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Cultura e Spettacolo
16 Settembre Set 2018 1500 16 settembre 2018

I dischi da ascoltare come antidoto ai tormentoni

Siete in hangover da cachaça e ne avete piene le tasche della capoeira? Ecco 11 album da non perdere per l'autunno e l'inverno. Dall'indie al rock e al blues. I consigli di Massimo Del Papa

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L'estate (ormai terminata) del nostro tormento è fatta di tormentoni, quei brani di insostenibile leggerezza che a forza di sentirli, di subirli, di consumarli ci consumano e intanto lasciano madeleine sonore da riassaporare negli inverni che verranno. Ne abbiamo dato conto in due articoli distinti, suddivisi per consumi italiani (qui) ed europei (e qui). C'è però altra musica che, volendo, si può apprezzare, uscita a ridosso della bella stagione: sono dischi che tormentoni non diventeranno mai ma non per questo risultano meno degni, meno meritevoli di scoperta; tutt'altro, in effetti. Ecco dunque una più che sintetica guida, per chi tra giugno e agosto non si è accontentato – e non si accontenterà - di Giusy Ferreri, Alvaro Soler o Baby K.

1. DAVE MATTHEWS BAND, COME TOMORROW

Notevole, per cominciare, il nuovo album della Dave Matthews Band, Come Tomorrow, con intriganti strutture ritmiche e atmosfere sinuose tra pop, folk e rock con un occhio agli Anni 80 (l'iniziale Samurai Cops fa il verso, neppure tanto velatamente, ai Police di Don't stand so close to me e la voce è spesso reminiscente dello Sting solista).

2. JAYHAWKS, BACK ROADS AND ABANDONED MOTELS

Altrettanto degno di nota il ritorno dei Jayhawks, che in Back Roads and Abandoned Motels recuperano in parte brani già affidati ad altri artisti, ampiano i canoni, lasciano spazio alla tastierista Karen Grotberg nel ruolo di vocalist e tirano fuori un disco di cantautorato e country alternativo che si lascia ascoltare e riascoltare senza mai deludere.

3. COWBOY JUNKIES, ALL THAT RECKONING

Sempre in tema di grandi ritorni, meritano considerazione gli storici Cowboy Junkies con il sorprendente All That Reckoning, scuro, bradicardico curatissimo saggio di musica al crocevia col country gotico, la psichedelia controllata, il folk rock elegante. Dopo 12 anni, un rientro davvero in grande stile.

4. BLACKBERRY SMOKE, FIND A LIGHT

Sul fronte del rock and roll americano con un occhio ai Seventies, poi, come non accorgersi dei Blackberry Smoke, il cui Find A Light non brillerà forse per inventiva, ma si lascia apprezzare per intensità, grinta e sincero entusiasmo.

5. BLACK STONE CHERRY, FAMILY TREE

Restando nel genere, sia pure maggiormente contaminato, si merita una menzione Family Tree, la nuova proposta dei Black Stone Cherry, che asciugano un po' – non troppo – il suono e tirano fuori un lotto di pezzi di rock dal forte aroma southern irrorato di blues, con escursioni nel country, nel funk e nel gospel. Una cavalcata selvaggia e libera, più matura e controllata che in passato.

6. FANTASTIC NEGRITO, PLEASE DON'T BE DEAD

Ancora blues, ma immerso in un più ampio caleidoscopio black e non solo, è Please Don't Be Dead, secondo album di Fantastic Negrito alias Xavier Dphrepaulezz, splendido 50enne che ne ha combinate e ne ha vissute di tutti i colori, incluse tre settimane di coma dopo un incidente stradale 20 anni fa. Spacciatore di crack, membro di una gang a Oakland, prodotto del meticciato nero più sfrenato, da gangster si radicalizza nella musica e riesce a sintetizzare nella sua proposta intransigente contro il white power le ascendenze di Hendrix e B.B. King con Bowie, Prince, Nirvana: potrebbe uscirne un gran casino, invece vien fuori un disco clamoroso e coerente nella sua furia polemica.

7. BROTHER DEGE, FARMER'S ALMANAC

Restando ancora nel blues, questa volta di stampo rurale, la vera perla è questo Brother Dege, definito «un Robert Johnson sotto torazina». Cinematografico, romanzesco, lancinante, concettuale, Farmer's Almanac incide la carne, strazia l'anima già dal meraviglioso incipit di Partial To The Bitter, che verrà poi sviluppata in chiusura di un album in cui il gotico incrocia il cajun e la slide ricuce tutto. Questa è una vera perla, da non mancare assolutamente.

8. LAURA CARBONE, EMPTY SEA

Da non mancare pure il breve ma intensissimo lavoro della tedesca di origini italiane Laura Carbone, Empty Sea, che viaggia su tutt'altre coordinate, indie e alternative fino al post punk. Laura ha presenza scenica, voce versatile e può ricordare una P.J. Harvey non ancora normalizzata; ha, soprattutto, brani duttili, tra pause e accelerazioni, che riescono a suonare freschi e originali pur in un ambito ampiamente saccheggiato.

9. MAJOR MURPHY, NO.1

Da tener d'occhio anche i Major Murphy, questo trio da Grand Rapids, Michigan, capaci nell'esordio di No. 1 di ottime melodie con accordi inusuali, progressioni stuzzicanti, una scrittura già evoluta che può ricordare Tom Petty come gli Wilco ma anche, e forse addirittura di più, certo sofisticato indie-pop di respiro britannico.

10. JON ALLEN, BLUE FLAME

C'è ancora spazio per la nuova, bella prova di Jon Allen, ottimo cantautore inglese che con Blue Flame allarga il suo folk-soul bianco alla Rod Stewart verso atmosfere più distese, soul e funky con innesti di fiati e ricami di tastiere eleganti e levigate. La calligrafia non si discute, per quanto le sue eleganti ballate possano a volte suonare un po' leziose.

11. STELLA MARIS

Chiudiamo in Italia, con un disco uscito prima dell'estate, ma tuttora degno di ascolto: è l'esordio eponimo di Stella Maris, la nuova formazione di Umberto Giardini, che insieme a Ugo Cappadonia, Gianluca Bartolo (Il Pan del Diavolo), Emanuele Alosi (La banda del Pozzo) e Paolo Narduzzo (Universal Sex Arena) sceglie qui una stimolante riscoperta del pop-rock Anni 80, chitarre smithsiane e melodie che restano in testa: disco di leggerezza calviniana, lieve, giammai superficiale.

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