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Cultura e Spettacolo
12 Settembre Set 2018 1555 12 settembre 2018

La storia di Trump e della Mafia russa nel libro di Craig Unger

Il giornalista ha ricostruito i legami tra il presidente Usa e la malavita sovietica in Casa di Trump, casa di Putin. Lettera43.it pubblica un estratto che racconta di quando il tycoon pensò di candidarsi nel 1988.

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Craig Unger, uno storico giornalista famoso per aver lavorato con Michael Moore a Fahrenheit 9/11, ha realizzato un'approfondita analisi per capire i legami tra il presidente Donald Trump, il Cremlino e la mafia russa. Connessioni iniziate ben prima dell'elezione del tycoon alla Casa Bianca. Quando l'imprenditore iniziò a fare furore nel mercato immobiliare di New York. L'opera mette in luce le alleanze tra le alte cariche economiche e politiche americane e l’oscuro mondo sommerso russo sullo sfondo della rinascita russa dalle ceneri dell'Unione sovietica. E si chiude l'8 novembre 2016, giorno dell'elezione di Donald Trump.
Qui vi proponiamo un estratto di "Casa di Trump, casa di Putin. La storia segreta di Donald Trump e della mafia russa", edito da La Nave di Teseo in uscita in Italia.

Il 24 luglio 1987, quasi immediatamente dopo il ritorno di Trump da Mosca, su una pubblicazione piuttosto improbabile, l’Executive Intelligence Review, apparve un articolo che sosteneva che tra costui e il Cremlino ci fosse qualcosa di misterioso. «Si dice che i sovietici vedano decisamente più di buon occhio una candidatura alle elezioni presidenziali di Donald Trump, imprenditore di New York che ha accumulato una fortuna con le speculazioni immobiliari e che controlla una quota di maggioranza della Resorts International, notoriamente legata al crimine organizzato,» diceva l’articolo. «A luglio Trump è salito su un volo pagato dal governo sovietico per raggiungere il paese e discutere della costruzione di alcuni hotel di lusso per conto dei russi.»

I sovietici appoggiavano davvero una candidatura presidenziale di Trump? E Trump stava considerando sul serio quella possibilità? Risposte alla seconda domanda cominciarono a delinearsi meno di due mesi dopo il suo ritorno dalla Russia, quando Trump si rivolse a Roger Stone, oscuro faccendiere dell’amministrazione Nixon che all’epoca lavorava presso lo studio Black, Manafort e Stone, per avere il suo parere politico. Trump aveva incontrato Stone e il suo socio Paul Manafort tramite Roy Cohn. Nonostante lavorassero in ambiti piuttosto diversi - Cohn era un mediatore che giocava sporco, Stone un lobbista esperto di strategie politiche – per molti versi, i due erano della stessa stoffa: privi di alcun scrupolo etico.

Sotto la tutela di Stone, il 1° settembre 1987, soltanto sette settimane dopo il suo ritorno da Mosca, Trump iniziò a proporsi in modo martellante come novello esperto di politica internazionale, pagando quasi centomila dollari per pubblicare dichiarazioni a tutta pagina sul Boston Globe, sul Washington Post e sul New York Times, esortando gli Stati Uniti a smettere di spendere denaro per difendere il Giappone e il Golfo Persico, «un’area di significato marginale per gli Stati Uniti, dal punto di vista petrolifero, dalla quale però il Giappone e altri paesi sono quasi totalmente dipendenti».

Questi appelli, che vennero pubblicati con il titolo “Non c’è nulla di sbagliato nella politica estera americana che un po’ di spina dorsale non possa curare”, segnarono la prima incursione apertamente filorussa di Trump nella politica estera, dal momento che invocava lo smantellamento dell’alleanza occidentale postbellica e precorreva in modo significativo le politiche dell’“America First” promosso da Trump durante la sua campagna del 2016.

«Il mondo si prende gioco dei politici americani, dal momento che proteggiamo navi che non sono nostre, trasportiamo petrolio che non ci serve, destinato ad alleati che non ci aiutano,» scriveva. «[...] È tempo di rimediare al nostro deficit, chiedendo al Giappone e agli altri paesi che possono permetterselo di pagare. La protezione che offriamo al mondo vale centinaia di miliardi di dollari, per questi paesi, e il loro interesse in questa protezione è molto più grande del nostro.»

Data la straordinaria efficacia dell’alleanza occidentale nel puntellare la politica estera americana sin dalla seconda guerra mondiale, ci si può solo domandare chi – se c’era effettivamente qualcuno dietro – avesse aiutato Trump a elaborare una proposta politica così favorevole ai sovietici. Cosa ancora più allarmante, un articolo pubblicato il giorno seguente sul Times ipotizzava che Trump potesse candidarsi alle primarie repubblicane sfidando George H.W. Bush, all’epoca vicepresidente in carica. «Non è assolutamente in programma che [Trump] si candidi a sindaco, a governatore o a senatore degli Stati Uniti,» disse un portavoce di Trump. «Non intende fare commenti sulla presidenza.»

Tuttavia, quella provocazione – il rifiuto di fare commenti su una questione che nessuno aveva posto – non era avvenuta completamente a sproposito. In precedenza, quella stessa estate, Mike Dunbar, un attivista repubblicano di Portsmouth, New Hampshire, aveva avvicinato Trump proponendogli di tenere un discorso al Portsmouth Rotary Club, una tappa obbligatoria per i candidati al primo turno delle primarie per la presidenza. Dopo aver affermato che il vicepresidente George H.W. Bush, il favorito tra i candidati repubblicani, e il senatore Bob Dole, un altro concorrente, erano «degli incapaci» Dunbar disse che aveva raccolto fondi e un migliaio di firme per sostenere Trump alle primarie del 1988.

Steve Hyde, direttore esecutivo dei casinò di Trump, in seguito disse a Wayne Barrett che recarsi nel New Hampshire era stata tutt’altro che una recita, ma «una valutazione seria delle circostanze politiche». «Se le cose dovessero andare per il verso giusto», aveva aggiunto, «non sarei assolutamente sorpreso se decidesse di farlo». I leader repubblicani di New York avevano cercato invano di indurre Trump a candidarsi contro il sindaco Ed Koch o il governatore Mario Cuomo.

Ma il 27 ottobre 1987, l’elicottero di Donald Trump atterrò a Portsmouth, New Hampshire, e lui parlò durante il pranzo ufficiale del Portsmouth Rotary Club, al ristorante Yoken’s, un rito di passaggio obbligato per i candidati in corsa alle primarie del New Hampshire.

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