Mick Jagger Rollin Stones Compleanno
Cultura e Spettacolo
26 Luglio Lug 2018 0030 26 luglio 2018

Rolling Stones, i 75 anni di Mick Jagger

Eterno. Pura potenza. E sempre in sfida con Keith Richards. Ritratto della star che ha segnato un'epoca. 

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Un paio di settimane fa, dopo l'ultimo concerto dei Rolling Stones in Polonia a chiusura del No Filter tour, Mick Jagger è volato in Russia a veder perdere l'Inghilterra, già che c'era ha definito alcuni interessi in sospeso, s'è fermato sino alla finale, è ripassato da Londra per i dettagli del rinnovo del contratto con la Universal fino al 2028 per lo sfruttamento dei diritti di catalogo, d'immagine e di marketing (una roba alla Ronaldo), infine è sparito dalla circolazione e potrebbe essere in qualsiasi angolo di un mondo che per lui non ha più segreti. Così festeggia il 26 luglio i suoi 75 anni la rockstar suprema. Sovraesposto e nascosto. Mick ha la pelle di un papiro, i denti gialli e storti, gli occhi acquosi ma quando lo vedi sul palco, ancora il più grande frontman della storia dopo più di mezzo secolo, è impossibile non rintracciarlo in quel poster che tutti abbiamo avuto appeso a un muro, lui nella sua giovinezza insana mentre fuma uno spinello. «Riesce ancora a spostarmi letteralmente con la sua energia quando suoniamo», ha detto Ron Wood.

JAGGER, 59 CHILI DI CARISMA INAFFERRABILE

Lo snobismo del giovanotto di Dartford è andato oltre lo snobismo, l'unico vezzo che ancora si concede è la tintura dei capelli; per il resto, ama rendersi anonimo, sapendo che è impossibile: quelle giacchettine stazzonate, quelle camiciole strazianti, quelle scarpotte da ginnastica. Perfino l'antidivo per antonomasia, Charlie Watts, nei suoi impeccabili completi di Savile Row è più rockstar di lui. Mick ci sta dicendo che c'è l'empireo degli dei della musica, e, sopra, c'è lui, con i suoi 59 chili di carisma inafferrabile. Non un tipo da racconto. Non come Keith che ha fatto della sua autobiografia Life una sorta d'atroce spoon river stonesiana, a ogni pagina qualcuno casca come una mosca e rimane stecchito lungo il cammino della band. Ci aveva anche provato, Jagger, negli Anni 80: ha dovuto restituire l'anticipo, non gli veniva niente da dire, le memorie vanno bene per i musei, per l'Exibitionism, la mostra itinerante che celebra il gruppo ormai da quattro o cinque anni, ma la sua testa è sempre proiettata a domani, la nostalgia non gli appartiene, i rimpianti lo annoiano. Lascia al mondo la fatica di ricostruire le schegge di lui, che appartengono a tutti.

​Dicono sia capace di umiliare chiunque sulla faccia della terra, rockstar (quasi) sue pari, divi del cinema, assi dello sport, capi di Stato, pontefici; e poi che, nel più sperduto villaggio di campesinos, si offra di apparecchiare per tutti e chieda umilmente di bere acqua corrente dalla bottiglia comune, ma solo dopo che tutti gli altri si sono dissetati. Dicono che sia la più viziata delle celebrità, ma che allo stesso tempo non sopporti la gabbia della celebrità e faccia di tutto per immiserirla. Che sia il più spietato dei ceo, e i manager della multinazionale Rolling Stones tremino anche solo a ascoltarlo. Che abbondi in beneficenza quasi a livelli da senso di colpa, ma non esiti a silurare chiunque osi rivelarlo e non per nobiltà d'animo ma per non guastare la sua immagine di grande cinico. Dicono sia il predatore sessuale di sempre, uno che continua a seminare figli che non vedrà crescere. «Oh, per l'amor di Dio, quel vecchio schifoso dovrebbe farsi una vasectomia», lo ha fulminato Keith qualche tempo fa. Poi aggiunse un altro sberleffo: «Non volevo dire quello che ho detto». Dispetti infantili tra ultra 70enni, come quando il solito Richards demoliva il feticcio sessuale Jagger: «Palle enormi, ma uccello piccolino». Mick non gli rivolse la parola per due anni. Vecchiacci immaturi che ragazzi smisero di esserlo a 20 anni.

QUELLA LEZIONE AD AXL ROSE

Di sicuro, a salire sul palco con lui c'è da rimanerci secchi. Tutti lo sanno e nessuno si prende confidenze. Se lo ricorda ancora Axl Rose, dei Guns and Roses: nel 1990 il ragazzo si sentiva un po' troppo al centro della scena e Mick fece un paio di cosette, impercettibili al pubblico ma non a chi stava lassù, tanto per ricordargli come funzionavano le cose coi Rolling Stones. Axl non si riprese mai più e le Rose appassirono poco dopo. Gli Stones invece sono ancora in mezzo alle palle, sono sempre in mezzo alle palle e il merito, volere volare, è soprattutto suo: «Ma sì, lo so cosa dicono tutti: Keith la passione, Mick il calcolo. Ma anch'io ci metto passione: passione perché tutto vada bene. O volevate vederci finire come quei patetici gruppi di drogati reduci degli Anni 60?».

MICK E KEITH: DUE LEADER IN ETERNA SFIDA

In questa chiave va letta l'eternità geneticamente modificata dei Rolling Stones: nel continuo combattersi e cercare di surclassarsi dei due leader. Comprimari all'inizio, nel 1962, sotto l'ala pesante di Brian Jones, che, ancora imberbe, è già un teppista assai peggio di loro; ma dura poco, velocemente lo stritolano, lo divorano e poi lo espellono. Brian galleggia, carcassa dannata, nella sua piscina a Cotchford Farm il 3 luglio del 1969 e in capo c'è Mick a celebrarlo in un ipocritissimo concerto in Hyde Park due giorni dopo, con migliaia di farfalle che, appena liberate, ricascano in apnea. Ma è già chiaro che è Keith il motore musicale, la mente creativa del gruppo, anche se compongono quasi tutto insieme e si rubano le donne. La supremazia del chitarrista si staglia fino al 1972, anno della tremenda catarsi di Exile On Main Street, poi Keith affonda nel vortice dei suoi vizi, che Mick da parte sua ha imparato a dominare: fino al 1978 resta un fantasma senza denti, il numero uno nella classifica dei morituri, la persona non grata in mezzo mondo. Invece, proprio in casa di Jagger, si salva: «Capimmo che ce l'aveva fatta quando, dopo due settimane di elettroterapia sul divano, lo trovammo una mattina, bianco e scarnificato, che tirava coltellate contro gli alberi del parco» raccontò Jerry Hall, che allora viveva con Jagger.

L'ECLATANTE FASE DELLA MATURITÀ

Keith è tornato e rivendica la sua parte di controllo, Mick non ne vuol sapere e accusa l'altro di ingratitudine, dischi e concerti si trascinano sul filo di una tensione sempre più ad alto voltaggio fino al 1985, quando Mick licenzia il suo primo album solita, She's the Boss, e Keith la prende a modo suo: «Se quella puttana non viene in tour con noi, gli taglio la fottuta gola». Mick non ci va ed è come scatenare la terza guerra mondiale. Ma nessuno dei due fa molta strada senza l'altro e nel 1989 si ritrovano alle Barbados per scrivere i pezzi di Steel Wheels, l'album del ritorno. «Mettiti bene in testa che lo faccio solo per soldi», ringhia Mick. Sarà una nuova stagione, gestita dal promoter Michael Cohn, a inaugurare la fase della maturità del gruppo e insieme la più duratura, eclatante e fruttuosa. Per tutti i 90 e buona parte dei 2000 nessuno sembra più mettere in discussione che, se Mick è il volto, Keith è il cuore degli Stones. Ma nel 2007 Richards cade da una palma alle isole Fiji, rischia la vita per una emorragia cerebrale diagnosticata in ritardo e non sarà più lo stesso, neppure fisicamente: s'appesantisce, s'imbolsisce, il suo modo di suonare ne risente in modo a volte drammatico. Mick ha vinto. Ma Keith, orgoglioso com'è, non cede: quando si ritrovano per studiare nuovi brani, fulmina il gemello diverso: «Questa merda non è roba da Stones, se la vuoi, pubblicatela per conto tuo».

Solo due persone al mondo possono trattare i Rolling Stones in questo modo: e sono i Rolling Stones. Ma Keith ha fatto anche un regalo inaspettato alla sua altra metà: gli ha dato retta, si è liberato dell'ultimo fantasma, la bottiglia. Dalla fine del 2017 non ha toccato più un goccio ed è tornato a un livello dignitoso e la band è tornata a fare concerti accettabili. Era la condizione posta da Jagger: «O la fai finita con quella roba, o la chiudo qui». La passione di Mick, fatta di calcolo. E i Rolling Stones, abbondantemente finiti, rinascono «come rinasce il ramarro», come la più incorreggibile delle Fenici. A questo punto si può dire, tanto lo ammettono tutti, per primi quelli che negavano disperatamente la deriva sotto gli occhi di tutti, per esempio a Lucca un anno fa. I fanatici son sempre gli stessi, non raccontargli quello che sanno benissimo, lo debbono accettare da soli e poi verranno a dirti che loro lo sapevano...

L'ALBUM DI INEDITI E IL TOUR: LA NUOVA TABELLA DI MARCIA

A questo punto, abbiamo una ragionevole tabella di marcia del futuro prossimo dei ragazzi. L'anno prossimo, finalmente il benedetto album di inediti che tarda ormai da 14 anni, il che spalancherà le porte all'ennesimo tour mondiale a coprire in modo capillare anzitutto gli Stati Uniti; quindi lo spostamento in America Latina, con tanto di permanenza prolungata in Argentina dove il culto per gli Stones supera le proporzioni dell'insania; senza soluzione di continuità, nella primavera del 2020 il giro in Giappone, Corea e nel resto dell'Estremo Oriente, prima di tornare alla base nel Regno Unito e in Europa. A quel punto si arriva in vista del 2022, ai 60 anni di carriera, alla soglia degli 80 dei due capitribù. C'è tutto il tempo per organizzare una campagna devastante, mai vista prima ed è su questa che sir Jagger, 75 anni oggi, sta già scervellandosi. E chi obietta che ormai è troppo vecchio, dovrebbe solo salire sul palco per lasciarsi spostare dal suo flusso di energia.

UNA STAR CHE HA SEGNATO UN'EPOCA

In realtà, Mick sconta ancora una distonia, è un dinosauro ma meno di quanto potrebbe sembrare: egli ha segnato, continuare a segnare un'epoca che sembra interminabile, non c'è manifestazione artistica della seconda metà del ventesimo secolo che non abbia fatto i conti coi suoi labbroni, con logo della linguaccia escogitato da John Pasche nel 1971; allo stesso tempo, sembra più immanente di quanto non sia perché ha cominciato da bambino, è in circolazione da più tempo di tutti e la sua fame di gloria, quel senso di consacrazione al pubblico non si spegne neppure adesso che dorme con un abbondante miliardo di dollari sotto al materasso. Ma non è questione di quattrini, «lo faccio solo per soldi» è la bugia più grande.

IL DISEGNO SOVRAUMANO CHE GUIDA I ROLLING STONES

Ci sono uomini che non possono fermarsi, il Padreterno li crea fuori catalogo per ragioni insondabili, che comunque hanno a che fare col dare la gioia agli altri. In un modo tortuoso, anche perverso, anche crudele, ma nella vicenda di un Mick Jagger c'è qualcosa, se non tutto, che va oltre le normali coordinate della ragione, della comprensione. Un disegno sovrumano e inesplicabile che non dipende da lui, che fa della superstar una sorta di burattino. Una sola cosa può mettersi di mezzo: la sgraziata signora con gli occhi pieni di buio. Se e quando poserà il suo sguardo di marmo, a suo capriccio, sopra qualcuno di loro, allora sarà la fine. Ma nessuno vuole pensarci e gli Stones non annunceranno mai il loro ritiro, perché appartengono a un mondo che gli appartiene e lo sanno. Abbiamo bruciato la nostra vita chiedendoci se «il tempo che non aspetta nessuno» avrebbe mai raggiunto Mick Jagger, per spezzarlo in un colpo solo. Non avevamo capito che il tempo era lui, che era lui a non aspettarci.

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