Vanzina Carlo
BLUES
9 Luglio Lug 2018 1128 09 luglio 2018

Carlo Vanzina e la riabilitazione postuma

Come sempre con la scomparsa del regista è partita la retrologia della critica. Ma non è un crimine affermare che almeno da 30 anni a questa parte si può vivere benissimo anche senza l'arte sboccata da cinepanettone. 

  • ...

Ci fu un tempo in cui l'intellighenzia critica andava giù piatta, quello che non le piaceva, che restava lontano dalla ideologia, era spazzatura e finiva lì. Passa agli annali il dibattito pubblico nel 1951 al teatro Municipale di Parma tra il temutissimo critico dell'Unità Renzo Bonazzi e lo scrittore Giovannino Guareschi “reo” di avere scritto la saga di Mondo Piccolo e poi di averne lasciato addirittura trarne dei film. Coperto di contumelie, processato, condannato, il creatore di Peppone e don Camillo: ma, alla fine, fu lui a spuntarla.

A lungo andare la critica militante, cioè tutta, s'è fatta più cauta anche perché scottata da troppe cantonate, da troppo autocompiacimento, di quello frustato dal “reazionario” Alberto Sordi nelle Vacanze intelligenti: i fruttaroli Remo e Augusta che, per disintossicarsi dalle astrusità della Biennale e per ripicca verso i figli spocchiosi e carogna, quasi s'ammazzano a forza di mangiare. Dato il successo clamoroso da parte di un pubblico che oggi si definirebbe senza indugio populista, quello, più che un campanello d'allarme, fu uno spartiacque per la critica colta, austera, sussiegosa, sempre pronta a tranciare giudizi personalizzati, “mi piace quindi è bello”, che però non veniva seguita dal popolo. E che, di conseguenza, si vide costretta a imparare la lezione, insomma si fece furbetta.

L'ULTIMA RETROLOGIA SU CARLO VANZINA

E così inventò la retrologia. La retrologia sarebbe niente altro che il falso pentimento di chi, in chiave nostalgica, ribalta la faccenda: da “mi piace quindi è valido” a uno snobissimo, ma paraculo, “non mi piaceva quindi era valido”. Quanti riscatti, recuperi, riabilitazioni postume (e pelose), da allora! Contarle tutte è impossibile, ce n'è sempre una nuova che aggiorna i termini della consapevolezza.

L'ultima, in ordine di tempo, ha a che fare con gli un tempo famigerati cinepanettoni, che tuttavia, guarda alle volte il caso, per la morte di Carlo Vanzina non sono mai e poi mai stati evocati, neppure per una volta, neanche per sbaglio: pareva brutto, data la circostanza, per cui si è preferito tratteggiare il regista scomparso, fino a ieri vituperato, come uno degl'immensi interpreti, insieme col fratello Enrico, di «una eterna saga cine-letteraria», «un nuovo rinascimento cinematografico», «la novissima commedia all'italiana», «potenti affreschi di un come eravamo che ha fatto meglio e più di mille saggi sociologici» (quella dei saggi sociologici non manca mai, nei necrologi vip), e via paragoni con Fellini, Chaplin, Frank Capra, Bergman.

L'Italia, si sa, è il Paese delle prefiche, specie se il caro estinto era caro davvero, era un vincitore, e ogni perdita è per definizione incolmabile, devastante, incalcolabile: come faremo senza i cinepanettoni, senza i culi per aria, le zucchine, le volgarità romanesche di De Sica, la sua storia infinita con Boldi, meglio di quella tra Burton e la Taylor, si prendono, si lasciano, si riprendono, naturalmente per amor dell'arte, «noi non abbiamo mai litigato». Come faremo senza quei potenti affreschi a base di flatulenze, di ingroppate a Ibiza che, nel tempo, erano diventati i cinepanettoni vanziniani, mai nominati?

Nei servizi-prefiche della televisione, anche questo sarà un caso, si sono sempre e puntualmente viste solo scene dai primi due o tre, il filone vacanziero con i Jerry Calà e le Marina Suma, da Sapore di Mare a Vacanze di Natale, che erano sì filmetti ben costruiti, simpatici, con protagonisti e caratteristi irresistibili, dal “milanese” Guido Nicheli al sor Mario Brega. Ma quelle pellicole sfruttavano in buona parte lo sfasamento nostalgico: nel 1983 raccontavano gli Anni 60, erano affreschi del passato. Oppure apparecchiavano celebrazioni un po' ambigue della cafoneria da Italia da bere, come a dire: sì, siamo così, la borghesia emergente è questa, però in fondo è simpatica e ci va bene così come è. Tutta la profondità analitica, sociologica di quei filmetti rimpianti anni dopo come “capolavori”, finiva lì.

Era ricalco, più che satira feroce, disperante. Era didascalia, anche ben costruita perché i fratelli Vanzina il mestiere lo conoscevano, tanto è vero che quei filmetti sono diventati dei classici. Ma non più di quello. Forse, fatte le debite proporzioni non tanto di valore quanto di approccio, di intenti, si potrebbe azzardare un parallelo tra l'ambiguità comica dei Vanzina e quella, con pretese più impegnate, più ostentate, del Sorrentino della Grande Bellezza: facciamo un po' schifo, d'accordo, ma, fingendo di ammetterlo, in realtà ce ne (com)piacciamo tanto.

LA METAMORFOSI DEL TERMINE VANZINIANO

Data la lunghissima carriera, “vanziniano” è termine, dimensione che ha subito radicali modificazioni del significato. Non come felliniano, che resta una volta per sempre a stabilire una cifra onirica, inquietante, metaforica della realtà o pasoliniano, crocifisso alla definizione dello squallore vitale e crudele degli ultimi. Vanziniano si declina in termini diversi a seconda delle decadi. Nasce come pura operazione retro-vacanziera, cambia in affresco dello yuppismo, degenera nel degrado di una società italiana sempre più parossistica e fuori controllo, sopra le righe, ma anche improbabile: i cinepattoni a un certo punto diventano impronunciabili perché meri segmenti goderecci e cialtroni di un Paese che intanto si sfilacciava, e i cari Vanzina coglievano solo una piccola parte, autoreferenziale, microcosmica, parossistica senza pretesa di grottesco, dello spirito del tempo.


A quel punto “vanziniano” non era più sinonimo di fotografia d'epoca ma di svacco senza imbarazzo, alla Gianluca Vacchi o Fabrizio Corona: che pure esiste, però come si fa a dire che i Vanzina restano gli eterni cantori di un Paese? No: peggiorando il Paese sono peggiorati anche i loro film, sempre più implosi in affreschi cinepanettonari trucidi e, diciamolo pure, prescindibili se non evitabili. Uomini di spettacolo, persone senza dubbio gentili e piacevoli nella vita i registi Vanzina, come tutti li ricordano, capaci nei loro primi tempi di divertire con qualche buona intuizione, con un pugno di pellicole gradevoli. Ma non è un crimine dire che si può vivere benissimo anche senza la loro arte, per lo meno da 30 anni a questa parte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso