Favorita Emma Stone Me Too Festival Venezia
Cultura e Spettacolo
31 Agosto Ago 2018 1829 31 agosto 2018

Perché La Favorita può salvare il #MeToo

Sesso maschile ridicolizzato. Balli. Atmosfera grotesque. Donne affamate di potere. Il film di Lathimos presentato al Festival del Cinema di Venezia è una lezione per il movimento. 

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da Venezia

Tempo un paio di mesi, e sapremo se gli americani sono più spiritosi di quanto sembrano con l’ossessione del #MeToo e la religiosa lettura che riservano alle nuove puntate della saga compilate da Ronan Farrow per il New Yorker, praticamente un verbale della polizia, una noia mortale. La chance per correggere il tiro, e dare alla causa l’intelligente patina di grottesco che, in un ambiente puritano, finora le è mancata, arriva da un film presentato in queste ore alla Mostra del Cinema di Venezia, The favourite, La favorita, lettura nella (corretta) chiave bisex dell’intrigo che oppose Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, alla lontana cugina Abigail Hill, baronessa Masham, per la conquista dei favori, economici, politici e sessuali, della regina Anna.

LATHIMOS GIOCA CON L'OLIMPO E LE SUE BASSEZZE

Emma Stone, Rachel Weisz e Olivia Colman, strepitosa Queen Anne afflitta da gotta ed emiparesi ma ancora avida di sesso e amore, se la giocano da par loro, e la Stone ha persino imparato a dire bottle all’inglese, come racconta spiritosamente in conferenza stampa. Non è però la bravura delle attrici il punto dirimente del film di Yorgo Lathimos, il regista greco che aveva già firmato il surreale Sacrificio del cervo sacro e che anche stavolta gioca sulla trama con la maestria di chi conosce a menadito le trame dell’Olimpo e le sue bassezze, quanto il ruolo di sciocchi figuranti, volutamente esagerato, quasi meccanico, che nel film viene riservato agli uomini.

Il cast di La Favorita sul red carpet del Lido.

UNA CORTE DI UOMINI RABBIOSI E DONNE AFFAMATE DI POTERE

La storia, quella ufficiale, scritta sui libri, è pronta a testimoniarci come la sovrana seppe ribaltare i rapporti di potere all’interno del parlamento, favorendo la fazione Whig contro i Tory nella guerra di Successione spagnola (che gli inglesi definiscono appunto «guerra della regina Anna») e infliggendo un duro colpo all’ascesa dei Marlborough. Il film, che dalla storia vera prende solo spunto, pur con straordinaria attenzione ai dettagli, ci mette invece di fronte a un corte di uomini rabbiosi e vani, di intriganti in tacchi e parrucca (e puntuale, nel dialogo, arriva il riferimento al Jonathan Swift dei Viaggi di Gulliver con il suo Paese di Lilliput), pesantemente truccati, che vorrebbero molto fare sesso – usandolo come arma di potere, naturalmente - ma che raramente ci riescono, perché le donne desiderate sono impegnate a conquistare il potere, compreso quello sessuale, senza di loro.

Il film si apre su una corsa di anatre infiocchettate in un salone di Hampton Court, fra le urla dei signori, e si chiude con Emma Stone inginocchiata sotto le gonne della regina, vedete voi. Gli scambi infrasesso si limitano a veloci masturbatine, anche in occasione di prime notti di nozze; i tentativi di stupro vengono rintuzzati a suon di calci nelle parti basse o ridicolizzati. Le signore escono dalla proiezione galvanizzate e divertite (gli uomini un po’ meno, ma dopotutto praticano meno anche la letteratura inglese). Il sesso maschile messo in burletta dal regista più sessuofobico della scena attuale è assolutamente irresistibile, insieme con una scena di ballo ripresa quasi didascalicamente dalla Febbre del Sabato sera, un paio di sorridenti citazioni di Peter Greenaway e, come poteva essere altrimenti, delle opere di La Tour. Una risata vi seppellirà, ecco la lezione che le guerriere del #MeToo faticano ad apprendere. Un paio di film così in più e il figlio di Mia Farrow potrebbe finalmente dedicarsi ad altro argomento.

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