Foto ZHANG
Cultura e Spettacolo
8 Luglio Lug 2018 1500 08 luglio 2018

Zhang Changxiao spiega la sua passione per la musica italiana

Ha lasciato ingegneria dopo essere stato rapito dalla voce di De André. Ha tradotto 18 cantautori italiani. Ora organizza tournée e fa conoscere la nostra musica in Cina. Intervista all'autore di Creuza de Mao. 

  • ...

Era il 2012 quando Zhang Changxiao, appena ammesso al corso di Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, mentre passeggiava sulle rive del lago di Lecco fu attirato da una canzone italiana. Chiese al commesso del negozio di dischi chi fosse il cantante con la voce simile a quella di Leonardo Cohen. Glielo scrissero su un foglietto di carta: Fabrizio De André. Era nato un amore. Così la vita di Zhang Changxiao, in arte Sean White, è cambiata completamente.

Ora si fa chiamare il Marco Polo della musica, la carriera di ingegnere è alle spalle e il suo lavoro è quello di diffondere la musica italiana in Cina e la musica cinese in Italia. Ha un'azienda, la LongMorning Music Group, che si occupa proprio di organizzare concerti tra i due continenti, ha scritto un libro (Dizhonghai de shengyin, letteralmente: suoni del Mediterraneo, tradotto con Creuza de Mao) in cui ha tradotto i più importanti cantautori italiani che ha superato le 100 mila copie vendute e, soprattutto, gestisce un canale musicale su Qq dove condivide la musica italiana con 3,5 milioni di cinesi.

Recentemente ha organizzato la tournée di Giovanni Allevi in Cina. In programma ha un festival di musica rock cinese a Milano il prossimo ottobre e, per il 2019, l'uscita della sua autobiografia in italiano e il tour di Elio e le Storie tese sempre nel Celeste impero. Non male per un ragazzo di 29 anni. «Faccio un lavoro che amo», dice a Lettera43, «sono diventato famoso e guadagno molto bene. A questa età non sarei mai riuscito a comprami una casa a Milano...».

Zhang Changxiao.

DOMANDA. Chi finanzia i suoi progetti?
RISPOSTA. Istituzioni e aziende cinesi, soprattutto. Ma ogni tanto anche l'Istituto di cultura italiana. Siamo sempre in cerca di sponsorizzazioni. Abbiamo già fatto oltre 150 date in Cina contro appena una ventina in Italia. Credo ci sia poca curiosità verso la musica cinese...

D. In Cina invece la musica italiana interessa?
R. Tanto. Mi arrivano moltissimi messaggi entusiasti. Mi dicono: «Finalmente qualcuno ci fa conoscere qualcosa di nuovo, altrimenti ascolteremo solo musica inglese o coreana».

D. All'inizio cosa l'ha incuriosita della musica italiana?
R. Non so dire di preciso, sicuramente mi ha catturato. Piano piano ascolto le parole e le traduco. E i testi mi convincono, quasi sempre.

D. Ha tradotto De André, Battisti, Gaber, Tenco, De Gregori, Jannacci, Dalla, Guccini e molti altri cantautori. Cosa raccontano al pubblico cinese?
R. Ci sono verità universali. Questi artisti hanno il pregio di leggere la realtà attraverso il loro punto di vista. Un Fabrizio De André ha avuto la fortuna di poter scrivere liberamente cosa pensava del mondo e dell'Italia in cui viveva.

D. E in Cina questa libertà è possibile per un cantautore?
R. Il governo non lo permette. Questo non significa che non esistano parolieri profondi, ma un cantautore deve farsi furbo se vuole sopravvivere con la sua musica. Cui Jian (il cosiddetto padre del rock cinese, colonna sonora degli studenti di piazza Tian'anmen, ndr) è un eroe, ma non è facile essere come lui.

«La mia canzone preferita? Il Testamento di Tito»

D. Quale è la sua canzone italiana preferita?
R. Il Testamento di Tito, perché ci sono tante religioni nel mondo ma la differenza la fanno i singoli.

D. E quella che la pensare di più alla Cina?
R. Com'è bella la città di Giorgio Gaber, con tutti che smaniano per vivere nei grattacieli e con le case che devono diventare sempre più alte per ospitare tutti. È quello che sta succedendo in Cina oggi, in Italia è semplicemente avvenuto prima.

D. Da sei anni viaggia tra Cina e Italia. Come è cambiato il Belpaese?
R. L'Italia è più aperta, ma certo non è cambiata quanto la Cina dove ormai si è votati alla velocità e alla tecnologia, ma spesso a scapito della cultura...

D. Vorrebbe tornare?
R. No, amo l'Italia. Ed è stato un italiano, Francesco Baccini, il primo a credere in me e a darmi l'occasione di diventare quello che sono diventato. Mi piace l'idea di restituire il favore dando agli artisti italiani l'occasione di esibirsi ed essere conosciuti in Cina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso