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19 Maggio Mag 2018 1500 19 maggio 2018

L'Italia delle rendite in un eterno presente

Più case per creare reddito, più liquidità in cassaforte: ritratto di un Paese che accumula per proteggersi dal futuro e che non vuole investire più. Un estratto dall'ultimo libro di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo.

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Pubblichiamo per gentile concessione di Einaudi editore un estratto di Prigionieri del presente - come uscire dalla trappola della modernità, di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo.

VOGLIA DI SICUREZZA. È nata l’Italia dei rentiers. Dove la cultura economica collettiva soffoca nel presente, nel tutto «qui e ora», con l’eclissi del gusto e del rischio per l’investimento che non sia quello finanziario e patrimoniale, e con un graduale ma costante appannarsi del futuro, del desiderio della crescita, senza il quale l’ascensore sociale non può funzionare. Gli imperativi di una società che mira a proteggersi attraverso lo scudo della rendita, diventano un’ossessiva tendenza alla moltiplicazione del risparmio, inteso come cash, denaro liquido disponibile e da far fruttare, e a un mutamento negli stili di vita ispirato a una voglia di sicurezza e a orizzonti temporali di breve termine. Nelle priorità degli italiani per il prossimo futuro, classificate da un’indagine del Censis realizzata dando la possibilità di più risposte, alle prime due posizioni compaiono gli obiettivi di «mettere soldi da parte» (56,7 per cento) e «ridurre le spese mensili, dalla spesa alimentare alle bollette» (51,7 per cento), mentre soltanto in fondo all’elenco spunta l’aspirazione di «fare un investimento di lungo periodo» (22,1 per cento).

PAURA DI SCIVOLARE. Il ceto medio diventato benestante grazie a una crescita economica che sembrava infinita, in Italia come in tutto il mondo occidentale, sente salire la minacci pervasiva dell’impoverimento, di uno smottamento della propria condizione. Ha paura, mescolata a rabbia invidia sociale, di essere risucchiato verso il basso, in una società dove la ricchezza tende a concentrarsi verso l’alto con squilibri crescenti e sempre meno sostenibili. Il presentismo economico, in questo caso, assume i connotati di una tattica del giorno per giorno in un campo di gioco diventato friabile, con aspettative piatte se non decrescenti. Lo scalpo del cash è da portare a casa, anche sotto il materasso, in un Paese come l’Italia, dove la tendenza all’accumulazione del denaro liquido significa anche evasione fiscale e riciclaggio.

L'ACCUMULO DURANTE LA CRISI.Complessivamente le attività finanziarie delle famiglie, esclusi gli immobili, valgono circa 4000 miliardi di euro, e dal 2007, cioè dall’alba della Grande Crisi, gli italiani hanno messo da parte un ulteriore tesoretto di liquidità pari a circa 115 miliardi di euro, una somma superiore all’intero Pil di un Paese come l’Ungheria. Soldi che non creano sviluppo, ma dovrebbero assicurare protezione. E quando si parla di famiglie, in Italia, si parla di imprese, in una sovrapposizione unica nel mondo occidentale per dimensioni: secondo il Cerved, nel decennio 2007-17 il capitale netto delle piccole imprese è schizzato del 43 per cento, mentre il debito è cresciuto solo dell’8 per cento. Poca voglia di investimenti? Presa di distanza da un sistema bancario diventato vulnerabile? Accumulazione di cassa come salvagente per la navigazione a vista delle imprese? Probabilmente tutte e tre le cose, riconducibili a un’unica matrice: l’orizzonte di breve respiro, limitato a una cauta amministrazione del presente.

INNAMORATI DEL MATTONE. Lo stesso meccanismo, con la stessa vocazione, riguarda la nuova strategia presentista di gestione del patrimonio immobiliare, l’altro serbatoio di ricchezza finanziaria degli italiani, che dagli anni del boom economico è un punto di forza di un Paese dove l’80 per cento degli abitanti vive in una casa di proprietà (venti punti sopra la media europea) e un italiano su cinque possiede una seconda casa. Gli immobili – ecco il cambiamento radicale e non temporaneo – non sono piú considerati un «bene rifugio», nella logica conservativa del lungo periodo di un popolo dall’ossatura contadina, ma sono diventati il motore non propulsivo di una «messa a reddito», nel breve periodo, tipica dei rentiers. Girando l’Italia, dalle città ai borghi, dalle zone agricole alle aree metropolitane, c’è da restare sbalorditi per la diffusione così capillare di questa forma modernizzata di un’antica rendita, un tempo circoscritta a una minoranza di proprietari immobiliari di stampo ottocentesco e persino feudale.

CASE VUOLE DIRE REDDITO. Appartamenti urbani, casolari di campagna, attici panoramici e semplici case nei centri storici, residenze estive e immobili in montagna: un gigantesco patrimonio «messo a reddito». Sfruttando, con un’abilità sopraffina, da società per sua natura adattiva, qualsiasi opzione per «fare soldi»: bed and breakfast, location per eventi, matrimoni, feste e set cinematografici, case per vacanze da affittare per periodi stagionali o anche solo per qualche giorno. Secondo l’Istat, in Italia ci sono 103 000 appartamenti disponibili per chi viaggia, attraverso gli affitti in Rete. Tutto fa reddito nella frammentazione del «qui e ora», e meglio ancora se il carburante di un’economia da rentier sia, anche nell’impiego dei beni immobiliari con i servizi correlati, il solito cash che in questo modo continua a essere accumulato esentasse. E aumenta.

La moltiplicazione del risparmio e di possibili fonti di guadagno utilizzando il patrimonio disponibile, non come presupposto di investimento, di un uso produttivo del denaro, ma come arma e munizione difensiva, ha contribuito in modo determinante a generare una seconda ondata di economia sommersa, molto diversa però dalla prima che risale agli inizi degli anni Settanta. E in questa differenza non è difficile scorgere il cambio di paradigma scandito dall’economia presentista. All’epoca, infatti, il sommerso fu al centro di una tumultuosa quanto vitalissima crescita economica che portò alla saga dell’industrializzazione diffusa sul territorio: in pochi anni nacquero mezzo milione di piccole imprese, diventate poi la spina dorsale dell’Italia manifatturiera. L’attuale sommerso, invece, non esprime nuovi e originali percorsi di crescita economica, di benessere diffuso, di prospettive di sviluppo individuale e collettivo: è il segnale, ormai consolidato e non transitorio, di un rinserramento del corpo sociale. Ieri il sommerso guardava con eccitazione al futuro, oggi ha l’occhio spento sul presente.

IMPOVERIMENTO GENERAZIONALE. La chimica del presentismo «no investment, no future» è un veleno somministrato con dosi quotidiane alle nuove generazioni, a quei giovani feriti dalla forbice generazionale e beffati dall’insopportabile retorica degli appelli generici, delle promesse vacue, degli scrupoli ipocriti, di quanti fingono di preoccuparsi del loro futuro. E in realtà pensano solo al loro presente. La penalizzazione dei giovani passa, trasversalmente, dalla loro marginalità economica nell’Italia dei rentiers, dal loro decrescente peso demografico, e da un’insoddisfazione che, almeno per il momento, riescono a esprimere senza conflitti sociali, anche loro limitandosi all’uso di un’arma difensiva: l’attesa dell’eredità (se esiste), o la fuga.

I NUMERI DEL DIVARIO. L’unica certezza, dalla quale dovremmo ripartire se volessimo davvero occuparci del futuro delle nuove generazioni, è contenuta in una lunga serie di inoppugnabili statistiche della Banca d’Italia e dell’Istat. Numeri dai quali apprendiamo in modo matematico che i giovani saranno più poveri, per la prima volta nella storia, dei loro padri. Il divario tra le nuove generazioni e il resto della popolazione è un capitombolo economico di dimensioni epocali: venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media nazionale del 5,9 per cento, adesso sono inferiori del 15,1 per cento. Nel 1991 la metà dei giovani era proprietaria dell’abitazione in cui viveva, una percentuale che non fa altro che abbassarsi, anno dopo anno, mentre gli anziani proprietari della loro casa sono schizzati dal 64 al 75 per cento.

Di fronte a un Paese ingessato, la prospettiva più condivisa dai millennials è il fuggifuggi nell’altrove, con 1,7 milioni di ragazzi che considerano prioritario l’obiettivo di «andarsene all’estero», a fronte di padri e nonni che pensano invece a «mettere qualche soldo da parte». Il presente come unico orizzonte di vita taglia i fili del corpo sociale, con la forbice dell’età anagrafica.

L'ASCENSORE SOCIALE BLOCCATO. Il crack generazionale, nel mettere fuori uso l’ascensore sociale, sta contribuendo a una distribuzione della ricchezza che continua a premiare il capitale a scapito del lavoro. E qui il destino dell’Italia si allinea con gli altri Paesi del mondo occidentale, anche se i tassi di disoccupazione, specie quella giovanile, sono molto diversi, con il nostro Paese ben piazzato nel girone dei peggiori. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che tra il 1991 e il 2014, la quota di reddito destinata al lavoro è diminuita, a favore di capitale, rendite e pensioni, in 29 delle 50 maggiori economie del mondo e in 7 dei 10 più importanti settori economici. In pratica, il lavoro ha perso peso, e quindi anche remunerazione, nei due terzi dell’economia mondiale.

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