Ludmila Ulitskaja Il sogno di Jakov Russia
Cultura e Spettacolo
8 Settembre Set 2018 1500 08 settembre 2018

Ludmila Ulitskaja parla di Russia, memoria e scrittura

La scrittrice russa torna con Il sogno di Jakov. Racconta della censura sovietica. E insiste sull'importanza del dialogo con le nuove generazioni. 

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Si può amare a tal punto la letteratura da rischiare anni di carcere ricopiando segretamente su fogli volanti, alla luce di una candela, i testi degli autori più amati. È in questa officina silenziosa dei samizdat (la diffusione clandestina di scritti illegali) e delle riunioni clandestine di lettura che si è formata Ludmila Ulitskaja, probabilmente la scrittrice russa più conosciuta e amata oggi, in patria e all’estero. Autrice di romanzi, racconti e opere teatrali tradotti oltre 30 lingue, Ulitskaja ha oggi 75 anni, età tradita solo dai capelli corti appena argentati. La sua vita è strettamente legata alle vicende della Russia, dal suo arrivo a Mosca nel Dopoguerra dagli Urali dov’era sfollata per la guerra, fino all’implodere del regime sovietico e la nascita della nuova democrazia, a cui non ha risparmiato critiche e denunce. E la storia si respira anche nell’ultima fatica della scrittrice, Il sogno di Jakov (pubblicato in Italia da La nave di Teseo e tradotto da Margherita De Michiel). L’interesse del suo raccontare è però rivolto alle persone, ai singoli. In altre parole, la storia c’è, è visibile in filigrana, ma non occupa mai la scena, è una quinta, come quelle del teatro da lei amato e frequentato con passione negli Anni 80 in cui era direttrice dell'Ebraico di Mosca. Alla domanda sul motivo che l'ha spinta, in questo momento, a pubblicare un libro così impegnativo che richiama, attraverso i protagonisti, vicende dolorose che oggi molti preferiscono dimenticare o lasciar decantare, risponde quasi stupita: «Perché è una bella storia….».

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UN COLLAGE TRA DOCUMENTI E INVENZIONE

Il sogno di Jakov è una storia tipicamente russa. Il romanzo nasce da un bauletto contenente le lettere dei nonni Jakov e Marusja, per tanti anni dimenticato e che solo nel 2011 Ulitskaja trova il coraggio di aprire. Da qui, dalle loro storie, l’autrice ricrea la "sua" di storia, colmando i vuoti del carteggio con la fertilità dell’immaginazione e una accurata ricerca documentaria. Così il racconto si allarga in una trama sempre in bilico tra realtà e finzione, in cui si accostano documenti reali a parti d’invenzione, senza discontinuità. «Non è la prima esperienza di un lavoro di questo tipo», spiega l'autrice a Lettera43.it. «Anche Daniel Stein, traduttore (pubblicato nel 2006, ndr) è un collage “polimaterico” di documenti, personali e pubblici. Lì c'è di tutto: racconti di fantasia come documenti autentici, senza che apparentemente se ne colga la differenza. Del resto, la vocazione documentaria è propria della letteratura già del XIX secolo, per esempio in Tolstoj, solo non era lampante, era nascosta, mentre oggi è più palese».

Ludmila Ulitskaja è una delle più note e apprezzate scrittrici russe.

DOMANDA. Cosa l’ha affascinata del carteggio?
RISPOSTA. La corrispondenza tra mio nonno e la moglie Marusja è un materiale prezioso. Il nonno era un intellettuale, con talento letterario forse maggiore del mio. Ho fatto una selezione del carteggio e un lavoro di editing, cambiando solo qualche dettaglio. In fondo, come annoto alla fine del romanzo, è un libro che avrebbe potuto scrivere lui, se avesse potuto farlo.

Lei lo fa dire esplicitamente al suo personaggio, Nora: «Noi in fondo non siamo che una combinazione genetica di quelli che hanno vissuto prima di noi»…
Sì, credo per la prima volta di aver voluto creare un personaggio collettivo, richiamando nel flusso della storia la presenza di quelle “essenze”, come le chiamo nel libro, che costituiscono ciò che noi siamo. I nostri avi sono nascosti dentro di noi geneticamente e ci trasmettono il loro patrimonio, l’individualità è il momento in cui queste presenze si coagulano per poi rifluire nel grembo della storia.

Nel romanzo ci sono frammenti di storia che lei stessa ha vissuto, come il licenziamento dall'Accademia delle scienze con l'accusa di aver diffuso libri proibiti come Exodus di Leon Uris...
Nel regime sovietico la lettura dei moltissimi testi proibiti era considerata un atto eroico. Nel 1970 venni licenziata dall’istituto di genetica di Mosca per avere ricopiato questo libro. Ero ancora fresca del divorzio e con due figli a carico. Non ottenni un incarico di rilievo fino al 1980, quando mi affidarono la direzione del teatro ebraico di Mosca. Ma ora, dopo 50 anni, valuto gli eventi in modo diverso.

Come?
Probabilmente la storia conosce pochi periodi come quello che ho vissuto, nel quale lo stesso atto della lettura diventa il senso di tutta un'esistenza per una intera generazione.

La copertina de Il sogno di Jakov.

Da dove nasce questa passione per la lettura?
Come genetista non avevo accesso neppure ad alcune opere di ricerca. Eravamo convinti che dovesse esistere una lista di libri che nessuno aveva mai visto e che inglobava tutto: scienze, narrativa, storia. Appartenevamo a una generazione unica che non aveva valori alti se non quello della lettura e per avere accesso a un testo eravamo disposti anche a riscriverlo. Ricordo ancora quegli incontri di lettura.

Cosa accadeva?
Ti davano una pila di fogli per una notte, leggevi una pagina e la passavi al tuo vicino. Se ci scoprivano il rischio erano tra i 5 e i 7 anni di reclusione. Per questo dicevo che la lettura era un atto eroico. Una volta vedendo un signore che vendeva sotto banco un'edizione americana de Il dono di Nabokov, mi sono precipitata a comprarlo dando in cambio il mio unico anello con un brillante. Da qui anche l'epigrafe del libro dedicata al grande scrittore.

Hanno influito anche le sue origini ebraiche?
Gli ebrei sovietici erano emancipati, non sapevano quasi più nulla della loro religione, avevano rifiutato il modo di vivere ebraico. Ma era rimasto, molto forte, l'impulso verso la cultura. Certamente c’è un retaggio storico: nella cultura ebraica, tradizionalmente, si doveva leggere la Torah a 5 anni e sostenere un esame a 13. In noi era rimasta una forma mentis rivolta alla lettura e un grande desiderio di sapere. Basta ricordare che gli ebrei non potevano studiare all'università ai tempi dello zar, solo una quota del 3% era ammessa, ma il successivo potere sovietico ha eliminato questa discriminazione ed è stata una grande apertura.

Nonostante questa passione per la lettura, lei è diventata scrittrice piuttosto tardi.
Nel 1979 cominciai con le prime prove di scrittura in un ufficio del teatro ebraico, un lavoro che consisteva nel fare tante cose imparandole strada facendo. Non ho una base umanistica. Ma in tre anni ho gestito la parte letteraria di questo teatro e ho imparato com'è scritta una pièce teatrale. Negli Anni 80 ho lavorato tanto anche per la radio e nella realizzazione dei cartoni animati. Avevo attorno dei veri maestri Jurij Norštejn. Il suo Il racconto dei racconti è un capolavoro ancora oggi ineguagliato.

C'è nel libro, nel recupero della memoria, un monito per le nuove generazioni che sembrano avere dimenticato o cancellato quel passato?
È uno degli obiettivi a cui più tengo. Sono convinta che ognuno debba scrivere la sua storia e questo è il messaggio che volevo lasciare alle nuove generazioni. Quanto è importante mettere sulla carta il passato della propria famiglia, rimettere in circolazione la memoria, anche su un piano narrativo, intersecarla con le relative coordinate storiche. È il solo modo per renderla attuale e significativa per il presente.

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