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Cultura e Spettacolo
9 Settembre Set 2018 0900 09 settembre 2018

Vent'anni senza Lucio Battisti

Il 9 settembre 1998 moriva il cantautore. Impermeabile alle seduzioni della politica, insofferente con il pubblico e diffidente nei confronti della stampa, resta un mito insostituibile. 

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Vent'anni senza Lucio Battisti, 20 anni in compagnia della sua assenza. Difficile fare a meno delle sue piccole grandi sinfonie, almeno per chi ha avuto la fortuna di nascere prima della sua morte. Difficile anche dire qualcosa di nuovo, ma proviamoci. È stata più e più volte rimarcata la sua capacità straordinaria di accompagnare gli italiani nelle loro mutazioni, di spiegare agli italiani chi fossero nel loro tempo. Abilità equamente spartita con Mogol, perché se questo trovava le parole dell'immaginario collettivo l'altro sapeva intercettare le vibrazioni giuste, poteva rivestire i racconti della quotidianità dei ritmi, delle melodie, degli arrangiamenti adatti. Questione di atmosfere, di un certosino lavoro di immedesimazione e di sensibilità capace di disegnare la frenesia di una città, l'idillio campestre o lo sconcerto dell'uomo solo dinanzi all'infinito: sono dimensioni che richiedono una fusione perfetta, una complicità perfetta di musica e di canto, quanto a dire di significante e significato: nei quattro accordi sussurrati, introduttivi di E penso a te si coglie già l'abbandono di un uomo innamorato, disperso nella metropoli distratta, scura, piovosa, il resto è in certo senso superfluo, stupendo ma superfluo. Le narrazioni sonore di Battisti sono sofisticate, stratificate ma vanno all'essenziale, se appena possono puntano a togliere, a favorire l'immaginazione e precisamente in questo tradiscono un'anima rock.

BATTISTI E L'INSOFFERENZA VERSO IL PUBBLICO

Battisti era atipico, anomalo per moltissimi aspetti, praticamente in ogni espressione dell'essere artista al punto da averla fatta implodere alla sola dimensione compositiva ed esecutiva. Quella insofferenza patologica verso il pubblico, quella diffidenza incurabile contro i giornalisti, di cui non si fida, che sente ostili, addirittura nemici mentre i colleghi li corteggiano, li blandiscono, sanno di averne bisogno come di necessarie mediazioni nella promozione del successo nell'Italia dei decenni 60-80. Quello del cantautore pop è mestiere che di pubblicità si nutre, di buona stampa e buone relazioni non può fare a meno ma Battisti rifiuta ogni tramite, dal 1972 non si concederà più dal vivo, sortite con la stampa con il contagocce: «La musica parla per me». E lo stesso ogni disco diventa primo in classifica, stravende. Con la stessa risolutezza difende le proprie idee di uomo semplice, provinciale ma senza confini, sino allo scontro, se occorre, con una platea verbosa e polemica che lo vorrebbe più impegnato, più schierato: «Ahò, ma state sempre a parlà voi. Io che devo dì. Insomma, vi piace o no quello che propongo? Sì? Mi fa piacere. Sotto maestro con la base». Duro, aspro, in un modo mai sentito prima e che mai si sarebbe sentito poi, e i ragazzotti spocchiosi di Speciale per voi, abituati a processare i cantautori politicizzati, ammutoliscono confusi, intimiditi.

Sentivano, intuivano che non c'era divismo in Battisti e neanche antidivismo posato, millantato: uno che viveva per la sua musica, che aveva un concetto di libertà non trattabile, che poteva passare una nottata intera su un giro di basso. Un perfezionista che si eccitava, si lasciava trasportare dal flusso sonoro - «Baldan Baldan Baldan Baldan!» - ma poteva anche diventare indisponente e tirannico, come avrebbe scoperto lo stesso Baldan Bembo, come sarebbe toccato a Ivan Graziani e a tutti gli altri che ci avevano a che fare in studio, nella confezione di album dove ogni sospiro era decisivo, era speciale. Lucio Battisti è un genio e lo sa, del genio ha, come dice Goethe, «la primaria consapevolezza di esserlo». È parco di complimenti, di riconoscimenti, non sa essere diplomatico o cerimonioso; ma aiuta, lancia innumerevoli gruppi, sospinge Equipe 84, Dik Dik, Ribelli, Formula Tre, fa esplodere Patty Pravo, nobilita le corde vocali di Mina ma sia chiaro che il demiurgo è lui, che l'onore quando cede un brano lo concede, non lo riceve. A Lucio Dalla, che gli propone una bizzarra tournée I due Lucio risponde secco: «Non si può fare», a uno che, mentre sta provando alla tastiera, gli chiede l'autografo per suo figlio: «No», senza smettere di suonare. Ma va in incognito ogni vigilia di Natale in qualche ospedale a cantare per i bambini leucemici e si infuria se si viene a sapere, se qualcuno lo racconta in giro.

CONTRO LE MODE, STIMATO DA BOWIE

Non cede alle mode, non lo condizionano i gusti, i miti: lo portano a sentire Jimi Hendrix, che è già il non plus ultra della chitarra e lui gli grida: «Ah burino!». E invece chissà che ci trova in Adriano Pappalardo, al punto da produrgli un disco. «Lucio, hai sentito l'ultimo di Prince?». «Ma chi cazzo è Prince?». Però, ricorda Mogol, non smette di studiare i migliori: Otis Redding, Frank Zappa. Li studia, si ispira, trova soluzioni inedite, spiazzanti, come a voler dire: io non sono da meno di loro. E avrebbe passato tutta la vita a superarsi, a fare corsa solo su se stesso: «Io sono una locomotiva, ma quando gli altri arrivano, sono già passato». Lo ascoltano David Bowie e il suo chitarrista e coautore Mick Ronson, ascoltano «Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi», quegli intrecci di trame, di melodie e diventano matti: ma questo italiano, da dove è uscito?

Palinsesti Rai: nessuna idea e nessuna novità

BLUES Sempre gli stessi format, le stesse facce, le stesse fiction rassicuranti. È come quando si ritorna a scuola dopo l'estate, e si ripete pari pari il programma dell'anno passato.

Passa per tirchio, ma rinuncia a ponti d'oro in America, in Inghilterra: non gli va di sottoporsi allo stress di certe produzioni, vive di cose semplici, piccolo borghesi e non se ne vergogna, quello che ha gli avanza cento volte, se va a Londra a registrare tiene una nota spese e rimanda indietro quello che gli è avanzato. Gli offrono un assegno in bianco per tornare in televisione e risponde: «Vabbè, questo si può fare: solo che io entro di qua, esco di là, di spalle e nessuno mi vede». Impermeabile anche alle seduzioni della politica, che gli italiani normali, alla maniera di Fantozzi, patiscono regolarmente: in casa di Caterina Caselli c'è il potentissimo leader socialista Bettino Craxi che parla e parla, e a un certo punto lui con la moglie se ne esce: «Ah Letizia, questo è mejo de Dinasty!».

LA ROTTURA DELLA COLLABORAZIONE CON MOGOL

Non uno da compromessi, quando dice basta, è basta. Con Mogol non hanno più la sintonia che li ha fatti grandi, l'ultimo capitolo, Una giornata uggiosa, lo hanno messo insieme da separati, ognuno la sua parte, poi il produttore Geoff Westley, che tanto bene aveva fatto col precedente Una donna per amico, compromette tutto soffocando melodie eccezionali come al solito sotto strati di arrangiamenti ridondanti, inadeguati. E allora basta, si chiude, continuerà da solo. «E già», è interessante ma interlocutorio, poi arrivano due dischi “bianchi” sontuosi: prima Don Giovanni con quelle arie maestose, quindi L'Apparenza che è album di puro sfogo, di sfoggio virtuosistico, due, tre, dieci canzoni in un solo brano, come a voler dimostrare che è sempre lui la cornucopia prodigiosa di melodie inarrivabili. Da ultimo adatterà da par suo i ritmi sintetici del tempo, anticipando ancora qualche tendenza, ma si è avviluppato in una spirale e lo sa.

LA BATTAGLIA SUI DIRITTI

Comunque non torna indietro, non ha tentazioni: «Tu credi che se volessi fare un disco da 1 milione di copie, non saprei come si fa?». A Mogol, che gliene chiede ragione, risponde: «Perché così nessuno potrà fare paragoni coi dischi nostri». E quando l'altro gli fa recapitare una lettera affettuosa in ospedale, la legge e piange sapendo d'essere condannato. La sua dannazione di uomo solo fino alla fine, di poeta solo, persiste dopo la morte, blindata dalla vedova che non lascia spiragli, che blocca tutto, soffoca tutto, fosse pure un falò sulla spiaggia di ragazzini che cantano La canzone del sole. Lui era così, sarà per sempre così. Parla la musica. Un artista come nessuno, un italiano come pochissimi, duro, coerente, sobrio, controllato, estatico, sublime, chiuso, libero, sentimentale, consapevole. Convinto, non a torto, di essere altro, senza ostentarlo ma senza nasconderlo. In questa sua cifra, in questa orgogliosa umiltà che non conosceva soggezioni, sta l'impossibilità di dimenticare, di sostituire Lucio Battisti, uno uscito dal nulla di Poggio Bustone, un provinciale che aveva dentro paradisi di musica.

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