Esplosione Atomica
Cultura e Spettacolo
26 Maggio Mag 2018 1000 26 maggio 2018

"La seconda vita", una storia di giornalisti e spie

Il romanzo di Enrico Pedemonte. «Che cos’è la ragionevolezza? Ognuno segue il sentiero che il caso gli scava davanti, come una particella elementare che, sfuggita ai legami che la vincolano a un atomo, si trova a vagare nello spazio».

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Per gentile concessione dell'editore, pubblichamo un brano da La seconda vita, primo romanzo del giornalista Enrico Pedemonte. La seconda vita (Frassinelli), ambientato alla fine del secolo scorso, si svolge in sette giorni durante i quali Pietro Lamberti, genovese, brillante scienziato, emigrato negli Stati Uniti all'inizio degli anni Settanta e presto finito a Los Alamos a progettare bombe atomiche, rifugiato in un piccolo appartamento di New York racconta i lati oscuri della sua vita al figlio John. Quest'ultimo, giornalista e attento osservatore, tornato a Genova per indagare su uno strano traffico di materiali radioattivi, si trova improvvisamente coinvolto in una situazione inaspettata e grave: mentre avverte un clima di pericolo intorno a sé, vede emergere tracce inquietanti e ambigue della vita del padre e dei suoi amici di un tempo, Nicola, Antonio e Luca.

Caro John,

questa è una lettera un po’ speciale. Qualche sera fa ho capito che dovevo decidermi a raccontarti tutto perché le cose, lì in Italia, stanno precipitando. Ho rimandato questo momento per molti anni, ma ogni ulteriore rinvio è ormai impensabile. Così ho telefonato al mio amico Josh – ricordi quell’ebreo tedesco che abita a New York, nell’Upper West Side? – e gli ho chiesto se avesse una casa da affittarmi per qualche settimana. Per concludere in santa pace questa faccenda dovevo andarmene da Boston. Ho detto alla mia segretaria che partivo per un mese di trekking in Tibet ed eccomi qui, a scrivere questo promemoria al quinto piano di un brownstone building nell’Upper West Side, a pochi metri da Central Park.

Sento il bisogno di starmene isolato dal mondo per ricostruire la mia storia e questo delizioso appartamento è il posto ideale per farlo. Per troppi anni ti ho nascosto la verità e temo che questa sia l’ultima occasione per vuotare il sacco.

Vorrei che tu potessi vedermi mentre ti scrivo. La stanza è interamente rivestita con sottili assi di un legno caldo percorso da lucenti venature rossicce che ricopre il pavimento, i muri e il soffitto lasciando scoperta solo una striscia di mattoni rossi su una parete. Dalle travi scende un ammaccato ventilatore le cui pale, dipinte di nero opaco, hanno bordi di ottone. In un angolo della stanza si apre una piccola cucina e lì accanto una scala di legno sale al piano superiore dove una spartana camera da letto si affaccia su uno sgangherato terrazzino su cui è posata una moquette verde-prato, un tocco di eleganza kitsch che solo dopo molti decenni di vita negli Stati Uniti riesci ad apprezzare nella giusta misura. Da lì si intravede uno scorcio di Manhattan e si respira l’atmosfera livida di questa città inquietante.

Ricordi quando ti accennai alla mia decisione di trasferirmi negli Stati Uniti? Lo feci in modo frettoloso – tu eri ancora bambino – perché non ho mai amato essere troppo esplicito sul mio passato. Ti scrivo questa lettera proprio per spiegarti le ragioni del mio riserbo. C’erano troppi segreti che non potevo rivelarti. Il clima dei laboratori di Los Alamos e il mio mestiere di progettista di armi nucleari mi fornivano più di un alibi, così ho privilegiato il silenzio per scongiurare la menzogna. Ma ormai il tempo sta per scadere, gli ultimi granelli di sabbia scivolano dalla parte superiore della clessidra e per la prima volta avverto l’urgenza di rivelarti tutto. Non ha alcun senso indugiare oltre, anche se non so da che parte cominciare perché le zone d’ombra sono dappertutto e non posso certo cavarmela con due paginette. Ho bisogno di un bel po’ di tempo, della mia Mont Blanc nera e del pacco di blocchi con i fogli gialli che ho appena acquistato da Staples, quel grande emporio su Broadway proprio davanti a Zabar, il supermarket da cui emergevi trionfante con una borsa stracolma di formaggi italiani.

Non chiedo il tuo perdono. Anche perché – lo confesso a scanso di equivoci – non sono pentito di quello che ho fatto. Ho vissuto una vita intensa, contraddittoria, spesso irragionevole, ma è stata la mia vita e non ci si può pentire di avere vissuto. Molti anni fa sono diventato una spia, e questo può apparire imperdonabile, addirittura scandaloso. Ma credo che lo stigma abitualmente associato a questo vocabolo – SPIA, com’è affilata questa parola, solo a pronunciarla mi taglia gli occhi come il rasoio di Buñuel – sia ampiamente sopravvalutato. Ho sempre amato l’altra faccia di ogni medaglia e talvolta questa abitudine a percorrere strade laterali mi ha portato a esplorare mondi dove ogni logica appare rovesciata e l’orizzonte dell’etica è come la linea sbiadita che separa mare e cielo in una giornata di foschia. In questo momento faccio fatica a ricordare perché feci certe scelte, e perché negli ultimi anni mi sono fatto condurre oltre ogni limite di quella che generalmente viene definita ragionevolezza. Ma è proprio questo il problema: che cos’è la ragionevolezza? Solo una parola vuota che utilizziamo per il suo sapore tranquillizzante? Ognuno segue il sentiero che il caso gli scava davanti, come una particella elementare che, sfuggita ai legami che la vincolano a un atomo, si trova a vagare nello spazio soggetta a impulsi casuali e a leggi di cui è inconsapevole.

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