Insigne Higuain Napoli Juve
24 Giugno Giu 2018 1700 24 giugno 2018

"Juve-Napoli, romanzo popolare": anticipazione del libro

Borboni contro Savoia. Lo scontro tra due ex capitali. Il Sud che resta contro il Sud che emigra. Cultura dell'alibi contro cultura della responsabilità. Il racconto di due grandi tifosi: Pastorin e Imperatore.

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«Questo libro piacerà anche ai non amanti del pallone. Perché, in queste pagine, si parla di vita, di sogni, di illusioni, di conquiste, di avventure, di letteratura». Juve-Napoli. Non solo una grande sfida calcistica: una rivalità fondante (nel bene e nel male) dell’identità stessa di noi italiani, rivista e rivissuta da due grandi tifosi.

UNA SFIDA APPASSIONANTE. Juventus-Napoli (o Napoli-Juventus) non è solo una sfida calcistica, la più appassionante degli ultimi campionati di calcio di Serie A. È stata (e forse è ancora!) Borboni contro Savoia, lo scontro tra due ex capitali, il Sud che resta contro il Sud che emigra, assistenzialismo pubblico contro assistenzialismo finanziario, la cultura dell’alibi contro la cultura della responsabilità.

L'ultimo Juventus-Napoli a Torino, quello dell'illusione azzurra dopo la vittoria al 90' con gol di Koulibaly.

ANSA

Nel libro Juve-Napoli Pastorin e Imperatore raccontano come si forma una fede

Darwin Pastorin e Vincenzo Imperatore, giornalisti, scrittori e amici divisi solo dal tifo per le loro squadre del cuore (rispettivamente Juventus e Napoli), raccontano, attraverso quel grande contenitore personale e collettivo che è la memoria, come e perché si arrivi ad avere una determinata fede calcistica, quella particolare euforia che, pur nella specificità di ogni tifoseria, coinvolge tutti gli appassionati di calcio italiani.

AVVERSARI SÌ, NEMICI MAI. Come nessun’altra passione, il tifo è indelebile e assoluto; riflette un’appartenenza culturale, storica, geografica e sociale; è un bene che spesso si tramanda di padre in figlio. Lontani dalle esasperazioni che spesso portano alla ribalta comportamenti violenti da parte di alcune frange di ultrà, i due autori giocano con la penna il loro campionato di ricordi per far emergere l’origine del tifo, le ragioni che lo alimentano, i caratteri delle tifoserie e delle due città che le rappresentano come in un unico, grande romanzo popolare. Un luogo in cui la squadra del cuore è il copione e il campionato che si è appena concluso la drammaturgia di questo incontro. Avversari, sì, nemici mai.

Vincenzo Imperatore e Darwin Pastorin.

Vincenzo Imperatore (Napoli, 1963), autore di saggi finanziari, giornalista pubblicista, collabora con Lettera43.it, con quotidiani e riviste specializzate e conduce un programma radiofonico di informazione finanziaria. Con Chiarelettere ha pubblicato Io so e ho le prove (2014), Io vi accuso (2015) e Sacco bancario (2017).

PASTORIN CENTRAVANTI. Darwin Pastorin è nato a San Paolo del Brasile nel 1955. Figlio, nipote e pronipote di emigranti veneti. Giornalista. Narratore di storie calcistico-letterarie. Suo figlio si chiama Santiago per il pescatore de Il vecchio e il mare di Hemingway. Ha un blog su Huffington Post. È presidente onorario dell’Fc Ivrea 1905 ed è membro del Comitato scientifico del museo della Juventus (JMuseum). Da ragazzo giocava centravanti.

Di seguito un'anticipazione del libro:

Questo libro trae origine da un’amicizia nata sulla base di due passioni, il calcio e la scrittura (ma forse anche per altro). Il calcio, e soprattutto la passione che muove i suoi tifosi, contempla dina- miche ben lontane dall’essere definitivamente capite. I tifosi sono da sempre la faccia più inflazionata e chiacchierata del pallone, quella più sporca e insana. Ma la parte vera, quella pura e nobile, è intramontabile.
Esiste uno strumento però che può, più di ogni altro, contribuire a spiegare, seppur parzialmente, il valore del tifo: la memoria. È ciò che facciamo.

In una società frenetica in cui tutto si consuma velocemente il ricordo deve riacquistare un valore fondamentale. La memoria collettiva, espressione dell’identità di un gruppo e fondamento per rappresentare il passato, oggi è affidata a una ricerca su Google. Smart and take away. Lo studio della memoria collettiva, intesa come «ciò che resta del passato nel vissuto dei gruppi, e ciò che questi gruppi fanno del passato», è affidato a un semplice click. Il verbo sembra essere solo in quei motori di ricerca. La memoria collettiva è diventata memoria mediatica.

Alla frontiera della memoria collettiva esiste tuttavia uno spazio libero da condizionamenti, dove esprimere la nostra personalità, in cui i nostri ricordi assumono valore e significato. Uno spazio che racconterà la “nostra” storia: la memoria individuale. Sbobinata attraverso il ricordo di esperienze dirette, rese ancor più romantiche da foto personali ingiallite e custodite come reliquie.

La memoria individuale e quella collettiva pertanto si intersecano come il risultato della sovrapposizione e dell’interazione tra le nostre esperienze e quelle altrui, attraverso uno scambio costante e sottinteso che non prevede sempre una volontà esplicita e cosciente. Metaforicamente, allora, così come affermano illustri psicologi, l’immagine che più si addice alla memoria personale e collettiva non è tanto quella di una “biblioteca”, con i suoi reparti e i suoi volumi rigidamente catalogati, quanto piuttosto quella di una “rete”, la cui forza dipende dal numero dei nodi che la compongono e, soprattutto, dai collegamenti e dai rimandi che fra di essi si possono sviluppare.
Abbiamo tentato di sciogliere i “nostri” nodi per metterli a disposizione della rete della memoria collettiva.

La memoria individuale non è, infatti, un supporto magnetico da cui attingere dati ma, una funzione attiva della nostra mente, che sa in partenza a quale tipo di informazioni rivolgere la propria attenzione e quali, invece, trascurare; che sa quali sono i problemi che deve affrontare e, spesso, ha già formulato, se non proprio un giudizio definitivo, almeno delle ipotesi di risposta, e cerca poi nella memoria collettiva quei fatti che possono confermare o respingere il giudizio stesso.

Tifosi di Juventus (Darwin Pastorin) e Napoli (Enzo Imperatore), le due squadre che hanno dato vita a uno dei duelli più avvincenti degli ultimi decenni, in questo libro giochiamo la nostra sfida in un campionato di ricordi che fa emergere il “perché” si diventa tifosi di una determinata squadra.

Un confronto epistolare su alcuni “momenti” determinanti della comune passione sportiva. Percheé essere tifosi significa anche raccontare i momenti vissuti.

Un libro che deve unire, che deve combattere la comunità del tifo basata sul rancore e sulla violenza in cui non ci ritroviamo. Una aggressività che diventa fisica allo stadio e verbale sui social. Il tifo ridotto a pretesto per scatenare impulsi distruttivi, una brutalità barbarica che si traduce in un terrificante “riot”, un disordi- ne civile cieco e minaccioso.

Perché Napoli-Juventus (o Juventus-Napoli) non è solo una sfida calcistica. È stata (e forse èancora!) Borboni contro Savoia, lo scontro tra due ex capitali, il Sud che resta contro il Sud che emigra, assi- stenzialismo pubblico contro assistenzialismo finanziario, la cultura dell’alibi contro la cultura della responsabilità, la squadra che riflette il “transfert” emotivo delle masse emarginate dalla società industriale e l’evoluzione della borghesia locale contro la squadra nata borghese e poi sostenuta dal proletariato industriale, l’incapacità dei napoletani di organizzarsi per affermare i propri diritti contro la consapevolezza dei soprusi che realmente sono stati patiti dal Sud per parte dei monopoli del Nord in 150 anni di vita unitaria del Paese...

Il “nostro campionato” cerca di dare un senso al rapporto primordiale città-folla-squadra di calcio, ha un valore maieutico, promozionale, a patto naturalmente che non resti fine a se stesso. Un torneo in cui il tifo, tante volte citato a ragione come fomentatore di isterismi nazionalisti, indipendentisti o propagandistici, deve essere considerato come un fattore importante della distensione. Un luogo in cui la squadra del cuore è il copione e il campionato che si è appena concluso la drammaturgia di questo incontro.

Non avevamo altri obiettivi. Ci siamo comunque divertiti. Divertirci, sì. Malgrado il nostro essere tifosi. E Giovanni Arpino, magister assoluto, ricordò che tifo deriva dal greco e significa “nebbia”. Per questo gli appassionati, di questa o quella squadra, sono “annebbiati”. ma ciò non deve cancellare la ragione e l’ironia, il saper prendere il gioco così com’è, soprattutto quando la partita finisce. Come al termine di Domenica sportiva, dedicata a un inter-Juve a San Siro, di Vittorio Sereni, appassionato nerazzurro:
Giro di meriggio canoro / ti spezza un trillo estremo. / A porte chiuse sei silenzio d’echi / nella pioggia che tutto cancella.

Abbiamo, giornata dopo giornata, indossato le nostre divise, il bianconero e l’azzurro, vivendo le nostre rispettive squadre del cuore con passione, applausi, imprecazioni. Chi ci ha visto può confermarlo: diventiamo, ma per davvero, due bambini. Poi, ritorniamo adulti. Professionisti ammirati e rispettati nei rispettivi mestieri. Tra l’altro: siamo anche divisi dai fumetti: Alan Ford (Enzo), Tex (darwin). Ma questa è un’altra storia: che, forse, troverà confronto in un altro libro. Voi cosa ne dite?

Il calcio, vogliamo dimostrare, è poesia. Sì, poesia. malgrado tutto e tutti, i rancori, i veleni, i sospetti, i pugni in tasca, quel rigore giusto o sbagliato. Perché l’incantesimo ricomincia, ogni volta, al fischio iniziale dell’arbitro. E in quel tempo, epico, omerico, fanciullo, tutto si ferma: Eupalla non permette distrazioni. Ritorna, se vogliamo, l’attualità di Pier Paolo Pasolini, lo scrittore corsaro, che giocava all’ala destra, tifava per il Bologna e cercava di imitare, sul verde prato, il doppio passo di Biavati. Così PPP rispose a Guido Gerosa, in un’intervista a L’Europeo del 31 dicembre 1970, alla domanda «insomma, cos’è che la ipnotizza nel calcio, Pasolini?».

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, perfino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.

Questo libro piacerà anche ai non amanti del pallone. Perché in queste pagine, si parla di vita, di sogni, di illusioni, di conquiste, di avventure, di letteratura. Idealmente abbracciamo il nostro faro Osvaldo Soriano, il narratore argentino che da ragazzo, in Patagonia, giocò centravanti, dove gli stopper avevano facce da assassini e scendevano in campo, non metaforicamente, con il coltello tra i denti. Il magnifico Gordo scrisse che «sono così le storie di calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni». Esattamente come la vita. Esattamente come queste pagine.

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