Aldo Moro Ritrovamento Piccirilli 065[1]
9 Maggio Mag 2018 0800 09 maggio 2018

Il sangue di Moro sul destino dell'Italia

ll sequestro e l'uccisione del leader Dc trasformarono radicalmente il nostro Paese, a tutti i livelli: politico, sociale, informativo, perfino terroristico. Quarant'anni dopo scontiamo ancora le conseguenze di via Fani e via Caetani. 

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Nei 55 giorni che vanno da via Fani a via Caetani, nel ritrovamento del cadavere di Moro nella famigerata R4 rossa, non si consuma solo il sacrificio di un uomo, di uno statista, di un blocco di potere quanto di una serie di equilibri – politici, sociali, informativi – che avevano bene o male retto nell'intera fase del Dopoguerra democratico e repubblicano, nella rinascita economica e civile di un Paese uscito distrutto dal conflitto mondiale e passato in fretta al club delle nazioni ricche ed evolute. Ad andare in pezzi, a lacerarsi mentre Moro in ostaggio scrive, tratta, sollecita, sono tanti. Prima fra tutti l'opinione pubblica, che assiste sconcertata all'incredibile paralisi operativa di uno Stato che, con i suoi duecentomila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri non cava il prigioniero dal buco, non sembra neppure volerci provare sul serio. Da via Fani a via Caetani succede di tutto, false piste, false sedute spiritiche con professori universitari come Romano Prodi e Alberto Clò, false esecuzioni in falsi luoghi come il lago della Duchessa a Gradoli, e poi soffiate, spiate, avvertimenti, indiscrezioni autentiche come quelle, puntuali, inesorabili, di Mino Pecorelli, il giornalista spione, ma lasciate cadere o neutralizzate.

Sì, l'uomo comune, l'uomo della strada guarda e non capisce mentre prende forma la psicosi anche stupida, il vicino di casa come potenziale terrorista, la caccia alle streghe, la fobia moralistica da una parte e la zona grigia, l'omissione opportunistica o solidale, il silenzio di chi sa, ha capito ma non ci va dai carabinieri a denunciare, a raccontare, dall'altra. Tra furore e paura, l'opinione pubblica assiste attonita allo spettacolo di una Democrazia cristiana che, in questo i brigatisti hanno visto giusto, si rivela cinica oltre le peggiori aspettative; apostolo della fermezza e dell'intransigenza è il democristiano più manovriero e spregiudicato, Giulio Andreotti, e col senno del poi si capirà il perché: non chiude ogni spiraglio per salvare il Paese, come sostiene, ma per salvare se stesso e il resto del partito, per disinnescare le rivelazioni che un Moro spaventato e deciso a vendere cara la pelle fa ai terroristi, i quali da parte loro o non capiscono o non vogliono capire, comunque non divulgano, non rivelano le confidenze del presidente Dc su Gladio, sullo stesso Andreotti, su plurimi scandali della storia recente.

Tra furore e paura, l'opinione pubblica assiste attonita allo spettacolo di una Democrazia cristiana che, in questo i brigatisti hanno visto giusto, si rivela cinica oltre le peggiori aspettative

Dall'altra parte, il segretario comunista Berlinguer ha il problema speculare, uguale ma rovesciato: il Pci dopo anni di tolleranza ambigua sui brigatisti compagni che sbagliano, neopartigiani avventati, appartenenti all'album di famiglia come dice la Rossanda, sta perdendo l'egemonia nelle fabbriche e nello stesso sindacato, pieni di simpatizzanti e fiancheggiatori delle Br come pochi mesi più tardi sarà più chiaro, sarà evidente nella storia tragica di Guido Rossa ammazzato in fama di spia. Anche nelle scuole e nelle università il partito è, progressivamente, in difficoltà, lo si è visto fin dai primi anni di Padova e di Trento, facoltà dove il primo nemico non è il potere democristiano ma, sempre più, i comunisti marchiati come collaborazionisti, come riformisti e moderatisti «di merda» al soldo del regime. Un processo degenerativo che ha visto nell'annus horribilis 1977 fiammate inequivocabili prima con la cacciata di Lama alla Sapienza, in febbraio, quindi con il convegno bolognese sulla repressione di settembre dove il movimento si spacca: i possibilisti, i ragionanti da una parte, in ordine sparso, i furibondi e gli apocalittici - che a distanza di sette mesi non hanno più voglia di scherzare, «Lama sei una pipa», «i Lama stanno in Tibet» -, compressi al Palazzetto dello sport dove si ingiuriano, si pestano, si minacciano, unico collante la lotta armata, lo scavalcarsi a sinistra nella gara a chi è più intransigente nella furia rivoluzionaria. A questo giro il Pci non può stare a guardare, non può più assecondare gli eventi pensando di sfruttarli, deve dare una risposta secca, definitiva, deve sposare la linea della fermezza «in nome dello Stato».

È questo patto d'acciaio sulla pelle di Moro, sul suo destino, che abbatte il prigioniero e destabilizza i carcerieri. Già i brigatisti sono esitanti al loro interno; la gestione del sequestro li sconcerta sempre di più. Reduci dall'azione di commando, brutale, spietata, di via Fani, che li esalta e li preoccupa, hanno cominciato a vedersi tagliare il prato sotto i piedi sia dalla spietatezza dei partiti d'ordine, sia dalle critiche dei maestrini rompicoglioni come Toni Negri; debbono barcamenarsi tra chi attribuisce loro un ruolo salvifico e chi li considera solo idioti utili a trame di potere. Sanno quello che sanno e cioè che la concezione, la maturazione del sequestro Moro è roba loro, ci pensano, ci lavorano già da tre anni, in questo la “purezza” è indiscutibile e chi la contesta è in malafede; ma è altrettanto pacifico che una operazione come via Fani non può non venire infiltrata, strumentalizzata e questo agita i brigatisti, li fa sbandare. Adesso ci si mette anche il prigioniero, che con le sue sottigliezze, con le spiegazioni pazienti, perfino paternalistiche, dischiude a loro rivoluzionari un mondo di potere infinitamente più complesso, più complicato dei loro rozzi schematismi marxiani: non c'è il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali immaginato da Alberto Franceschini che serve a tenere insieme le contraddizioni e le analisi sbagliate, c'è una trama velenosa e torbida di interessi, di contrapposizioni, di poteri, di meccaniche, di dinamiche che si articolano e si aggrovigliano in modi che nessuno, neppure lo stesso ostaggio può gestire e può capire completamente. Rivelazione che distrugge psicologicamente i brigatisti, li estenua. «Dopo Moro eravamo cotti», ammette proprio Franceschini, «ci chiedevamo: e adesso?».

Dopo Moro eravamo cotti. Ci chiedevamo: e adesso?

Alberto Franceschini, capo storico delle Brigate rosse

«Adesso», comincia il lento declino della mitologia brigatista, per la prima volta esitante, minata da venti che i loro militanti hanno liberato, ma che non sanno più come gestire. Anzitutto la presa d'atto che il popolo rivoluzionario non c'è, non esiste. Lo scatto in avanti, la massa finalmente matura da guidare nel senso leninista che ipotizza Moretti, non si vede e al suo posto affiora una congerie di suggestioni, di interessi, di calcoli: al ritrovamento del cadavere di Moro non sono pochi quelli che, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle istituzioni, esultano, stappano, per non dire di quanti stanno alla finestra e assecondano gli eventi. «I brigatisti», pensano, ammettono, «lavorano anche per me, finché ci sono, finché tagliano le unghie al padrone e magari rimettono in riga il sindacato ammorbidito, mi possono far comodo ma io al loro cupio dissolvi non ci sto, io tengo famiglia». «Ma anche noi, volendo, la tenevamo», sbotteranno in seguito i brigatisti, ormai reduci, col senno del poi e della sconfitta.

DOLO L'OMICIDIO REGNA IL CAOS. Dopo Moro, grande è la confusione sotto il cielo. I maggiori partiti spaccati all'interno e gli uni contro gli altri. La stampa democratica che oscilla tra intransigenze e complicità, fra omertà e zelo poliziesco, a un convegno a Pesaro si arriva a teorizzare l'autocensura in nome dello Stato, del potere. Quanto ai brigatisti, si ritrovano invasi di richieste di arruolamento quasi fossero centri per l'impiego. Intanto, lo Stato si riorganizza, affida pieni poteri al generale Dalla Chiesa che in pochi mesi, partendo dal controllo degli affitti, si fa una mappa sufficientemente chiara dei covi e poi agisce a colpo sicuro, come in via Monte Nevoso a Milano dove a nemmeno tre mesi da via Caetani il suo nucleo scelto ne arresta nove, tutti di spicco, e mette le mani sulla prima versione del memoriale, che ne esce opportunamente purgato.

Di pari passo comincia il fenomeno del pentitismo, cui i brigatisti tentano di opporsi con metodi mafiosi, come quando fanno ammazzare il fratello di Patrizio Peci. Ma è sbagliata la vulgata che vuole i pentiti figli della repressione di Dalla Chiesa: costui è un militare, duro, spietato se occorre, ma la spietatezza la sa dosare, la usa se c'è da risolvere qualche ammutinamento nelle carceri o da pareggiare i conti come in via Fracchia a Genova. Per i brigatisti catturati, invece, ha in serbo la psicologia, li lascia lì, li ignora finché quelli, stanchi, confusi, apparentemente dimenticati al loro destino di reclusi, non si risolvono a vuotare il sacco spontaneamente. La repressione verrà, viene, ma con leggi successive che ampliano il potere della polizia e coi successivi delitti della gestione Senzani, la più sanguinaria: verrà anche la tortura per gli autori del demenziale sequestro Dozier, che questa volta, essendoci di mezzo gli Usa, lo Stato itaiano chiude con efficienza perfetta e poi, per farsi capire, procede coi pestaggi sui terroristi maschi, con le sevizie sulle donne. Ma è una repressione che arriva dopo un decennio di resa fattuale a escandescenze in costante crescendo.

LA MICCIA INCEDIATA NEL 1969. Centocinquanta attentati bombaroli nel solo 1969 di piazza Fontana, secondo una controindagine di Nuova sinistra, spartiti fra rossi, neri, anarchici. Un bollettino diffuso nel marzo 1971 da Potere Operaio sembra oggi inverosimile fin dall'incipit, nel quale si introducono le azioni di guerriglia quali «primi passi della lunga marcia che si concluderà con l'eliminazione fisica, oltre che dei servi in borghese e in divisa, di chi li usa, li paga e li protegge». A seguire, il resoconto: dapprima, le aggressioni e devastazioni in serie su bersagli e sedi considerate «fasciste»; quindi «87 poliziotti picchiati e feriti, sabotaggi gappisti [dei Gap di Giangacomo Feltrinelli, ndr] alla Pirelli, alla Ignis, alla Fiat, alle raffinerie Garrone di Rivalta Scrivia, alla Necchi di Pavia; bruciati dalle Brigate Rosse tre camion di gomme Pirelli a Lainate, incendiate tre auto di spioni alla Pirelli, incendiata a Roma la portineria della casa del ministro di polizia Restivo, distrutte tre gazzelle della polizia e l'auto del preside fascista Liberti, sfasciato l'ufficio di Valerio Borghese, attaccate le filiali della Banca d'America e d'Italia, del Banco di Roma, del Banco di Napoli, del Banco di Santo Spirito, della Fiat, della Gulf». Ed è solo il 1971, anno prodromico, di riscaldamento, di preparazione.

Dopo Moro le Br sono entrate nella spirale autodistruttiva, sono insidiate dalla brutalità insensata, nichilistica

Dopo sette, otto anni di devastazioni, di rapiti, di gambizzati, di morti ammazzati nelle più varie circostanze e combinazioni, il Paese è saturo di sangue, di violenza e non attacca, cioè vale solo nell'ottica terroristica, il famoso proclama di Franco Piperno: «Coniugare la terribile bellezza del 12 marzo 1977 [giorno di violentissimi scontri a Roma, messa a ferro e fuoco a poche ora da altri scontri a Bologna dove è caduto lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, ndr] con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia». Ma non è un barone universitario come Piperno a decidere: è l'esito quasi fisiologico di un groviglio di circostanze, di esasperazioni, di contraddizioni che, tutte insieme, arrivano al dunque, chiedono il conto.

LA SPIRALE AUTODISTRUTTIVA DELLE BR. Dopo Moro le Br sono entrate nella spirale autodistruttiva, sono insidiate dalla brutalità insensata, nichilistica di formazioni come Prima linea e i Pac di Cesare Battisti. Il professor Giovanni Senzani, altro teorico, vuole dimostrare che è un capo anche più duro, più risoluto di Moretti. Quest'ultimo ha retto altri tre anni dopo via Caetani ma sempre più in difficoltà, messo in discussione sia dai carcerari, sia da parte del gruppo dirigente (come la coppia Morucci-Faranda che a inizio 1979 se ne va), sia dalla nuova leva di giovani e giovanissimi smaniosi ma scriteriati, politicamente inconsistenti. Oggi Barbara Balzerani gira come una Madonna rivoluzionaria e può irridere i parenti delle vittime come mestieranti, ma ci sono i verbali delle ultime riunioni interne, quando Moretti e lei, ormai in disgrazia, vengono attaccati e insultati pesantemente: «Siete delle facce di merda», «taci tu maestrina del cazzo». E per poco non si arriva alle rivoltellate come in una faida mafiosa.

Moretti, quando il 4 aprile del 1981 viene arrestato all'ombra dei muraglioni della Stazione centrale di Milano mentre, con Enrico Fenzi, va a incontrare un tossico usato come infiltrato, è ormai un leader spremuto, un capo che comanda sempre meno. Anche le Brigate Rosse “comandano” sempre meno: tramite Moro si sono scoperte involute, ingenue, provinciali. Hanno dovuto accettare che il loro sogno leninista era tragicamente utopistico, che altri ci speculavano e lo riportavano nei cieli delle impossibilità, delle irrealtà anche reazionarie; hanno soprattutto dovuto prendere atto di qualcosa che sapevano ma che, fino a quel momento, fino a quel sequestro, la falsa coscienza del Sim aveva loro permesso di esorcizzare: il processo di automazione in fase avanzata, il controllo che dalle categorie degli ingegneri e dei contabili, da una parte, della classe operaia dall'altro, passa ai robot e a quelli che li impostano, li fanno marciare.

LA VITA IN FRABBICA MUTA GRAZIE ALLE MACCHINE. Le linee di produzione, già attive prima di via Fani, in pochi mesi prendono il sopravvento, rivoluzionano, quelle sì, il ruolo e la coscienza stessa dell'operaio-classe: insidiato, messo alle strette da un padronato che, dopo anni di sprechi e di coma funzionale e produttivo, di reparti ridotti a suk o a bordelli, può tornare a fare la voce grossa, può tornare a dire a un sindacato non più indispensabile nell'ambiguità dialettica della fabbrica: o così o vi arrangiate, o così o ci pensano i robot. Solo la Fiat ne licenzia 61 in una colpo solo e, sorpresa, nel gradimento diffuso, comunque sostanziale di chi, quale che sia il suo ruolo, il suo posto, vuol tornare a lavorare, a sentire la fabbrica come un posto da cui fare uscire un prodotto buono, serio. L'operaio ridefinisce, in buona parte smarrendola, la sua identità classista perché il lavoro si va facendo meno duro e pericoloso, gli spazi diventano più ampi e vivibili, le mansioni sporche e ingrate alle macchine, agli uomini va il controllo, la verifica dell'automazione.

Che senso ha a questo punto fare come le Br, che continuano ad ammazzare quadri intermedi, poveri cristi da organigramma medio-basso, come Piero Coggiola, dirigente Lancia di Chivasso nel settembre 1978, o Sergio Gori della Montedison di Porto Maghera 16 mesi dopo, o l'ingegner Giuseppe Taliercio anche lui dirigente dello stesso impianto veneto, il 5 luglio 1981? Quello di fermare l'automazione col sangue, di riportare i processi produttivi a livelli vietnamiti o cubani? Ma via, queste son cose da visionari balordi come i piellini del “mucchio selvaggio” o gli sbandati dei Pac, cose senza senso che quelli con un minimo di testa ragionante come Moretti aborrivano, sia pure con le loro indecisioni e ingenuità anche feroci.

DOPO VIA CAETANI TANTI OMICIDI A CASO. Il fatto è che dopo Moro il tiro al bersaglio si fa indiscriminato, da irragionevole diventa demente nella sua casualità, nella sua foga emulatoria. Se le Br sparano e ammazzano, i piellini per non essere da meno fanno una strage, ci sono cani pazzi, alcolizzati che ammazzano a Milano gli avventori di un bar mentre un gruppo di ragazzini della Brigata XXVIII marzo abbatte un giornalista di medio calibro, il poco più che trentenne Walter Tobagi che presiede l'associazione dei giornalisti e per questo è visto come il nemico più pericoloso, l'obiettivo supremo di ragazzini come Marco Barbone e Paolo Morandini che sono figli di giornalisti, che tirano sui padri, confidando che al momento opportuno saranno proprio i padri, metaforicamente uccisi in Tobagi, a cavarli dai guai.

UN PEZZO DI STORIA ITALIANO CHE RIMANE ANOMALO. Siamo a due anni quasi esatti da via Caetani e tutto è cambiato, sfuggito dalle dita di chi maneggia pistole, penne, leve, bottoni. Aveva ragione la vittima illustre, lo statista sacrificato a una fermezza fasulla: «Il mio sangue ricadrà su di voi». Voi tutti, nessuno escluso. Oggi, quarant'anni dopo, scontiamo questa deformazione prospettica, temporale del sequestro Moro: che se ne parla come fosse ieri, ma lo si ricorda come fosse stato 200 anni fa. Una vicenda distante, storicizzata, buona per le fiction, per le letture di Luca Zingaretti.

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