Philip Roth
Cultura e Spettacolo
23 Maggio Mag 2018 1323 23 maggio 2018

Perché Philip Roth era la rockstar stridente della letteratura

Al crocevia fra Tom Waits e Frank Zappa. Straniato come Lou Reed. Antagonista sarcastico e pornografo. L'autore se ne va mentre i suoi nemici del Nobel si scoprono "maiali": non è Pastorale Americana questa?

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Adesso che è morto, tutto il mondo si chiede perché a Philip Roth non hanno dato il Nobel. Di ragioni se ne possono trovare tante - era stato uno scandaloso, non era più rappresentativo, era un uomo, un autore del secolo passato anche se l'ultimo lavoro è recente -, ma una spiegazione sembra avere più consistenza delle altre e cioè che il grande romanzo americano di Roth non risparmiava nessuno, che non si salvava praticamente niente dalle sue pagine liriche e spesso eccessive, ma sempre cariche di ombre di rinuncia, di accusa, di rassegnazione. Non esattamente il messaggio di fiducia, edificante che, alla fine, il Nobel ha sempre inseguito e perfino inventato.

UNO DEGLI ULTIMI GRANDI SCONTENTI. Un americanissimo anti-americano, anti-occidentale, anti-consumista, anti-tutto, contrario perfino alle sue stesse contraddizioni. Uno degli ultimi grandi scontenti, un ebreo americano che «non scriveva ebreo, scriveva americano», ma al punto di vista ebraico, a quell'approccio intellettuale, sofisticato e sulfureo non ha mai rinunciato e con quello ha messo sulla graticola 50, 60 anni di società a stelle e strisce, partendo sempre, per diretta ammissione, dal caso concreto, dalla storia reale.

SENZA IL SUO NOBEL, COME ZAPPA. Al crocevia fra Tom Waits e Frank Zappa, volendo tracciare paragoni musicali, ma forse più dalla parte di Zappa, come quando per La nostra gang s'inventa il personaggio di Trick E. Dixon, che è chiaramente la parodia di Nixon. È lo stesso periodo in cui Zappa canta «Dicke's such an asshole» e cioè «Riccardino è un grandissimo stronzo». Anche Frank non ha mai avuto il suo Nobel per la musica.

Per Roth la vita è dolore, non c'è consolazione, non c'è riscatto, la vita è ingiusta e colpisce a caso e finisce tutto qui. Prenditi quello che rimane!

E anche Roth aveva col sesso problemi ossessivi, aveva con le donne – e con le femministe – problemi di dipendenza e di polemica, uno che le cantava ma anche le usava, le consumava, considerandole “parte del processo”, il processo creativo, quella fame di scrivere che pensava non lo avrebbe mai abbandonato, carne e sangue dell'uomo, e che invece un bel giorno lo diserta, lo lascia esausto e incredulo: «Non avrei mai creduto sarebbe potuto succedere».

IL LETTORE VIENE SEMPRE SFIDATO. Vuoto di parole, dopo esserne stato così pieno. Tutto quel cazzo, tutta quella tensione. Tutta quella esasperazione, un eterno Lamento, la scontentezza a prescindere, i fantasmi del passato che si aggrovigliavano a quelli del presente, lo stile di poesia dura, carogna, il lettore sempre sfidato, sempre preso per le palle, portato a una sola conclusione, quella di Dr House: tutti mentono (ah, Mickey Sabbath!, quella maschera “da vecchio porco” con cui manipolare gli altri, che del resto fanno lo stesso), la vita è dolore, non c'è consolazione, non c'è riscatto, la vita è ingiusta e colpisce a caso e finisce tutto qui. Prenditi quello che rimane!

ERA UN DIVERSAMENTE VINCENTE. “Io” chi è, chi sono?, e qui ci senti Lou Reed. L'analisi, lo straniamento, il racconto, prendere alla metropoli, a New York, all'America e renderle tutti i suoi incubi in forma letteraria. Sì, c'era, resta molto di rockstar in questo antagonista più sarcastico che satirico e sempre più invecchiando, questo diversamente vincente, quasi suo malgrado, che fa incetta di premi ma gli manca il più prestigioso e, tutto sommato, inutile. Forse anzi è stato un archetipo per molti musicisti statunitensi che hanno vissuto in parallelo, in contemporaneo la loro modernità.

Pastorale Americana è la narrazione di una nazione all'esatto contrario dell'ottimismo post coreano alla Happy Days: una sinfonia distorta

Uno dei romanzi più acclamati, Pastorale Americana, gli vale un riconoscimento - anzi il massimo riconoscimento - giornalistico prima che letterario, il Pulitzer. Come a dire che aveva saputo raccontare, romanzare la verità di una nazione e quella verità, quella nazione erano l'esatto contrario dell'ottimismo post coreano alla Happy Days, era una sinfonia distorta, stridente dalla prima all'ultima pagina, dove tutto e tutti inesorabilmente finivano a puttane. Eppure resta così alta, così impressiva, ti s'incide dentro, pagina dopo pagina, cacofonia dopo cacofonia esistenziale.

NON SAPEVA FARE ALTRO CHE SCRIVERE. E quella matrice ebrea, ebraica, sempre di sfondo, che puntuale viene fuori, innerva lo stile, la visione, i contenuti, tutto, perfino il laicismo antimistico, la completa mancanza di prospettive salvifiche. Chi era, chi è stato Philip Roth? Uno che non sapeva fare altro che scrivere, uno che non ha mai fatto altro e non ha avuto bisogno di altro, uno che non riusciva a essere né possibile né conciliante, sicuramente uno che, se accendeva il televisore, cominciava a inveire, a bestemmiare e alla fine nello stomaco aveva i cani e per metterli a cuccia non gli restava altro che vomitare inchiostro su una pagina.

COGLIEVA TUTTA LA MESCHINITÀ UMANA. Più reale del reale, più spietato e disperato della realtà che lo travolge e della quale, a differenza dei mediocri, e quasi tutti lo sono, vede, coglie le implicazioni, la cifra mostruosa dello squallore, le gabbie della bruttezza sociale, della meschinità umana. Ancora Frank Zappa: «Ci sono volte in cui non ti basta un accordo per spiegare cosa provi, e allora devi ricorrere a una trovata scenica, come una mucca che spruzza panna dalla coda». Lui ricorre a un romanzo “pornografico” che gronda masturbazione, il pene imbracciato come un'arma, vi coprirò, vi affogherò tutti sotto la mia rabbia bianca e sterile.

Philip Roth.

E sì, aveva della rockstar Philip Roth se quando se ne esce dalla scena letteraria, dallo scrivere addirittura, sceglie una rivista di rock, la francese Les Inrockuptibles, per annunciarsi e lo fa così: «Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse "Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione". È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne».

L'IRONIA ATROCE E MERAVIGLIOSA DELL'ADDIO. Niente di più rock. Alla fine il Nobel lo hanno dato a Bob Dylan, ma l'ironia atroce e meravigliosa del tutto è che lo hanno negato a un autore pornografo e si sono scoperti un circolo di vecchi maiali proprio mentre quello tirava le cuoia. Se non è Pastorale Americana questa.

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