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MAX FACTOR
14 Settembre Set 2018 1003 14 settembre 2018

Audizioni X Factor 2018, le pagelle della seconda serata

Il format si ripete. Tra i giudici Fedez è il più lucido e leale. Mara si conferma. Asia meglio di Levante. Ma ci voleva poco. Tra gli aspiranti occhi puntati sul bolognese Leonardo Parmeggiani. I voti. 

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Se con un format arrivi a doppiare la boa del decennio, se puoi metterci davanti un “12” vuol dire che ti sei conquistato uno spicchio di storia nella storia più grande della comunicazione e del costume; allo stesso tempo, la tua carica innovativa, sovversiva ne risulterà inevitabilmente compromessa e forse è questo ciò che ha colto il pubblico di X Factor, partito la settimana scorsa in flessione rispetto all'esordio dell'anno scorso. Non un crollo, ma un cedimento, leggero, sì. Il talent più famoso, più rutilante della televisione generalista italiana non può nascondere una progressiva normalizzazione, una sclerotizzazione: già si ripete nel parterre dei protagonisti, quale più quale meno sempre gli stessi, alla conduzione, alla giuria. Come qualcosa che “va avanti da sè” a prescindere dagli aspiranti artisti che scorrono settimana dopo settimana. Siamo appena ai provini, qualcosa di interessante si è visto, si vedrà, ma già da questi primi volti sembra di capire che non cambia il grande morbo di simili produzioni: la patologica mancanza di carisma, dell'inaspettato che colpisce, che impressiona perché sotto la maschera ci intuisci il potenziale inaudito, l'unicità del talento.

I VINCITORI, REALI E MORALI, DELLA SCORSA EDIZIONE SCOMPARSI NEL NULLA

Tutto scorre a X Factor: il vincitore, che per chi non lo ricordasse era il tenorino Licitra, pupillo della Maionchi, non ha più dato notizie di sé, il vincitore alternativo, il ragazzetto glam Damiano coi suoi Maneskin, è rimasto nella sovraesposizione che tanto gli piace ma senza uscire dal ruolo di cover man alla guida di una cover band. Gli altri tutti evaporati, incluso il vero talento, sprecato, della scorsa tornata, il soul man Andrea Radice, pizzaiolo a Napoli. C'è poi da dire che al di là dei mattocchi, dei lunatici, gli illusi, i disperati anche di 60 anni dei quali non si capisce il senso, ma che un sorriso, di compatimento, te lo strappano, è l'intero programma, lungo, ripetitivo, a tradire un certo tedio: non è possibile che l'unico sprazzo di divertimento, di leggerezza arrivi da un attore hard che vuol cantare, e i doppi sensi si sprecano. Forse perché tutti si prendono così drammaticamente sul serio, chi si esibisce, chi giudica, chi presenta, perfino il Lodo Guenzi dello Stato Sociale, che dovrebbe fare il giullare leggero e invece già eroga sentenze da quello che ce l'ha fatta. Nessuna ironia, molto lacrimare impostato o comunque insensato, molti anche quelli che salgono a cercar fortuna dalla provincia profonda, specie del Sud, in un déjà-vu inquietante di 60 anni fa. Ma se ti giochi tutto davanti a Fedez e Mara Maionchi non puoi prenderla alla leggera e così si spiega la ragazzona che, dopo 10 anni di studi classici, si blocca, istupidita, congelata, al limite dell'infarto, per essere stata scartata a X Factor. E gli «io ci credevo, non doveva finire così» fioccano, con le mamme e i papà che raccolgono cocci di quei figlioli usciti frantumati dalla fabbrica di illusioni. È questa l'Europa, è questa l'Italia del 2018, un disperante talent show dove se non sfondi sei finito a 20 anni?

CAST: FEDEZ IL GIUDICE PIÙ LUCIDO

I giudici delle audizioni di X Factor.

Alessandro Cattelan: 6. Combinazione, o forse no, questa settimana la Settimana Enigmistica lo spara in copertina con quella faccia “da italiano in gita”, per dire il tipo medio, senza tempo, che può uscire indifferentemente da uno screenshot di X Factor come un dagherrotipo da tram a cavalli. Lui è un uomo Sky e si adegua alle esigenza della rete: X Factor è carrozzone che non avrebbe neppure bisogno di un conduttore, lo riduce a mero passaparola, a lubrificante nel frenetico passaggio dei dilettanti allo sbaraglio. “Ale” se la sbriga con aziendalistica efficienza, ma il punto è che l'ormai 38enne Cattelan non sembra aver raggiunto il cinismo sornione di un Corrado o quello urticante di un Vianello, non si dica dell'istrionismo onnivoro di un Baudo o il gaffismo consapevole di un Mike. Per dire una fisionomia nella maturità; resta inchiodato a una dimensione vagamente peterpanesca, grida il giusto, per farsi sentire, ma qui, fuori dal suo one man show, rimane prescindibile.

Mara Maionchi: 6 ½. Dà l'idea di una che ritrova vita nei bagni di folla adorante, nella liturgia del «per me è sì», nelle presentazioni pugilistiche di Cattelan: Nostra Signora del Vacaghèr sfugge al pensionamento e offre il meglio nel turpiloquio sempre sanguigno, spesso gratuito, ma ormai il personaggio è quello e la persona ne è prigioniera. Divertente come al solito, anche se i giudizi tecnici ne risultano sempre più soffocati.

Manuel Agnelli: 5. In pochi mesi si è stranamente spento, appesantito e il trucco cereo, pesante, lo rende una maschera grottesca quasi irreale. Ha l'aria di uno che è lì ma non c'è davvero, sta altrove, chissà dove e forse pensa, «Facciamolo anche quest'anno, visto che pagano bene, e poi si aprono anche altre strade. Però non ne posso più». Che ti succede, Manuel?

Fedez: 6 ½. Ma avete notato che Mr Ferragni quando sorride a tutti denti ricorda un Celentano giovane (definito a suo tempo da Giorgio Bocca «un cretino di talento»)? Se non il talento, Fedez del Molleggiato ha però sprazzi di simpatia genuina, almeno quando si libera di chi è o chi si crede di essere: il siparietto col pornoattore che vuol cantare lo tiene su tutto lui, ed è il momento migliore di una trasmissione di due ore. Nei giudizi è il più leale e, spesso, il più lucido.

Asia Argento: 6-. Fantasma di sé, un po' arrochita, vagamente appassita, Asia fa parlare per la sua presente assenza e, siccome il pubblico è duttile, non sono pochi quelli che dicono: era la più saggia tra i giudici, era meglio tenerla (leggi anche: Perché Asia Argento merita di tornare ai live di X Factor 2018). Il che, parlando dell'unica non direttamente del mestiere, qualcosa vorrà dire. Dite che è anni luce più efficace di Levante? Bella forza, tutti sono meglio di Levante e i suoi «non incontri il mio gusto». Chiaro che la presenza scenica alla Argento non può mancare, sta sotto i riflettori da quando era bimbetta; in realtà, appare molto teatrale, molto costruita, lacrime comprese. Ed è pur vero che siamo ancora ai desideranti, alle meteore, di giudizi veri si comincerà a parlare più avanti e lei non ci sarà più. La produzione si è data la zappa sui piedi? In un certo senso sì, se possono mandare un incredibile comunicato in cui si dicono «sorpresi per la competenza dimostrata da Asia Argento». Come a dire che non lo sospettavano, che l'avevano presa, e poi cassata, per tutt'altri motivi: il tribunale mediatico non aspetta nessuno, spara le sue sentenze, ti trasforma da vittima a carnefice in un attimo, ti mangia perché di corpi si nutre. Ma dicono che la decisione è stata di comune accordo, che l'abbiano voluta tutelare. Lei da se stessa o loro da lei? Se davvero volevano proteggerla, allora le faceva meglio restare nel programma, nel ventre caldo del pubblico, in quello dei colleghi che comunque le vogliono bene. Si sarebbe ricostruita una credibilità e sarebbe stata una decisione più coraggiosa, ma come noto chi coraggio non ha non se lo può dare e X Factor qui ha rivelato una splendida ipocrisia.

LE AUDIZIONI: PARMEGGIANI SPICCA SU TUTTI

Nella pletora di meteore a volte irritanti a volte inspiegabili, salviamo il salvabile, come direbbe il Maestro Bennato. C'è per esempio, subito in apertura, questa Renza Castelli (6+), toscana, gonna lunga floreale, fresca voce naturale, chitarra acustica, suonata anche bene, per fortuna non scalza: coverizza Bob Marley e, tra Joan Baez e Joni Mitchell, piace a tutti e tutti ringrazia. Molto spinta, si capisce subito dallo spottone che le cuciono addosso, è questa giovanissima astigiana, Camilla Musso (6), con al seguito, nell'ordine: mamma-fidanzato- babbo-zio-zia. E capelli zebrati, juventini. Sedici anni e si sentono tutti quando parla. Quando canta, invece, riduce la sontuosa Sera dei miracoli di Lucio Dalla una lagnetta e però, vedi te, li manda tutti in visibilio: «Questa subito in finale, questa la mandiamo in finale». Una predestinata, alla faccia del percorso accidentato. Asia Argento ovviamente piange, pure Mara non si tiene: quanto pathos sprecato. Basta poi non salti fuori la Rita Bellanza della situazione.

C'è poi Anastasio (Marco) dalla provincia di Sorrento (6+): «Rap, trap, tante cose». Va bè. Fedez, è chiaro, drizza le orecchie, poi anche gli altri: arriva, scontata, la parolaccia in forma d'invettiva, ma il resto non è malaccio. Certo, come lui già altri millanta, tipico vittimismo trappettaro da Mezzogiorno disagiato, ma è vero che non è scontato come tanti altri: e allora, lo rivedremo. Così come Alo (5) con la sua retorica da momenti duri, che non tradisce mai; per il resto, se bisogna valutare con metro artistico e non del politicamente corretto, siamo al pochino e anche molto datato: la sua non è una canzone, è un jingle di Carosello. Naturalmente passa, ma è Fedez, con grazia, a giustapporlo a Malgioglio, e la si prenda come si vuole. L'altra promessa annunciata di questa seconda puntata, comunque, è Luna Melis (6), convintissima ragazzina sarda: «È il mio mondo, io voglio stare qui». Ha ragione: studiata com'è in ogni particolare, dal look al repertorio, un furbissimo mash-up di dance pop tra Dua Lipa e Jessie J, senza ombra di esitazione o di emozione, è perfetta per questo mondo un po' distopico dei talent, col suo vocalizzare che è molto fumo, anche se Agnelli, al quale piace il linguaggio tecnocratico, le trova «un bel twang nella voce». Passano con riserva anche i Red Bricks Foundation (5), col loro garagetto Anni 60 del tutto innocuo e il loro frontman, un Richard Ashcroft formato talent irritante per quanto è calligrafico, che punta a diventare i prossimi Maneskin. Manuel ridacchia, lo liscia per pura cattiveria, Fedez è più leale e lo sega. Donna Mara li salva, ma io boh.

Leonardo Parmeggiani.

Dulcis in fundo, a parere di chi scrive il meglio della serata arriva col bolognese di provincia Leonardo Parmeggiani (7). Autodidatta dall'età di 10 anni, cioè da più di metà della sua vita. Insomma il blues, il rock come dovrebbe sempre essere. E non è affatto antipatico o montato. E men che meno sciocco. E porta Fly me to the moon di Sinatra. E ne esce vivo, anzi ne esce proprio bene. Sì, d'accordo, l'approccio vocale è molto british fine Anni 90, ma che importa? Forse abbiamo qui qualcosa di dannatamente buono per le mani. A risentirlo, presto.

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