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#VelodiceBeatrice
1 Settembre Set 2018 0840 01 settembre 2018

Da Venezia al tennis, un agosto di polemiche sessiste

Dalla bufera inutile sull'assenza di donne in concorso al Lido fino alla mise censurata di Serena Williams e alla solitudine di Alizé Cornet sanzionata agli Us Open. Il #Metoo sembra in crisi.  

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L’insopportabile mese di agosto si fa perdonare per poche cose. Tra queste, la Mostra del Cinema di Venezia, il festival che tutte le lagune c’invidiano, che inizia negli ultimi giorni agostani disponibili. È, per quanto mi riguarda, più che un contentino. Dal grido «Capolavorooo!» al fischio «Ciofecaaa!» ai film, dalla sovresposizione di attori e registi (e politici che puntano alle gallery dei quotidiani on line) ai redcarpetisti improvvisati, le cronache dal Lido sono un genere cinematografico a sé.

IL FESTIVAL DI VENEZIA E LE ACCUSE DI MASCHILISMO

Questa Venezia 75, già dalla presentazione, sembrava avesse un vincitore annunciato: Alberto Barbera. Il lavoro minuzioso del direttore artistico, che ha spostato il baricentro della Mostra e trovato la misura tra cinefilia e pop, è stato però contestato da un articolo su The Hollywood Reporter che bolla le scelte del concorso come espressione della «cultura italiana del maschilismo tossico». Un anatema cannoneggiato per la presenza di una sola regista donna (i colleghi maschi sono 20) in corsa per il Leone d’Oro: l’australiana Jennifer Kent con The Nightigale.

QUOTE ROSE, NELL'ARTE E IN POLITICA

Apriti cancelletto. Barbera ha prima scritto su Twitter un «Non so se ridere o piangere...»; poi, intervistato da Arianna Finos su Repubblica, argomenta: «Nell’arte le quote rosa non hanno senso, come invece è giusto ad esempio nella politica». E che non c’è invocazione più erroneamente divinizzata di quella per le quote rosa alla cieca lo dice anche (in questo caso a Lorenzo Mantelli su LetteraDonna.it) Lina Wertmüller, prima donna regista candidata all'Oscar (per Pasqualino Settebellezze, nel 1977): «Ma quali quote rosa, non è di questo che ha bisogno il cinema». Altri tempi quelli di Wertmüller? Forse, ma tenderei a credere che sia una che ne sa anche dell’oggi.

La parità sul set non passa dalle quote rosa

"Secondo Hollywood Reporter", ha scritto Barbera su Twitter, "sarei un rappresentante della cultura italica condita di maschilismo tossico perché ignoro il talento femminile, avendo scelto per #Venezia75 film di registi uomini in base al nome e non alla loro qualità. Non so se ridere o piangere"​.

Naturalmente è sotto gli occhi di tutti il problema di rappresentanza delle donne. Ma il numero su cui concentrarsi non è una su 21 del concorso. Il numero su cui concentrarsi è 22: ossia la percentuale di film diretti da donne proposti in selezione a Barbera. Ma si sa, mica puoi vederci bene quando ti piazzi davanti un vessillo per brandirlo con furia; quello finisce per occultarti alla vista proprio tutto. Bersaglio compreso. (Tra l’altro, chissà se Barbera, letto l’articolo, ha più sghignazzato o sudato freddo ricordandosi che il titolo d’apertura della Mostra era First Man).

LA POLEMICA SUI CAMPI DI TENNIS

Ma l’“agosto, sessismo mio non ti conosco” non ha bucato solo il cinema: c’è stato anche il tennis. Se a Serena Williams consigliano di cambiare guardaroba dopo la tuta da Black Pantherona del Roland Garros (indossata comunque per ragioni mediche), Alizé Cornet scardina un ridicolo divieto. Impegnata negli Us Open, Cornet è rimasta in campo col solo reggiseno sportivo dopo essersi sfilata la maglietta perché indossata alla rovescia. Ma i maschi possono farlo, impegnandosi in un Magic Mike applaudito sempre dagli spettatori sul maxischermo, le femmine no. Il risultato: sanzionata. Ari-apriti cancelletto. Le accuse di sessismo sono piovute a catinelle, gli ombrelli con le scuse degli organizzatori si sono aperti, il divieto è stato messo da parte. Battaglia vinta? Sì, e pure giustamente. A me però ha colpito come l’avversaria di Cornet in campo, Johanna Larsson, anziché sfilarsi la maglietta anche lei per far vedere che la collega non avesse fatto nulla di sbagliato (come scritto dalla Wta in un comunicato), non abbia invece fatto una piega. Insomma, cara Johanna, ma cosa l’hanno fatto a fare il #MeToo se eri assente quando hanno spiegato il senso della sorellanza e, con tutta evidenza, hai marcato visita pure quando hanno spiegato il senso dello spettacolo?

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