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Cultura e Spettacolo
1 Maggio Mag 2018 1130 01 maggio 2018

La crisi di identità del concerto del Primo Maggio

Retorica stantia, artisti da reality, nessun 'mostro sacro'. L'evento di Roma vive una curiosa contraddizione: soffre di ipertrofia e allo stesso tempo ha perso di credibilità. Così è diventato un apostrofo rosso tra le parole Sanremo e X Factor.

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La cosa che salta all'occhio di questo Concertone sindacale del Primo maggio, edizione 2018, è la definitiva rinuncia a una identità. Ha proclamato il fighetta del gruppo pseudoalternativo bolognese Lo Stato Sociale, Lodo Guenzi, il cantante che non sa cantare: «A questo punto credo di meritarmi X Factor». Per il momento gli hanno dato la conduzione del Concertone insieme alla sorprendente Ambra Angiolini, cresciuta alla scuola auricolare del Bonco, reduce dal fiasco di Cyrano, roba da martellata in nuca con il frizzantissimo Gramellini, prima illuso poi deluso dall'amico Fabio Fazio. Insieme al Lodo, col gruppo al completo, una pletora di artisti o aspiranti provenienti da ribalte del tutto estranee alla liturgia sindacale.

TANTI FIGLIOCCI DI JOVANOTTI. Ci sono i nuovi paladini dell'intellighenzia piddina, i figliocci di Jovanotti come questo Sfera Ebbasta, c'è uno dal caso straziante, Cosmo, al quale hanno appena rubato gli strumenti e rischia di non suonare, un paio “de borgata”, reduci festivalieri col nomignolo sul vittimistico infantile, Mirkoeilcane e Ultimo, che tra i ragazzini ha vinto, qualche sconosciuto da talent, poi un Galeffi del giro “romano e romanista” che piace a Repubblica, qualche fanciullina hipster, tale Maria Antonietta, la giovane ma già eterna promessa Francesca Michielin, che è una delle più sponsorizzate ma fuori dai talent fatica a farsi prendere sul serio. Quindi i senatori, la Carmen Consoli che ha un dischettino appena uscito, come quasi tutti, la Nannini della borghesia senese a pugno chiuso, gli Zen Circus che son di quelli che dopo 20 anni stanno ancora nella crisalide indie, i Calibro 35 che hanno avuto un'idea meravigliosa, rifare le colonne sonore Anni 70.

Non mancano Ermal Meta, figliol prodigo di Maria de Filippi, vincitore all'Artiston con autoplagio incorporato, uno che si toglie lavoro da solo, né il Max Gazzé che è un po' tutto e il suo contrario

Non mancano Ermal Meta, figliol prodigo di Maria de Filippi, vincitore all'Artiston con autoplagio incorporato, uno che si toglie lavoro da solo, né il Max Gazzé che è un po' tutto e il suo contrario: giullare? Sì ma serio. Popolare? Sì ma colto. Di sinistra? Certamente, ma finito nel cono d'ombra andava alla festa di partito di Giorgia Meloni ad Atreju perché «la musica non conosce steccati». Manca Capossela che è andato a farsi il concertone gemello in Puglia, perché i concertoni retorici si moltiplicano per gemmazione, per sporogenesi. Ma tutto contento l'impresario Bonelli che come ogni anno se la rivende come sfida inedita, irriverente, gusti che faranno discutere, rilancio della grande musica tricolore – stranieri no, costano troppo, e par d'essere tornati a Sanremo col repertorio propagandistico di Baglioni.

ORMAI SOLO INTRATTENIMENTO. Il Baraccone del Primo Maggio vive una curiosa contraddizione, molto italiana, soffre di ipertrofia e allo stesso tempo di crisi identitaria e di credibilità. «Aah, il Concertone! Ma ti pare che non ci vado se mi chiamano? Con i chiari di luna che ci sono? Almeno mi vedono sulla RaiTre e faccio qualche serata, e poi perché loro sì e io no?». Così in 10, in 100 al cronista, «naturalmente questo non lo scrivi, siamo intesi». Deve essersi detto, Bonelli col resto dell'organizzazione a un certo momento: qui coi soliti rompicoglioni che predicano, con quelli della musica presunta d'autore, facciamo la fine del Pd: meglio imbarcare un po' di roba da social e da reality. Il risultato è che piazza San Giovanni cresce di anno in anno come gran casino di gente alla quale del costume populista di sinistra non può fregare di meno, ormai lo prende come un gigantesco pomeriggio a Fiabilandia senza andar troppo per il sottile anche quanto a rispetto ambientale.

Lo Stato Sociale.
ANSA

«Aah, il Concertone», per dire una cosa rutilante ma non importante, qualcosa che c'è perché c'è, perché conviene pure, nella logica un po' disperata del «siamo qui per far soldi» di zappiano sarcasmo. Un apostrofo rosso tra le parole Sanremo e X Factor. Anche sui diritti l'overdose retorica non sa più dove andare a parare tanto ne hanno abusato negli anni. Chi è che non è «per la pace, contro la guerra?». Chi è in favore degli abusi o la miseria della disoccupazione? Ma il lavoro non basta più rivendicarlo o sbraitarlo in un passaggio storico dove l'Istat può certificare che crescono allo stesso tempo gli occupati e i disoccupati, e si spiega: questi ultimi in non trascurabile parte non lavorano perché il lavoro neanche lo cercano più perché non trovano quello che vogliono loro: artista, “comunicatore”, giramondo solidale, naturalmente a pagamento. I “comunicatori” da salotto e i globetrotters opportunisti come Di Battista, 400 mila di anticipo, secondo le indiscrezioni giornalistiche, dal «ladro e mafioso» Berlusconi per un libro di viaggi illustrati, fanno scuola.

QUANTA CONFUSIONE SUL LAVORO. Lo sfruttamento c'è e c'è la carenza di lavoro, c'è una globalizzazione che ha rialzato le penne alla borghesia peggiore, spietata e parassitaria, ma ci sono pure aziende e botteghe e perfino istituzioni che chiudono perché non trovano personale: dal palazzo Ducale di Mantova per Pasqua, alle Poste della Marca, ai ristoranti sull'Adriatico come racconta la giovane laureata in lingue che manda avanti una trattoria di mare: «Ho mandato 250 domande per un pizzaiolo, dai centri per l'impiego a Facebook al passaparola. Risposte cinque, poi anche quelli ci hanno ripensato, non si son fatti vedere. Preferiscono aspettare, sono convinti che gli arriverà il salario di cittadinanza. Vengono, mettono subito in chiaro: la domenica libera d'estate, la settimana di ferie per ferragosto. Quando c'è pieno. Non accettano straordinari, non ammettono critiche, per loro lavoro e fatica sono inconciliabili, mi sono arresa, arrivo fin dove posso».

Anche sui diritti l'overdose retorica non sa più dove andare a parare tanto ne hanno abusato negli anni

Il governatore siculo Musumeci dev'essere un uomo assai maldestro, se n'è uscito con la frase, infame, sui disabili che a non averceli si risparmierebbe un sacco di soldi, ma il significato stava altrove, stava nei 3.250 dipendenti su 13 mila alla Regione Sicilia che sfruttano abusivamente la legge che sovvenziona i disabili, chi non ce l'ha ne adotta uno; sta nei 23 lavativi su 40 che al Comune di Ficarra non si sono mai visti ed erano tutti ufficialmente sofferenti. Ma c'è da tagliarsi i cabbasisi se se ne sentirà anche una, di Michielin o Maria Antonietta, di Lodo o Mirkoeilcane, inveire contro questi fenomeni anziché con il Trump esorcistico della situazione.

Sapendo come vanno le cose, anche sui diritti al Concertone debbono aver capito che era meglio andarci cauti e, quest'anno, si sono concentrati sulla sicurezza più che sul lavoro vero e proprio. Altro tema indiscutibile, chi sulla faccia della terra sosterrebbe che è giusto, è fatale morire travagliando come in un racconto di Verga? Ma è solo un velo per una manifestazione di potenza sindacale, politica che lascia il tempo che trova, anche coi canterini “in fila per tre”. Tutta gente, credeteci pure, alla quale preme davvero una e una sola sicurezza per un solo lavoro. Il proprio.

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