Surf
14 Giugno Giu 2018 1925 14 giugno 2018

Surf, il libro che svela i significati nascosti di Un mercoledì da leoni

Il celebre film di John Milius compie 40 anni. Francesco Aldo Fiorentino e Tommaso Lavizzari raccontano di come abbia influito radicalmente sull'immaginario collettivo di intere generazioni. E provocano: «Il surf in Italia? È visto come una malattia fastidiosa».

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La copertina di Surf - Un mercoledì da leoni 40 anni dopo.

«Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente». E un libro, invece? A cosa può servire un libro? Surf, scritto da Francesco Aldo Fiorentino e Tommaso Lavizzari (Mondadori Electa, 144 pagine, 22 euro), in uscita il 19 giugno, insegna a guardare con occhi nuovi un capolavoro del cinema americano che tutti credono già di conoscere perfettamente: Un mercoledì da leoni di John Milius, che nel 2018 festeggia i 40 anni. Il film racconta la transizione tra la Golden age e la Silver age del surf, la vita di tre amici attraverso il ciclo completo delle stagioni, la loro presa di coscienza di un mondo che sta inesorabilmente cambiando... ma c'è di più, molto di più. Per capire meglio di cosa si tratta, senza fare spoiler, Lettera43.it ha intervistato i due autori del volume, che si sono lanciati alla scoperta dei significati nascosti della pellicola.

Gli autori di Surf - Un mercoledì da leoni 40 anni dopo: Francesco Aldo Fiorentino (detto Franz) e Tommaso Lavizzari.

DOMANDA. Cominciamo dalle istruzioni per l'uso. Surf è destinato a un pubblico di appassionati, che hanno già visto Un mercoledì da leoni, o può essere letto anche da chi - magari per ragioni anagrafiche - ancora non conosce il film e ne ha solo sentito parlare?

RISPOSTA. In effetti sarebbe meglio vedere il film prima di leggere il libro, film che peraltro in estate passano spessissimo molte tv da decenni. Quindi è molto probabile che anche i più giovani lo abbiano visto, e se sono surfer al 90% lo hanno visto. Detto ciò il libro puo essere benissimo letto prima di vedere il film. Anzi, contraddicendo la mia prima risposta, per certi versi è consigliabile leggere prima il libro e poi vedere o rivedere il film (Francesco).
RISPOSTA. Se ho scritto un libro sul surf senza aver mai surfato, si può leggere il libro anche senza aver visto il film! Scherzi a parte, nel libro abbiamo inserito, qua e là, dei richiami al lettore per spingerlo a vedere il film così da non farselo rovinare dalle nostre anticipazioni. Sarebbe corretto vederlo prima per leggere il libro con maggiore consapevolezza, e rivederlo dopo la lettura per coglierne altre sfumature (Tommaso).

D. Ricordate quando avete visto il film per la prima volta? Qual è stata la vostra reazione?

R. Avevo 13 o forse 14 anni quando è uscito in Italia. Ero andato a vederlo con i miei genitori e mi era piaciuto, ma all'epoca non mi aveva coinvolto più di tanto. Ero un teenager di Milano che al mare ci andava in vacanza, non immaginavo nemmeno che in Italia si potesse fare surf... e dove trovare delle tavole? Circa otto anni dopo l'ho rivisto al Cinema Mexico di Milano con i miei due pard. Subito dopo ho staccato la vela a un accidente di windsurf che mi avevano regalato i miei e ho cercato di surfare con quello. Poi mi sono messo subito a informarmi su dove e quando ci fossero le condizioni adatte per fare surf in Liguria, il posto più vicino a Milano, dove reperire una tavola e come recuperare il vhs del film, che ho consumato a furia di rivederlo per imparare a fare il take off (Francesco).
R. Ho un ricordo piuttosto confuso della prima volta che lo vidi. Ero al mare, con i miei cugini più grandi che lo amavano e mi aveva molto affascinato. Ero un bambino, poi attorno ai 15 anni l'ho rivisto con maggiore consapevolezza e sono rimasto molto coinvolto. L'ho capito appieno all'Università studiando cinema. Lì ho appreso appieno la sua importanza storica, sociale e tecnica. È un film importante anche per il tipo di narrazione e per la tecnica, non solo per l'immaginario che ha costruito. Chiunque abbia la passione del cinema non può farne a meno (Tommaso).

D. Il cinema ha il potere di illuminare due nessi fondamentali per la vita dell'uomo: quello tra passato e presente e quello tra individuo e società. Un mercoledì da leoni mi sembra un esempio lampante in questo senso. Quale rapporto tra passato e presente, e quale rapporto tra individuo e società emergono dal film di Milius, secondo voi?

R. Nel libro raccontiamo una narrazione su più livelli. Il passaggio dall'adolescenza all'età delle responsabilità dei protagonisti, che coincide anche con il passaggio dalla Golden age alla Silver age del surf. E poi di come la società esterna (Real Mondo) dei non surfisti minacci il paradiso in cui vivono i surfer (Surf Mondo) e lo travolga con guerre, questioni razziali, abuso di droghe che vi irrompono e con cui il surf dovrà fare i conti, da un certo punto dalla sua storia in avanti (Francesco).
R. Un mercoledì da leoni vive in quattro stagioni, un ciclo completo che attraversa le quattro mareggiate che colpirono la California tra il 1962 e il 1974. Furono anni di cambiamento per il surf e drammatici per gli Stati Uniti: il conflitto in Vietnam, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, del fratello Robert e di Martin Luther King; le rivolte dei ghetti neri e quella studentesca; la rivoluzione hippie, l’amore libero, la droga, lo scandalo Watergate; tutto questo compone il liquido amniotico che accoglie Un mercoledì da leoni e che conduce l’America all’età adulta, come avviene per Jack, Matt e Leroy, i tre protagonisti del film, costretti ad affrontare il difficile mestiere del vivere, del crescere, del superare l’adolescenza e le onde che portano alla maturità (Tommaso).

I protagonisti del film Un mercoledì da leoni: Leroy, Matt e Jack.

D. Nel vostro libro compare spesso l'opposizione tra Surf Mondo e Real Mondo. Si tratta di una distinzione puramente teorica o rimanda a qualcosa di più?

R. È una cosa che avevamo iniziato a trattare con il Tommaso nel precedente libro (SurfPlay - Il migliore è quello che si diverte di più) e che qui abbiamo approfondito. Ma se ti dicessi di più rischierei di spoilearare il libro (Francesco).
R. Ubi maior, minor cessat, come dicono i romani più anziani. Ha detto tutto Franz, non aggiungo altro (Tommaso).

D. Milius è un simbolo degli Anni 70 e da molti è stato accusato di eccedere con un immaginario intriso di violenza, tanto da venire etichettato come "fascista zen". Secondo voi si tratta di un equivoco. Perché?

R. Milius è un regista e una persona particolare. È stato oggetto di equivoci che non ha fatto molto per dissipare ma che non ha creato lui. Milius ha una narrazione violenta e crepuscolare per certi versi. Certe sue posizioni sono reazionarie, ma da qui all'accusarlo di fascismo o nazismo (per altro è ebreo) ce ne corre. Sì, è un equivoco che ha pagato con l'emarginazione, un po' come avvenuto per Sam Peckinpah. In Un mercoledì da leoni Milius non prende alcuna posizione politica attraverso i personaggi. Anzi, ne fa prendere diverse a questi sospendendo il giudizio. Un perfetto equilibrio da surfer. Comunque io trovo più "nazisti" film come Guerre stellari o Il Signore degli Anelli (Francesco).
R. Milius rientra a pieno titolo nella prima generazione dei cineasti statunitensi formati dall’Università del Cinema, di cui fanno parte anche Coppola, Lucas, Scorsese e Spielberg. Le sue storie parlano di personaggi estremi, uomini che amano la solitudine e che rifiutano le convenzioni. Un mercoledì da leoni, ad esempio, racconta l’epopea dei surfer californiani: giovani, sbandati, anarchici; dei proto-punk, in sostanza, descritti nell’incipit attraverso quell’epica tipica del film western alla Peckinpah, non fosse per i surfboard e le automobili. Disegna il ritratto generazionale dei nuovi cowboy, i surfisti appunto: tradizione americana raccontata attraverso una nuova metafora. Non so se questo significhi essere "fascisti zen". Trovo una forzatura il tentativo di attribuire una connotazione politica a Milius come al film (Tommaso).

D. Uguaglianza, solidarietà, sacrificio, tolleranza, rifiuto della competizione: i valori dei protagonisti di Un mercoledì da leoni sono ancora vivi tra chi pratica il surf oggi?

R. Siamo passati dalla Golden age alla Silver age e poi alla Bronze age del surf, fino ad arrivare alla odierna Plastic age. Oggi nel surf convivono diversi valori e disvalori. Sicuramente per surfare serve spirito di sacrificio. Circa il resto le cose sono cambiate essendo ormai il surf una "cosa" praticata da più di 20 milioni di persone. Per alcuni è una posa, per altri uno sport estremo, per altri ancora un board sport o un water sport, per altri ancora il surf è una roba legata a deliranti filosofie hippie. Quanto alla tolleranza, nessuno oggi tollera nessuno in terra e figuriamoci in acqua... nemmeno il discorso dell'uguaglianza e della solidarietà, sempre meno anche in questo campo. Temo che il classismo stia prendendo piede anche nel surf. Io cerco di tenere ben saldi i valori del film. I protagonisti del film sono tutti proletari e hanno certi valori che sono condivisibili forse tra proletari. E beh, io... io sono un proletario (Francesco).
R. Non sono un surfista e quindi mi limito a sottoscrivere ogni parola detta da Franz, che invece il surf lo conosce molto bene. Ho avuto modo di intervistare vari surfisti per lavoro, Leonardo Fioravanti ed Edoardo Papa su tutti, e anche un giovane windsurfista, Riccardo Marca. Sono ragazzi molto giovani, di grande talento. I primi due non avevano mai visto il film, almeno fino al momento dell'intervista. Il terzo sì e lo reputa un mito assoluto. Sono attratti da quell'immaginario, certo, dai valori espressi, ma parlano tutti di professionismo. Vivono di competizioni, che poi ci sia sacrificio, solidarietà e tolleranza non lo si mette in dubbio. Ma nel momento in cui accetti la competizione è ovvio che le regole cambiano. Il surf sarà disciplina olimpica, è ovvio che cambieranno molte cose, si supererà anche la Plastic age che ha citato Francesco (Tommaso).

D. Né sport, né stile di vita, né fenomeno di massa. «Il surf è una malattia», dice nel film la proprietaria dello Star Burger. Detta così non sembra molto accattivante. Eppure: non vi capita mai di pensare che forse abbia ragione lei? E che in fondo vada bene così? E che il surf sia anche una terapia?

R. In effetti il surf puo essere diverse cose a seconda di come è trattato. Diciamo da Paese a Paese. Nel libro questo argomento viene affrontato per quanto riguarda Stati Uniti, Australia e Hawaii. In Italia il surf è visto come una malattia fastidiosa, non grave ma fastidiosa, come la rogna. I surer sono trattati davvero male in Italia. Vi sono assurdi divieti di balneazione in tutta la Liguria di Ponente, fatti rispettare con metodi da Gestapo. Siamo visti male perché dormiamo in macchina o in spiaggia e ci portiamo il cibo da casa, non siamo facimilmente "grassabili" come le famiglie e gli anziani. Diciamo che siamo visti come dei nomadi, ma forse anche peggio (Francesco).
R. È una malattia come ogni passione che ti spinge a mettere da parte tutto per inseguire un sogno. Il surf è un sogno e chi sogna, oggi, per la società impacchettata in cui viviamo, è un malato. Soprattutto in Italia, dove ci accusano di essere choosy, bamboccioni, inaffidabili, solo perché sogniamo di vivere secondo la nostra inclinazione. Perché, nonostante tutto, proviamo a essere felici nell'unica vita che abbiamo a disposizione. Vogliono trasformarci in un popolo di perfetti esecutori e chiunque non segua le regole è considerato un malato (Tommaso).

D. Un mercoledì da leoni compie 40 anni nel 2018. Perché un ragazzo dell'età iniziale di Matt, Jack e Leroy dovrebbe guardarlo oggi?

R. Nel film ci sono i valori e la cultura del surf, che fanno del surf una cosa a sé stante rispetto al mondo dello sport e dell'entertainement, magari inglobando questi aspetti in un'ottica diversa e unica. Se uno non è un surfista dovrebbe vedere Un mercoledì da leoni perché è un film bellissimo. Dopo averlo visto, vorrà diventare un surfista (Francesco).
R. Per darsi una svegliata. Per trovare coraggio, per capire che la vita che pensi essere l'unica possibile, quella che ti descrivono, non è l'unica soluzione. Per lavoro incontro persone di varia natura e spesso noto la paura nei 20enni. Quando fanno domande cercano risposte certe su come affrontare il domani, vogliono la soluzione: «Ho un blog con mille visite, come faccio a esplodere? Cosa devo fare domani?». I 40enni e i 50enni s’informano e fanno domande sulle tendenze del mercato, su come muoversi, da che parte andare a curiosare. Mi sarei aspettato il contrario. Hanno bisogno di stimoli, di avere meno certezze, di imparare a stare in equilibrio tra le onde, tra le difficoltà della vita. La vita non dà certezze (Tommaso).

D. Ultima domanda, semi-seria. Com'è possibile che a Binasco ci siano così tanti surfisti?

R. (ride) In effetti è una bella domanda da non prendere sotto gamba! Da Milano e dintorni alla Liguria non dista poi molto e non ci si mette molto di più a raggiungere lo spot più vicino che ad attraversare Milano da Est a Ovest in un giorno di pioggia all'ora di punta. Binasco comunque è un caso particolare che non può essere liquidato in poche righe e necessiterebbe di studi approfonditi (Francesco).
R. Sono tutti fans di Franz! Scherzo, che poi si arrabbia! Non ne ho idea. Forse è perché a Bi-nasco si nasce due volte: una lì e una al mare... questa puoi anche tagliarla (Tommaso).

Surf - Un mercoledì da leoni 40 anni dopo sarà presentato dagli autori a Milano mercoledì 20 giugno, ore 18.30, alla Mondadori Megastore di via Marghera 28

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