Paris Fashion Week Settimana Dell'haute Coulture
LA MODA CHE CAMBIA
8 Luglio Lug 2018 0900 08 luglio 2018

La grande moda abbandona strass e orpelli

Il giro c'è voglia di rigore. Come dimostrano le sfilate della couture parigina appena concluse.

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Taglio e non (più) dettaglio. Rigore e cura delle linee. Le appassionate di gossip potrebbero sostenere che il tono delle collezioni di haute couture parigina sia stato dettato da Meghan Markle e dal suo abito da sposa in puro stile Givenchy.

Volendo essere un po’ pre-romantici, cioè gotici, si potrebbe invece sostenere che lo spirito di Hubert de Givenchy stesso sia sceso sull’assise della haute couture parigina illuminandola tutta di immenso, perché – ad esclusione del collettivo Vetements di Demna Gvasalia e compari che iniziano veramente a sembrarci un po’ troppo furbi e sbrigativi - non si erano viste da molti anni collezioni così incantevoli, così frizzanti e allo stesso tempo eleganti e, talvolta, provocatorie (pensiamo alla maison Margiela).

Lo scrivo con entusiasmo e anche con un certo rammarico, avendole mancata in toto a causa di due progetti espositivi impegnativi e non procrastinabili andati in sovrapposizione proprio in questi giorni. Forse, però, proprio la bellezza che scaturiva perfino dai link, dai filmati e dalle foto gentilmente inviate dagli uffici stampa e postati dalle colleghe sono la dimostrazione della straordinaria riuscita di questa stagione.

Non si erano viste da molti anni collezioni così incantevoli, così frizzanti e allo stesso tempo eleganti e, talvolta, provocatorie

Sì, Parigi “fa” molto, la sua allure e la sua storia sono un ingrediente fondamentale di questo successo, ma non è certamente l’elemento definitivo e dirimente di questo successo, a cui collaborano certamente molti italiani e uno, par di capire, in modo particolare. La svolta di Dior verso una haute couture leggiadra, rispettosa dell’eredità del fondatore, rigorosa e nel contempo moderna è senza alcun dubbio il risultato dell’arrivo di Pietro Beccari, ex Fendi ed ex Louis Vuitton, al timone della griffe.

Così come non ci sono dubbi che le derive “magliettare” , già viste negli anni della direzione creativa di John Galliano (J’adore Dior, come dimenticarlo), rispecchiassero una certa predisposizione per il marketing pop e massificato della gestione precedente. Vedere Maria Grazia Chiuri lasciata libera di esprimersi, anzi rafforzata nel suo gusto per la sartorialità più raffinata, è stata una gioia e un orgoglio tutto italiano, soprattutto quando – da mesi – si rincorrevano voci su una sua possibile sostituzione.

Il senso di rigore e di chiara eleganza che emanava da questa e da – davvero quasi tutte – le altre collezioni è la dimostrazione che il mondo degli sneakettari non sta davvero imponendo le regole come sembrava, e che una via alternativa alla gadgettistica portata in scena da Virgil Abloh all’ultima collezione di Vuitton Homme è possibile, ed è possibile perfino nella collezione creativo-concettuale di Galliano per Maison Margiela Artisanal, nei suoi vestiti che recano la memoria degli abiti che stanno al loro interno, nelle sue donne nomani della memoria e di sé.

C’è un mercato, nemmeno troppo piccolo perché grazie alla Cina i clienti della couture sono raddoppiati, che sogna il bello. Che vuole l’abito dei sogni e che non ritiene necessario sia ricoperto di cristalli e di ricami per ritenerlo tale (fateci caso, i capi più belli abiti sono tagliati bene, non crollano sotto il peso dei cosiddetti embellishment e valorizzano la figura di chi li indossa).

Quando c’è stato da osare, i couturier hanno scelto le piume, bellissime, grandi e importanti cappe, gonne, bordure, oppure i volant doppiati, gonfi come sogni e nuvole. Clare Waight Keller, a capo della creatività di Givenchy, ne ha dato un saggio con una corta mantella che Elsa Schiaparelli, ritratta con qualcosa di appena più modesto a metà degli anni Trenta, avrebbe certamente apprezzato (invece e piuttosto: chi ha avuto l’idea di umiliare la memoria colta, libera e sprezzante della fondatrice lasciando mano libera allo styling mass-pop di Katie Grand e a quelle brutte maschere di animali nella sfilata della maison Schiaparelli di lunedì scorso?).

Spettacolare Valentino, soprattutto nel trattamento del colore, materia difficilissima in cui Pierpaolo Piccioli sta diventando un vero maestro, lungo la scuola dei Rosso Fiorentino e del Pontormo, da lui prediletto, e molti complimenti devono andare anche ad Antonio Grimaldi, ormai entrato a pieno diritto nella compagine dei couturier affermati a livello internazionale, lavorando sodo e interamente da solo dal suo atelier al terzo piano di Palazzo Besso, in piazza Argentina a Roma.

Però, senza alcun dubbio, l’applauso più forte va tributato a Giorgio Armani, e non solo per la sua collezione ricchissima, presentata all’ambasciata d’Italia che è luogo molto adatto a lui, vero ambasciatore della moda italiana da quarant’anni, ma per non aver mai abbandonato il rigore di cui ora tutti sentono disperatamente il bisogno. Il momento degli inutili orpelli sta finendo ancora una volta. E il rigore di Armani è lì, di nuovo pronto a rappresentare la tendenza. Gli americani la chiamerebbero consistency.

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