diritti più privati e personali dei cittadini, da omologare nei gusti, nei comportamenti, negli indumenti.

L'IMPOTENZA VERSO LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. Resistere. Al quotidiano massacro delle donne e dei deboli. Facile a dirsi! Ma non bastano le campagne, le prediche, le testimonial sopravvissute nominate onorevoli o ballerine sotto le stelle, fenomeno forse controproducente. Non bastano e non servono se gli uomini-bestioni insistono, se ogni giorno ha la sua pena e il suo massacro. E sarà anche vero che il numero degli omicidi è in calo, che l'Italia non è il Paese più ammalato, ma quale consolazione può portare una statistica al cospetto di tragedie inesorabili, quotidiane? Donne, studenti barboni, handicappati, inermi: non c'è mai stata tanta furia senza direzione, tanta violenza demente, incosciente. «Perché l'hai fatto?»; «Mah, non lo so, non so che mi ha preso, ero fuori di me, ero depresso». Oppure: «Era un gioco, non pensavamo di far male mentre gli davamo fuoco». E gli danno anche retta.

QUEL CINISMO CHE AVVRACCIA TUTTE LE CAUSE. Resistere. Fra esaltazione e demonizzazione, difficile è capire, fidarsi. La processione delle “metoo” è dignità ritrovata a scoppio ritardato o cinismo calcolato, astuzia spregiudicata per tornare sotto i riflettori? Ma si possono sposare, come la morale universale ci invita a fare, tutte le cause, una, 10 al giorno, anche quelle palesemente sospette, anche quelle con evidenze strumentali o irrilevanti, inconcludenti? È lecito scrollarsele dalle spalle, perché è già così difficile sopravvivere, provvedere alla nostra piccola cerchia drammatica? Perché, alla fine, restiamo individui e in quanto tali limitati, povericristi che arrivano dove possono? O si finisce nell'insensibilità e nell'alone maledetto in fama di qualunquisti, di carogne e di lì nell'emarginazione e nell'isolamento?

L'IMPOSSIBILITÀ DI ORIENTARSI. Di chi fidarsi, se una rockstar sensibile all'Amazzonia e agli ultimi va a cantare per la Regina, se il cantante hipster che ha fatto un disco anche infantile di tolleranza senza filtri finisce in televisione a fare un mestiere che non sa fare? Se in una faida allucinante come quella siriana, senza innocenti puri tranne i bambini che cadono asfissiati o falciati, i pacifisti aggressivi Vauro e Strada si complimentano con Salvini che tira a difendere l'autocrate Putin che difende il tiranno Assad da ribelli non meno spietati? E il mondo, oggi come oggi, sembra tutto così, l'ex ambasciatore Sergio Romano ha appena pubblicato un saggio, Atlante delle crisi mondiali, al termine del quale uno capisce essenzialmente una cosa: come la vedi la vedi, non c'è speranza. «Ogni crisi internazionale ha la sua logica e la sua razionalità, o, se preferite, la sua assurdità», spiega. «Assurdità» è la parola giusta. Non nel senso, usurato, per cui la guerra è sempre assurda ma proprio nell'impossibilità di orientarsi, di tracciare almeno una verità definita e definitiva.

Non c'è mai stata tanta monotonia nella varietà apparente, non c'è mai stata tanta omologazione e insieme tanta personalizzazione, i leader come popstar, i rispettivi partiti o coalizioni ridotti ad appendici, a protesi strategiche e fragilissime

Resistere, resistere. Alle sirene contrapposte della diffidenza e della coglionaggine, del tutto nero o tutto rosa, del disfattismo e dell'utopismo suicida; resistere, soprattutto, a questa confusione maledetta che ti stordisce, ti priva di punti fermi, ti intossica di paradossi. Non c'è mai stata tanta monotonia nella varietà apparente, non c'è mai stata tanta omologazione e insieme tanta personalizzazione, i leader come popstar, i rispettivi partiti o coalizioni ridotti ad appendici, a protesi strategiche e fragilissime. Le canzoni di tutti i tempi hanno sempre rivendicato il sogno contro la realtà, ma oggi la fuga onirica, infantile, ha inghiottito ogni margine, dall'informazione alla politica è difficile tracciare un confine, capire cosa sia vero e cosa no, cosa sia reale e cosa invece sogno o incubo.

UNA DEMOCRAZIA LAICA PRONTA A ESSERE GHERMITA. Resistere a chi ti sta a fianco, ti arriva vicino; a te stesso, che non vuoi isolarti ma hai paura e, alla prova dei fatti, fai bene ad averne, e ti laceri tra slancio e cautela, tra abbracci che non vengono e chiusure a riccio. Angelo Panebianco sul Corriere distingue dottamente tra multietnicità, in sé feconda e comunque irreversibile, e multiculturalismo, ambiguo e – lo diceva già Giovanni Sartori - potenzialmente pericoloso, se è vero che in Belgio il primo partito islamico ha intenzioni preoccupanti, vuole prendere il potere, introdurre la sharia e, per far capire come girerà la faccenda, introdurre, subito, per legge, trasporti separati tra maschi e femmine, e punizioni «esemplari» per chi non decide il suo sesso una volta e per sempre. L'apartheid, la segregazione di ritorno: non mette brividi, non autorizza a preoccuparsi? Oppure si è fobici se si vedono i rischi di una democrazia laica e liberale pronta ad essere ghermita? Temere o fidare, tollerare o vigilare? Gli ottimisti, i Pangloss hanno la risposta pronta: entrambi, senza esagerare.

Ma dirlo è facile, la realtà è sfuggente tra le dita e lascia sconvolti come mai prima. E scogli dove ancorarsi non ne lascia perché ogni certezza è andata, è friabile, è un mutaforma che si rivolta contro chi lo difende. Mai come oggi, tutto implica il suo contrario già a partire dai termini, dai concetti: “populista” può venire declinato, a piacere, come miserabile tribuno oppure nobile tribuno; i localismi sono oasi di meschinità o a questo punto ritiri di sopravvivenza? Globalizzazione vuol dire trionfo delle genti, degli incroci, o solo dei mercati e delle élite?

OGNI COSA È SFUGGENTE. Sono riusciti a mettere in discussione perfino profilassi necessarie e fin qui indiscutibili come i vaccini, e l'hanno fatto con argomenti magici, suggestivi. Ma hanno avuto successo nell'abisso di ogni senso e ragione. Ogni cosa è sfuggente, contorta e l'uomo della strada, che non ha tempo per tutto questo, se la cava così: «Non si capisce più un cazzo», e, tutto sommato, non ha torto.

PRIGIONIERI DI LASTRE DI VETRO. Resistere contro, dentro questa vita che cambia pelle e resta sempre uguale e non si capisce più. Contro, dentro questa solitudine di metrò, di traffico a pezzi di vetro, di social affollati di fantasmi, di parole eruttate che scorrono sulle lastre di vetro che siamo. Resistere, soprattutto, contro il nostro disperato prenderci sul serio per poterci ancora fingere vivi. Resistere contro di noi, dentro di noi, doverci difendere da una realtà sempre più tragica con atteggiamenti sempre più comici.

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