Renato Zero, con Zerovskij scelgo opera
20 Maggio Mag 2018 1100 20 maggio 2018

Renato Zero, il ritorno del vecchio re delle provocazioni

Rieccolo sul mercato con la riproposizione dal vivo dell'ultimo disco. Prima sfacciato e promiscuo, poi predicante e ieratico. Un artista a cui non si può non restare legati.

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Prima promiscuo, sfacciato, colorato, osceno, di quella religiosità pagana ma indomita; poi predicante, ieratico, in 50 sfumature di nero. Non c'è un artista che esca così cambiato, così capovolto - rinnegato no, non diciamolo, lui la prenderebbe malissimo, ma possiamo dire almeno ribaltato? - dalla sua parabola: già turbava sonni, agitava passioni inconfessabili coi suoi 50 chili di energia inesauribile e ambivalente. Adesso è un pacioso signore che si gode la ricca, opulenta amministrazione di se stesso, cosa che molti, tutti no ma molti gli hanno comunque perdonato.

RISPOSTE SU DIO, AMORE, MALVAGITÀ. Diciamo il percorso che va dal pazzo che dice cose di buon senso al savio che, ogni tanto, sempre più di rado, si abbandona a qualche follia. Renato Zero è tornato sul mercato con la riproposizione dal vivo dell'ultimo disco del 2017, Zerovskij, pretenzioso giocattolo sinfonico portato in tour in una serie di date controverse: molti, addirittura tra i sorcini devoti, non hanno capito, c'era chi dormiva, chi usciva a metà dell'estenuante musical sulle risposte ultime: Dio naturalmente, la vita, la morte, l'amore, la malvagità.

ESISTENZA AVVENTUROSA E DIFFICILE. Aspetti trattati in una vita, una carriera, anche le soluzioni sceniche non così inedite, non così sorprendenti, ma con la stessa urgenza di dire la sua, di mettere un punto, fermo e preciso, su quello che si è capito di una esistenza avventurosa, spavalda e tutto sommato difficile, tormentata a dispetto dei successi, dei trionfi.

Renato Zero.

ANSA

Renato Zero, condannato al paradosso, schiavo-sovrano dell'inversione esistenziale, veniva marchiato a fuoco e sangue - “frocio!”, “bella fica!” - da un pubblico ingrato, che lui non rinunciava a sfidare, negli anni della costruzione di sé. Anni mirabili, di un artista senza eredi per la semplice ragione che nessuno avrebbe più saputo coagulare la vita nel suo popolo, nessuno avrebbe saputo dopo di lui fondere in modo così convinto, così leggendario, quella impossibilità di non essere così: uno che poteva essere solo se stesso, ma mai, per nessun motivo, avrebbe rinunciato a un pubblico che era carne viva e del quale egli si faceva carne viva, esaltazione e sacrificio.

ZEROLANDIA, 900 MILA COPIE 40 ANNI FA. Epoche dopo lo avrebbero chiamato Maestro. Ma in una fase di prolungata amministrazione del se stesso lontano, mai ripudiato d'accordo, però sempre più trasfigurato. Zerovskij ha raccattato a fatica le 25 mila copie del disco d'oro, e dopo due mesi era già fuori dai primi 100 in classifica; Zerolandia, uscito 40 anni fa, riuscì a vendere 900 mila copie, e lo stesso non salì oltre il settimo posto in classifica annuale.

FRA TRAVESTITI E OSSESSIONI SESSUALI. Dire che era un mondo diverso è dire poco. Non solo perché lo Zero “disimpegnato”, come già lo volevano risolvere, facendogli scontare la sottrazione a ogni militanza, dopo la fine di Moro per mano brigatista preferiva cantare di ménage a trois, di amori travestiti o impossibili dietro la porta, di ossessioni sessuali, di masturbazione da poster sul muro: oggi, in bocca sua, il gender è solo un problema archiviato, una tematica sviscerata in tempi non sospetti.

Sedeva al bar con Amanda Lear, che già da 10 anni bazzicava l'altro mondo, quello delle zone grigie, frequentava senza esitazioni Coccinella, primo trans italiano riconosciuto

Sospetto era lui, che sedeva al bar con Amanda Lear, che già da 10 anni bazzicava l'altro mondo, quello delle zone grigie, frequentava senza esitazioni Coccinella, primo trans italiano riconosciuto, «spariva», dice chi suonava con lui, «accettando passaggi dal destino e non sapevamo se e quando sarebbe tornato».

RICONOSCIMENTI SUBLIMI DEL DOLORE. Tutto questo c'è in Zerolandia, che veleggia a bordo di zeppe, di tutine svergognate a pelo, ma pure di riconoscimenti sublimi del dolore, di ammissioni esistenziali rabbiose, di ecologia un po' ingenua, di denuncia sociale contro il consumismo, di opposizione totale, incompromissoria contro la droga dilagante.

ESCANDESCENZE VAGAMENTE ANNI 30. E con una confezione musicale scintillante e calibrata, perché gli autori, i produttori, gli arrangiatori si chiamavano Piero Pintucci, Ruggero Cini, Caviri (Mario Vicari), Franca Evangelisti, e i musicisti erano il gruppo di prima scelta della Rca, gente che passava in scioltezza dal vaudeville di Sbattiamoci alle escandescenze vagamente Anni 30 di Triangolo (dove la linea d'archi cita addirittura il tema trovajoliano del Bajon del negro Zumbon in “Anna” con Silvana Mangano), del dixieland di Amaro Madely alla ballata folk-rock de La Favola Mia, rimasta fuori dal precedente Zerofobia, al rock citazionista di Sesso o Esse, al cantautorato francese di Fermati, eccetera. E già aveva parlato, per primo e con cruda poesia, di pedofilia, di amori invalidi, di manicomi, di incesti di borgata. Altro che canzoni leggere, fatue!

Zerolandia, album pornografico, è il momento dell'ultima adolescenza, della maturità non ancora acquisita ma già evidente, il punto d'incontro fra l'esplosione truce, inquietante, di Zerofobia, uno dei dischi più autenticamente e morbosamente rock mai scritti in Italia, e la consacrazione glam del ricchissimo EroZero dove sperimentalismo e innodia si fonderanno in un unicum che resta forse l'apice di 50 anni di canzoniere.

ALMENO UNA DECADE PASSATA IN PURGATORIO. Dopodiché sarà tutto diverso, sarà già crisi, annunciata da Tregua, del 1980, il primo album doppio, covata in germe fino al 1984 quando esplode, dura, confina un uomo intelligente, che fa i conti con i suoi demoni, a un ruolo marginale, lo lascia meditare sulla scomparsa, lo abbandona nelle spire della disperazione prima di ritrovare vela dopo un paio di passaggi Sanremo e una decade in purgatorio. Nel 1994 il successo è pienamente riconquistato e l'artista inafferrabile diventa a pieno titolo un guru, francamente pesante a volte, le cui incoerenze non sempre, non tutti sono disposti a lasciar passare in cavalleria.

LA SUA ETICHETTA SULLA SCIA DEI GRANDI. Però, quel 1978! Quella Zerolandia, così distante, così vicina! Per lanciarla, Zero fonda una sua etichetta sulla scia dei grandi, Mina, Battisti, Celentano; e rileva dai Togni un tendone itinerante per i suoi spettacoli già sfociati in liturgie, momenti di confessione e confusione assoluta, qualcosa di gioiosamente ansiogeno che Oltreoceano magari si è visto ma qui, nell'Italia vaticana e provinciale no, non sono ancora capitati, neppure nei furori storditi della contestazione, quei matrimoni, happening, quei non-concerti dove salta l'impianto elettrico e lui, l'istrione, intrattiene per due ore a parlantina selvaggia, storielle, aneddoti, squarci di consapevolezza, provocazioni sul pubblico, spogliato, carezzato, schiaffeggiato, fottuto, consolato.

Renato Zero resterà, per sempre, un modello non imitabile, non sostituibile. Oggi usano, speriamo ancora per poco, i rapper, gli hip-hopper alla vaselina

È il talento dell'artista grande; sta nel colpo d'ala che inaspettatamente trasporta più in alto, dove si può respirare, dove si può osservare tutto da una prospettiva teatrale. Irreale ma attendibile. In più la musica è estremamente curata, qualcosa di diverso dalla media del periodo; tutto questo, miscelato insieme, rende Renato Zero, per sempre, un modello non imitabile, non sostituibile. Oggi usano, speriamo ancora per poco, i rapper, gli hip-hopper alla vaselina, gente che va su un settimanale patinato e dice: ah, io mi drogo, io vado alle feste con le Olgettine di Berlusconi.

QUEGLI INCREDIBILI FINALI DI CONCERTO. Oggi c'è questo trionfo del mediocre e del banale dal quale non si esce, condiziona chiunque, in ogni campo. Ma chi non l'ha vissuto non lo può capire quello scorcio che esauriva gli Anni 70, non può capire cosa succede alla fine di un concerto quando portano la torta, immensa, a strati per il compleanno della Diva e mentre la Diva, Renato, piange, si commuove e gli si scioglie il trucco pesante fiocchi di torta volano ovunque e c'è un ragazzo come un fantasma, nessuno lo guarda mentre, i capelli lunghi, gli occhiali spessi, si spiaccica la torta in faccia, se la spalma sulla testa e così uccide la sua solitudine in quel gran casino festante.

TUTTO DA LÌ IN POI SAREBBE STATO DIVERSO. «E quello fu solo l'inizio», si legge in epigrafe alla chiusura di Ciao, Nì, il b-movie di Zero, patetico e trucido, che consacrò quella cavalcata. E invece fu in certo senso la fine: tutto sarebbe stato diverso da lì in poi, Zero si rende conto che il suo personaggio può anche far male, può fagocitare legioni adoranti non meno di se stesso e sceglie di ammorbidirlo progressivamente. Ha altro da dire, da proporre, non sempre gli riuscirà, ma ogni capitolo a venire conserverà almeno una stilla di quell'antico arrembare.

Un giovane Zero.

Oggi è oggi, ed è un oggi che non piace a nessuno. Ma non si può non restare legati a questo artista, a certi suoi album che dischi semplicemente non furono, ma album collettivi, documenti di coscienza, drammi giocosi per chi cresceva dalla parte sbagliata. Erano tanti a volerci condurre allora, tante le sirene della militanza e dell'ideologia; ma lo sfigato, il reietto, il difettoso, il dimenticato, il perdente, l'aspirante suicida si ritrovavano dentro quelle canzoni, quelle copertine.

QUALCOSA CHE CONSUMAVA COME IL DOLORE. Quelle provocazioni che non erano mai gratuite, che dietro le sorreggeva comunque un senso, un ragionamento. Un motivo per vivere. Essere Renato Zero è l'esercizio di una vita, una meravigliosa contorsione, una tensione che non capisci mai se sia consacrazione di sé agli altri o il contrario, ma una cosa la capisci, la ricordi: non era un gioco, non fu tanto per fare, era qualcosa che consumava come può farlo solo il dolore di chi ti si affida.

TUTTI CI DIVERTIVAMO MALEDETTAMENTE. Era un modo di vivere greve e fantasioso, poetico e straziante, dove si ride per non piangere, dove si spera per non morire, dove i canoni saltavano, dove il pubblico rifluiva nel respiro del mito. «Da zoccola», disse una volta Pintucci che come nessuno ne incarnò in musica l'anima. Zoccole con Renato eravamo un po' tutti e ci divertivamo maledettamente. Non puoi saperlo se a Zerolandia non c'eri.

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