Usa: torna la 'Marcia delle donne'
LA MODA CHE CAMBIA
5 Agosto Ago 2018 0900 05 agosto 2018

Io «cara», lui «dottore»: dolce vendetta contro il metoo quotidiano

Cosa fare quando il cameriere usa un'espressione peggiore di una pacca sul sedere. E mio marito, l'uomo sensibile, nemmeno se ne accorge. 

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In rientro dalle Cinque Terre, ci fermiamo nell’orrenda, trafficatissima Rapallo per fare rifornimento di pansouti e corzetti in uno storico pastificio che non ha eguali, credo, nel Nord Italia; ve lo segnalo in caso riusciste a superare l’impatto estetico della cittadina e ancora non lo conosceste: si chiama Pastificio Dasso e la qualità di ingredienti e lavorazione dei prodotti valgono davvero la sosta. Nell’attesa che la piccola, celeberrima impresa riapra dopo la pausa del mezzodì, ci fermiamo a fare colazione in uno dei caruggi, ormai un’unica teoria di friggitorie e di negozi di souvenir, inframmezzati dai pochissimi artigiani che hanno saputo resistere all’impatto della liberalizzazione del commercio e al turismo di massa. Il ristorante è carino; ha qualche pretesa di eleganza e, come dire, di coolness. Insomma, si dà un tono, così come i camerieri che tentano di ostentare con i clienti la familiarità dégagé degli aristocratici. C’è sempre un Arrigo Cipriani in divenire da qualche parte, mi dico; non è questo il caso. Le cose precipitano infatti al momento dell’ordine al cameriere, a occhio e croce trentenne: «Che cosa sceglie, cara? E lei, dottore?».

IL METOO QUOTIDIANO CHE DOBBIAMO AFFRONTARE

Dunque, io mai vista prima sarei «cara» e mio marito, ugualmente sconosciuto, «dottore». Il #metoo quotidiano, servito anzi anticipato, postulato nei comportamenti. Superata la stizza per la fame, ordino secca e poi mi rivolgo a mio marito che, da uomo sensibile quale ho sempre creduto fosse, dovrebbe essersi accorto di quest’espressione che equivale, anzi è peggiore, di una pacca sul sedere. L'uomo sensibile si è accorto di nulla. «Non ho notato». Gli ripeto il «cara» e il «dottore». Non è convinto che si tratti di un'offesa. Gli spiego meglio quale ordine di pensiero, quali automatismi siano nascosti dietro due appellativi che valorizzano, pur cafonescamente, l’esponente di sesso maschile (neanche i parcheggiatori chiamano più «dottore» l’automobilista che sta cercando posto, fa perfino ridere, oggi una laurea triennale si nega a nessuno) e deprezzano con condiscendenza la donna a prescindere; accenno alle differenze salariali di cui questi atteggiamenti sono parenti stretti, alla noia di dover sempre giustificare il nostro valore, al diritto di non sentirci interpellate come cretine. Rispondendo anche io a certi vecchi automatismi, un po' stizzita anche da questo mio segno di debolezza, osservo i bermuda al ginocchio che indosso e che peraltro indossa anche mio marito; sono in lino, pressoché identici. Non è dunque l’abbigliamento, comunque castigato, ad aver suscitato la confidenza. È proprio il mio essere donna. Dunque e comunque, «cara».

LA «CARA» VI SCONSIGLIA IL RISTORANTE

Forse dovrei perfino ringraziare che un uomo qualunque si chini sulla mia inferiorità e la ammanti della sua potenza. Mentre rimugino, irritatissima, il cameriere torna con i piatti. Abbiamo ordinato lo stesso piatto di trenette ai frutti di mare, ma mio marito continua ad essere il dottore, e io la cara. Per un istante sono tentata di spiegargli come si stia al mondo, perfino di squadernare titoli e competenze. Poi decido che non ne valga la pena. Non otterrei maggiore rispetto per me e per le future clienti e mi abbasserei a discutere con un omuncolo in un luogo pubblico. Faccio di peggio. Come vi ho consigliato il pastificio, vi sconsiglio il ristorante. Si chiama Rapalà. E le trenette erano mediocri.

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