Chiara Ferragni Fedez Noto
BLUES
3 Settembre Set 2018 1055 03 settembre 2018

La favola del successo spontaneo di Chiara Ferragni e Fedez

I due neo-sposi sono venerati da chi vorrebbe essere come loro. E dai media. Ma questo non basta a spiegare milioni di fatturato. E la polemica su Alitalia lo dimostra. 

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Lontani gli Anni 60 del divismo democratico figlio della ricostruzione caotica e raccontato dagli intellettuali, sceneggiatori, registi che venivano dalla provincia abruzzese o romagnola per dire quanto ci stavano male nella Roma corrotta e decadente, però non se ne andavano, abbiamo i succedanei che il Paese si merita: cantanti pop o calciatori con soubrettine e adesso Chiara Ferragni e Federico Lucia-Fedez in arte i Ferragnez, famosi per essere famosi. Mai vista tanta copertura per un evento mediocre come le nozze annunciate e “trashone”, come dice Dagospia e starebbe per imbarazzanti, di sfarzo dozzinale, di questi due parvenu, lei della Cremona padana e vescovile, lui dalla suburra metropolitana della Buccinasco dove ci si copre di tatuaggi per sopravvivere: l'intero sistema mediatico in orgasmo, per non perdere posizioni nell'obbligatorio gioco del gossip pubblicitario anche se non mancavano quelli che andavano oltre, con lo zelo dei servi sciocchi.

I FERRAGNEZ E LA FAVOLA DEL "FAMOSI PERCHÉ FAMOSI"

E si capiva lo sforzo anche penoso di rendere interessante la bassa cucina, di trovarci qualcosa in questi due ragazzotti ambiziosi che resteranno quanto vorrà il dio del consumo facile e veloce ma con l'aria di dire fin che dura arraffiamo il possibile. Lui un modesto riciclatore di canzonette Anni 80, lei una specie di commessa viaggiatrice virtuale di profumi, balocchi & maritozzi, il campionario scintillante per target giovanili di vorace appetito. Chi ci crede che questi due siano usciti dal nulla e adesso amministrino ciascuno un piccolo impero da svariati milioni di euro l'anno? Chi se la beve la non risposta del "famosi perché famosi", perché hanno tanto seguito sui social come dicono sempre sui social quelli che risolvono tutto, circolarmente, con l'evidenza del successo? Tra loro anche lo showman Fiorello il quale fa sapere che a lui «non frega un cazzo di quelli ai quali non frega un cazzo dei Ferragnez» e chiude col fatidico hashtag #rosiconi. A conferma che un istrione può eccellere nell'arte sua e lo stesso non uscire dalla gabbia di una percezione immatura, deprimente di fenomeni complessi.

I Ferragnez hanno tanto successo? Sì, precisamente perché sono quelli della banalità redenta da un qualche dio benevolo e complice che tutti vorrebbero scoprire, in primis quelli che sognano di essere loro, di diventare come loro e proiettano su di loro le proprie ambizioni mediocri. Gente che campa dell'aria fritta e viziata degli “eventi”, delle “situazioni”, della onnipresente e onnisciente pubblicità che fa da anello di congiunzione tra i mondi dello spettacolino truce, del pettegolezzo, dell'industria e della politica voyeuristica e tappa tutte le bocche, che è la risposta ultima a qualsiasi questione. Ma davvero si arriva a riempire gli stadi senza saper cantare o suonare, si arriva ai fatturati milionari partendo da un blog vetrina di gadget di lusso? Nello stagno-Italia? Non scherziamo. Si sa che i due hanno dietro i rispettivi clan familiari, molto agguerriti, che ne determinano ogni scelta, ogni passo ma dietro le mamme dure e decise, dietro i cognomi di questi due giovanotti, che a sentirli parlare ti metti le mani nei capelli, chi ci sta?

IL MARKETING DI ALITALIA: CUI PRODEST?

E il sospetto viene, non può venire se Alitalia, che è la voragine aeronautica nazionale arriva a dedicargli un aereoplano, divise e un apposito cancello d'imbarco per gli invitati, non eclatanti, per lo più virtuali anche loro, convocati al loro matrimonio e al dunque non sa rispondere che: «Non si tratta di sponsorizzazione ma di un normale accordo commerciale» (guarda anche: la copertina del magazine Alitalia dedicata a Chiara Ferragni). Se non è zuppa è pan bagnato, è sempre la solita pubblicità che comanda anche se in questo caso non si capisce a vantaggio di chi. Certo non di Alitalia che perde 2 milioni al giorno, cosa che sfugge a quelli che praticano, senza capirla, la scienza gassosa del marketing e dai loro profili Twitter insegnano: ma tacete, ma che ne sapete voi, loro hanno 20 milioni di follower. Come se tutti questi fanatici virtuali, che nessuno ha mai visto, e che in buona parte non esistono, la mattina dopo corressero all'aeroporto per salire su un volo Alitalia. Non è marketing, è marketting e cui prodest? Segno dei tempi: una decina d'anni fa Alitalia licenziò una hostess, Daniela Martani, per la sua partecipazione al Grande Fratello, oggi corre dietro ai personaggi dell'intrattenimento adolescenziale più spregiudicato. It's politics, stupid!

La sciatteria della comunicazione: dai Ferragnez a Venezia

Da una parte le formule preconcette e le frasi fatte, gli automatismi, la sciatteria di non controllare mai un riferimento storico o cinematografico perché si è abituati ai ritmi di Snapchat, e nemmeno di forma perché tanto si è stati tutti promossi al liceo e dunque che sarà mai farsi sfuggire un anacoluto (anzi, che cos'è?).

Nello stagno Italia ogni faccenda alla fine è politica o con la politica si compromette, a essa versa i suoi pedaggi e sulla curiosa storia della ex compagnia di bandiera pur sempre sotto il tallone pubblico che si occupa del matrimonio di due influencer, come li chiamano, in odor di grillismo, lui almeno, lei più di pellicce, qualcuno ha cominciato a porre delle domande: non essendo pensabile che una compagnia aerea commissariata adotti due privati all'insaputa dei capoccia di lotta e di governo. Ma il riccioluto Toninelli, che ha in testa un'idea meravigliosa per Alitalia, la rinazionalizzazione dura, questa volta latita e non si riesce a sapere se i commissari Gubitosi, Laghi e Paleari lo abbiano considerato volatile oppure già decollato. Fino allo spettacolo patetico del vicepremier Di Maio che fa interrogazioni di facciata alle quali nessuno risponde.

L'EPOCA DELLA RAZZA PADRONA DI FINE ANNI 50

Tutta l'operazione appare meno innocua e più sintomatica di quanto i media ammessi a corte non cerchino di dipingerla. A chi ha abbastanza anni sulle spalle e un minimo di memoria documentaria può ricordare l'epoca della razza padrona di fine Anni 50, quelli del monopolio politico burocratico e industriale della Dc e del suo regime duro, all'occorrenza violento nel guanto di velluto del paternalismo, dove le rispettive sfere non si distinguevano, funzionavano come vasi comunicanti, il periodo del capitalismo privato statalista e dello statalismo privato imprenditoriale, un unicum occidentale mai completamente abbandonato, superato, capace di accumulare ritardi e risacche di provincialismo gestionale e finanziario. Con la non lieve differenza che al tempo tutto si poteva fare, poteva tenere a lungo stante la clamorosa crescita economica e sociale le cui contorsioni e contraddizioni vedevano solo autori riminesi e abruzzesi come Fellini e Flaiano o scrittori tormentati e apocalittici come il Pasolini sceso a Roma dal Friuli bigotto e reazionario a scontare la sua Nemesi. Allora come oggi nella sostanziale acquiescenza o complicità dei giornali.

MA QUALE PRODUZIONE DI RICCHEZZA...

Così quelli che risolvono tutto con gli hashtag e le ironie da guitti: ma che cercate, che avete da dire, i Ferragnez creano ricchezza, danno lavoro. La stessa cosa che si diceva, si dice di uno come Corona la cui inconsistenza si distingue per l'attitudine a uscire dalla legge. Un curioso concetto dell'economia, fine a se stessa, evanescente, senza sbocchi, senza ricadute sociali. Quando l'economia anche dello spettacolo è altra cosa, era Paul Anka che non ancora maggiorenne nel solo 1958, 60 anni fa, vendeva 13 milioni di dischi non di follower.

Aspiranti Ferragni crescono: quanto guadagnano gli influencer

Scienza e Tech Non studiano, non lavorano, almeno non per le statistiche ufficiali. E inseguono il "mito" di Chiara & co. Cosa sappiamo su una professione che lascia sul campo molti sconfitti.

Fatti i dovuti distinguo, anche in Sicilia c'è chi difende la mafia con lo stesso modo di argomentare: ma lasciateci stare, andate altrove a occuparvi di cose serie, che la mafia qui toglie dalla disoccupazione e ci fa campare. I Ferragnez non sono Cosa Nostra, non sono “aria che cammina” ma aria fritta sì, cosa di tutti, che respirano tutti come una nube tra il pubblicitario e il social che si autoadempie, che dura fin che dura e vive nel momento e nel momento arraffa il possibile. Nel loro modo, nel loro mondo da piccoloborghesi arrampicati, dietro la parvenza della modernità sono l'interfaccia di una doppia intrapresa che non si riesce bene a inquadrare e può farsi rappresentare dal vettore aereo nazionale che ha già bruciato 7 miliardi e mezzo a spese del contribuente, può inscenare un matrimonio-sagra pieno di controfigure da youtube insieme a qualche volto noto da reality tra cui il presunto alternativo Manuel Agnelli, uno che appena ha potuto ha svelato la sua vera faccia. Piacciono a chi non si fa problemi e a chi se li fa ma pretende l'esclusiva e ha lo snobismo sommo di snobbare gli snob ostentando indulgenza per i sempliciotti dalla grana grossa e i soldi facili. Ma qui di spontaneismo populista o popolaresco c'è poco e niente se il sistema dell'informazione pubblicitaria al completo celebra questi due avatar della falsa gioventù come i regnanti del Perù o di Scemilia, la mitica terra di quelli che non ragionavano. Tanti auguri e i figli maschi sono già arrivati, ma la favola bella dell'ascesa spontanea che culmina in amore eterno è credibile quanto i complottismi dell'11 settembre.

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