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BLUES
29 Aprile Apr 2018 1500 29 aprile 2018

L'evoluzione dell'ascolto che lentamente uccide la musica

Il futuro è già passato. Niente dura più. Ma ogni passo successivo sembra peggiore. Ci si approccia al disco in modo dissociato. Sentendo solo il passaggio immediato. E scartando tutto il resto.

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Dimmi cosa ti serve, ti darò cosa mi conviene: è il mercato, bellezza, e si basa su una cosa chiamata evoluzione, anche se certi preferiscono chiamarlo inganno, truffa, sfruttamento. L'uomo ha bisogno di musica: l'industria gli dà la musica. Ma l'industria è condizionata da quello che si scopre, si lancia, si impone. Ne escono scenari sconcertanti, grande è la confusione sotto il cielo della musica: come può essere che La Riaa (Recording Industry Association of America) annunci che nel 2017 gli incassi per i dischi di vinile e cd hanno superato per la prima volta dal 2011 il download, lo scarico di musica immateriale a pagamento e, contemporaneamente, esploda la musica digitale in streaming? Eppure, in quel modo contorto che è del nostro tempo, tutto si spiega. A fronte di 1,3 miliardi di dollari dei download (in particolare lo scarico delle canzoni singole è diminuito di ben il 25%) si stagliano gli 1,5 miliardi di dollari delle vendite fisiche: i cd calano del 6% mentre il vinile aumenta del 10%; ma il 65% dei ricavi deriva dalle piattaforme dello streaming, che mangiano quote al downolad legale. Al punto che la leggendaria iTunes sta per sbaraccare: al più tardi entro la fine del 2018, dicono i rumor.

IL MODELLO SPOTIFY. Ma come, non era il non plus ultra della musica da scaricare, non si citano sempre nelle classifiche i download su iTunes? Certo, ma quella è acqua già passata, i dischi acquistati tramite la piattaforma di Apple sono andati a picco, meno del 25% del volume totale delle vendite. Dall'altra parte, Spotify si quota in Borsa debuttando a 165,9 dollari, molto oltre la valutazione di partenza su 132 dollari; alla chiusura le azioni si fissano a 149,01 dollari, per una valutazione totale di 26,5 miliardi di dollari. Gli artisti l'accusano di venire sfruttati dall'azienda e Spotify annuncia revisioni nei metodi e nelle proporzioni dei compensi. Da parte sua, Amazon Music Unlimited, terzo maggiore canale di streaming musicale dopo Spotify e Apple Music, da due anni attivo anche in Europa, ha informato tramite il suo vicepresidente Steve Boom, intervistato da Billboard, che ha raddoppiato gli abbonati il servizio di streaming negli ultimi sei mesi.

È la fine dell'ennesima epoca. Non è durata neanche un decennio ed è qui che, volendo, sta il dramma: niente dura più, tutto dura sempre meno, tutto si trasforma troppo, troppo velocemente, la mente fatica ad adattarsi, e ogni passo successivo le sembra peggiore. In poche stagioni siamo passati dalla musica concreta, cioè su pizze di plastica o di nastro, a quella che non c'è: e se domani, e sottolineo se, la musica diventasse qualcosa che non esiste proprio, che è sparita, benché è dappertutto? Se fosse ormai solo un sottofondo, un rumore di fondo, utile solo a scelte indotte? Se il suo bisogno umano, troppo umano venisse stravolto in funzione di altri bisogni più o meno disumani? Dopo una fase prometeica, nel 1951 successe qualcosa: Nilla Pizzi trionfava al primo festival di Sanremo e la sua Grazie dei Fiori roteava su un 78 giri nelle case italiane più fortunate, che allora non erano molte: le canzonette, come l'opera, si assorbivano più che altro dalla radio. Ma quello è il primo successo seriale, industriale, che proprio Sanremo s'incaricherà di rendere fondativo, con la sua spietata produzione seriale di melodie tradizionali a base di lacrime, mamme, cuori spezzati, amori (via via sempre meno) platonici e morte, un'orgia di morte: la famosa cupezza mediterranea mascherata da un sole più o meno abbagliante.

UN'ERA FORMATO 45 GIRI. Poi, nel '58, Modugno si mette a Volare e come un messia gorgheggiante porta una nuova era formato 45 giri, la cui bandiera “urlatrice” però sarà Mina; la RCA italiana, in predicato di sbaraccare, viene salvata da Ennio Melis, che la rilancia imbarcando autori e compositori-arrangiatori; tra questi Ennio Morricone, che con la sua Se telefonando, affidata proprio a Mina, l'eccelsa: siamo già nel futuro, il dischetto piccolo è oggetto di consumo che si consuma a forza di sogni piccoloborghesi carichi di Mine vaganti o di Celentani non ancora in Svalutescion. Tirerà come un dannato, il 45 giri, anche dieci, dodici, quindici milioni di pezzi in un anno, dopo un solo Sanremo, trascinando l'industria musicale fino alla metà dei '60 quando – però dall'altra parte del mondo - capelloni strani come certi Beatles, Beach Boys, Bob Dylan, Rolling Stones ed altri rivoluzioneranno il concetto di discografia sfornando in serie opere da ascoltare da cima a fondo: non basta più una canzone, ci vuole un disco “grosso”, a volte perfino doppio (Blonde on Blonde del Bardo, Freak Out! di Zappa). Fioriscono album concettuali, opere rock, più avanti perfino le ambizioni stravolte del prog, e chi li ferma più?

POCO SI CREA, MOLTO S'IMPORTA. In Italia poco si crea ma molto si importa, si coverizza, si scopiazza; si inventa pure, però sul versante “hardware. Fauci che “mangiano” sia i dischetti che le musicassette, tutta roba petrolifera destinata un giorno a venire rimpianta in sapore di retrologia; il mercato comunque tira, almeno sino ai primi Anni 70, quando, tra le varie cose contestate, entra in crisi pure il supporto plasticato – e Sanremo fatica a sopportarlo, anche perché, nel frattempo, la stessa Rai gli ha voltato le spalle. Cambiano i gusti, dischi se ne vendono pochini, dal Festival ancora meno. Vedi caso Sanremo rinasce, “come rinasce il ramarro”, negli '80 inoltrati, in curiosa coincidenza con il lancio di un nuovo metodo e blocco di incisione: questo è più piccolo ancora del 45 giri, ma assai più capiente, più pratico da portare in giro, la resa è assai pulita, anche se meno calda, sospettano in molti (recenti studi di fonologia smentiranno: solo una leggenda auditiva). Come minimo si perdono quelle sontuose copertine artistiche, il senso stesso del disco ne esce ridimensionato, ma il futuro non aspetta nessuno: e compact disk sia, la leggenda dice che i primi siano gli Abba, ormai al canto del cigno. Nella fase fluida, di trapasso, si avvantaggia anche il formato classico, per quanto in declino: nel 1987 la Cgd sull'orlo del fallimento passa dalla cassa integrazione a zero ore agli straordinari notturni per stampare le copie del singolo Si può dare di più, e quello resta l'ultimo grande exploit sanremese.

Il problema è che perdi il senso stesso dell'opera. Non ti senti più alle prese con un disco, da conoscere, da rispettare, ma con frammenti

Tornando al nuovo dischetto dai bagliori letti da un raggio laser, i vantaggi sono innegabili e sono tanti: ascolti quello che vuoi, salti da un brano all'altro, ti spari le compilation senza il romantico ma laborioso copia e incolla dei vecchi nastri e in più il disco non si consuma mai (non è vero: si smagnetizza in una decina anni) e puoi duplicarlo a vita. Ma la poesia della musica pare definitivamente andata. Parlano di fine della storia, invece il cd dura ancora meno, molto meno del suo antenato: due decadi scarse ed è già in crisi, divorato da un supporto che non c'è, è un pacchettino di memoria, si chiama mp3 e riduce tutto a bit, codici digitali; per pesare meno, si tagliano, in misura variabile, le frequenze troppo alte e troppo basse perché orecchio umano le senta (eppur le avverte...).

LO SCARICAR LEGALE (MA NON SOLO). Qui comincia l'avventura del download, lo scaricar legale – come quello di iTunes – oppure piratesco, come i tanti programmi di cui la rete subito si riempie, dal pionieristico Napster ai vari Emule, Soulseek e chi più ne ha più ne app(lichi). Canzoni, dischi che misteriosamente viaggiano per il cavo telefonico e finiscono nel computer. Ma gli stessi computer sono in mutazione, così come i telefonini, e, come si è visto, la pratica del download, se non appassisce a nascere poco ci manca: è il turno dei file sharing, adesso i programmi si chiamano “app”, e non è chiaro se i telefoni siano diventati computer o il contrario. Sta di fatto che quest'altra diavoleria consente di “condividere” musica senza neppure scaricarla, vai sulla app, (eventualmente) ti abboni – ce ne sono a decine, con una miriade di offerte, pacchetti, soluzioni dalla qualità audio diversificata in base ai costi – e morta lì. Lo streaming lascia tutto nella nuvola, e tu stai nella nuvola, sei sempre nella nuvola, anche tu sei una nuvola. Lo streaming mescola di nuovo le carte, le spariglia, il concetto è quello della piattaforma, uno spazio orizzontale in rete dove stanno spalmati milioni e milioni di brani, roba fatta apposta per i tablet, gli smartphone, diffusori del futuro e del presente.

Il problema è che perdi il senso stesso dell'opera. Non ti senti più alle prese con un disco, da conoscere, da rispettare, ma con frammenti: momenti di un album, momenti di un singolo pezzo, momenti di momenti. Non più momenti di un'eternità, ma un'eternità di momenti. Il cosiddetto nativo digitale si approccia alla musica in modo dissociato, sente solo il passaggio immediato, che gli procura un godimento epidermico, tutto il resto lo scarta, anzi lo “skippa”. Tanto bene lo sanno le piattaforme di streaming che le maggiori, come Spotify, già adesso consigliano, e sono proposte che non si possono rifiutare, ai compositori di comporre per blocchi, per passaggi, sezionano un pezzo, lo smontano, lo amputano, lo ricuciono secondo prospettive di marketing immediato. Ed è chiaro che la conseguenza è una musica che si sfilaccia, diventa rumore di fondo, accompagnamento per altro rumore. Sempre più compressa, poche sfumature, volumi esplosivi.

CI MANCAVA YOUTUBE. Aggiungici l'abitudine inveterata ad “ascoltare” direttamente su YouTube, dove la resa sonora è infima, e il quadro è completo. L'esperienza dell'ascolto, l'estasi musicale che secondo Schopenhauer è linguaggio universale, vibrazione multiforme del sentimento, diventa il suo contrario, si divora dall'interno, musica come negazione di ogni sentimento, puro gesto meccanico sia in uscita che in entrata: dove neppure i più spietati, ideologizzati sperimentatori degli Anni 50, come i Berio e i Maderna in camice bianco del Laboratorio di Fonologia della Rai, erano riusciti ad arrivare, ce l'ha fatta un mercato che non si ferma mai.

UNA RADIO INUMANA. Oggi ascoltare è più o meno come scopare una bambola neppure di silicone ma virtuale essa stessa. Il futuro? È già passato, ed è irreversibile. Si torna alla cara, vecchia radio, ma una radio diversa, forse inumana, radiostreaming coi suoi deejay, finora reali ma presto virtuali anche quelli, piattaforme sempre più invasive e infettive, di ascoltare davvero non fregherà più niente a nessuno salvi i pochi, radi nostalgici che già siamo e che presto scompariranno. Tutto sarà più che disponibile, sarà inevitabile, alla proprietà si sostituisce l'accesso, Marx dovrebbe essere contento. Ma come mai la sensazione è che manchi qualcosa, o forse tutto? Tutto sarà più rarefatto ancora, tutto più disponibile ma insieme proibito. La disabitudine non ad ascoltare un disco quanto a viverlo, a sentirlo come tuo. Il tuo disco. Quello della vita, un'estate o un amore o una tragedia. Quello che tieni con te, ti segue nei tuoi traslochi, nei calendari e più invecchi e più è importante. Perché è non è una piattaforma che ti inghiotte. Perché è lui, ed è parte di te.

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