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MAX FACTOR
21 Settembre Set 2018 1232 21 settembre 2018

Audizioni X Factor 2018, le pagelle della terza serata

Il talent somiglia sempre di più a mix tra la Corrida e Canzonissima. Coi giudici fedeli ai diktat della produzione. Però tra i cantanti qualcuno da salvare c'è: tra loro spiccano Gassman, Russo e Rivieccio.

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Ma che cosa è dunque questo X Factor per la quale un milione, un milione e mezzo di abbonati a pagamento impazziscono ogni giovedì sera, tifano sui social e farebbero carte false per partecipare anche loro? Canzonissima o La Corrida? Tutte e due e nessuna delle due. Della prima ha la struttura per canzoni, inedite man mano che il programma si srotola. Dell'altra ha la rassegna degli illusi, dei desideranti, alcuni anche dotati, molti mattocchi e disadattati. Senza però il cinismo bonario di Corrado o meglio con quella sorta di compatimento ovattato, ammiccato perché siamo in tempi di politicamente corretto, di ipocrisia imperante ma il freak, il disadattato che spezza il ritmo, che fa sentire migliore chi guarda, non può mancare (leggi anche: Le pagelle della prima puntata delle audizioni).

È anche notevole l'effetto-condizionamento, da profezia che si autoadempie, X Factor, a differenza dei concorrenti, è un brand potente, è di per sé un influencer: un ragazzino, una fanciulla di normali doti canore si esibisce per un minuto e di colpo tutti decidono che è un genio, un prodigio, il nuovo Frank Sinatra, la nuova Aretha Franklin. E più i limiti, le acerbità sono evidenti, più i giudici, gente che in un modo o nell'altro sta nella musica, li assolvono, li beatificano con argomentazioni suggestive o surreali: «Sì, hai stonato, ma mi sei simpatico», «Sì, non è andata bene ma io ho sentito qualcosa in te, quindi ti faccio andare avanti». Quando qualcuno azzecca l'interpretazione, la mamma dietro le quinte rischia il prolasso e viene giù l'arena; i giudici piangono come Madonne Pellegrine oppure alzano gli occhi al cielo a cercare il Dio del Talent, poi tornano in sé e, protendendo all'unisono il pollice alto, come nei giochi sanguinari del Colosseo, urlano: «Per noi è sììì!». E a quel punto il piccolo mito è fabbricato e nessuno osa dissentire; sapientemente originati e indirizzati dalla produzione, l'invocazione del miracolo, della grazia ricevuta sui social si sprecano e siccome i critici sono dannatamente sensibili a queste cose, oltre che alle ragioni della produzione, non si azzardano a tradire il minimo sospetto.

Una fanciulla di normali doti canore si esibisce per un minuto e di colpo tutti decidono che è un genio, un prodigio, il nuovo Frank Sinatra, la nuova Aretha Franklin

Poi ne passano altri quattro o cinque senza storia, senza talento, senza futuro, poi un lunatico e quindi un altro prodigioso, al che la litania si ripete: «Ma tu sei un predestinato, sei mandata dal cielo, non ho mai sentito una voce così, mi sono vergognato del mio essere artista...». Occhi al cielo, pollice ritto,«per noi è sì!» e un altro fenomeno è servito. Alla fine resteranno in quella sporca dozzina, poi si dimezzano ancora e finisce come nel gioco delle navicelle al luna-park dove il gestore sapiente ha già deciso qual è quella che resta in cima e vince una corsa gratis, anche se ad X Factor la corsa può durare a lungo, arrivare a Sanremo e oltre. Sempre più di rado, perché i talent come fabbriche di meteore sono in calo e le popstar ci vanno, ma come ospiti, per fare promozione, da Lodo Guenzi a Tommaso Paradiso. Ma che c'è di meglio che sperare?

I GIUDICI, EX OUTSIDER CHE STANNO NEI RANGHI

Resta, prima di addentrarci nel salvabile dei concorrenti espressi dalla terza puntata, da fermare una veloce annotazione sui protagonisti dello show; sul conduttore Alessandro Cattelan, ligio alla consegna, dalla conduzione catastale; sulla giuria, che in questa fase preliminare si limita a provinare gli aspiranti: esemplare la normalizzazione docile, soffice, di quattro personaggi per autodefinizione antagonisti, ciascuno a modo suo: la stagionata produttrice Mara Maionchi, dal turpiloquio sapido e a volte pesante come un piatto di lasagne; la rockstar in minore ma comunque esemplare di un certo mondo alternativo, Manuel Agnelli; il rapper di periferia Fedez che oggi da Costanzo dice: «Mi vergogno di cosa sono diventato»; la superribelle Asia Argento, ragazza arrabbiata, sopra le righe, eccessiva sempre.

Questi ex outsider di fronte al potere della produzione stanno nei ranghi, da bravi soldatini, non obiettano, non disturbano, non propongono nemmeno una parodia di devianza. Vanno d'accordo, si danno il cinque, si complimentano tra loro, gli ingessati vertici dell'Unione europea sono più vivaci. Se c'è da seguire la tirannide del copione, da promuovere qualche palese inetto, nessun problema. Che Agnelli si permetta una boutade incredibile come «a X Factor cerco il nuovo Lou Reed» a questo punto è semplicemente la perdita di senso, o di senno, di chi è immerso in un gioco più grande di lui.

CHI SALVARE DELLA TERZA PUNTATA DI AUDIZIONI

Helèna Russo: 6/7 - Ma che fa, flirta? Ma no, è proprio così. Dio, se è stramba! E che voce però. Dice: ma questa è Arisa 4.0. Sì, ma Arisa sa cantare. Helèna, dal profondo sud di Pisano Etneo, dove tutto quel che c'è sono i sogni, non è da meno.

Leo Gassman: 6 ½ - Sì, proprio quel Gassman là: Alessandro è suo padre, Vittorio fu il nonno, lo vide nascere appena, il ragazzo ha 19 anni. Insomma avrebbe tutto per riuscire odioso: giovane, carino e (presumibilmente) raccomandato. Ma è l'antitesi del giovane montato, del figlio di un cognome. Poi imbraccia la chitarra e, lasciato perdere l'inedito, vien fuori che non è per niente malaccio. Bel timbro, bella vocalità. Bello tutto. Passa, ma meritatamente.

Naomi Rivieccio: 7+ - Un soprano in black. Certo, se studi classico l'impostazione la devi avere per forza, ma qui è tutt'altra storia e ha ragione Fedez, spacca per quanto è improbabile. Nicky Minaj? Anche meglio, abbiate fede. Questa ricorda l'altro napoletano dell'anno scorso, il pizzaiolo soulman Andrea Radice, criminalmente abbandonato a se stesso dalla Maionchi perché, timidone com'era, faticava a trovare il personaggio. Ma era clamoroso. Per ora passa, ma se bruciano anche lei, sono dei delinquenti.

Riccardo Mercogliano: 6+ - Oddio, ancora il rap redenzionista partenopeo, perdizione e salvezza in soli 16 anni. Invece si assume la responsabilità di un difficile Pino Daniele (Napule è) e, con tutta l'ingenuità dell'età, ne esce fuori. Manuel sorride indulgente, quasi paterno: che fare, se non donargli quattro “sì”? Uno che a quell'età rinfresca Pino, merita una chance.

Inquietude: 6+ - La strisciante alienazione della Brianza velenosa, della Cantù mobiliera e vuota: «Casa mia non è un utero in affitto». Neanche male. New wave rappata, con un che di Lindo Ferretti nel cantante: ma sì, un incoraggiamento lo meritano. Perché hanno qualcosa, e quel loro impappinarsi, alla fine, non fa che sottolinearne la vulnerabilità. A risentirli.

Ilaria Pieri: 6+ - Forse l'impostazione non è modernissima, ma c'è un bel timbro, caldo e fresco insieme, e c'è una duttilità notevole. Anche questa ragazzina merita un ritorno, e così è.

Boro Boro: 5 - “Rapper gamberetti” se la tira da teppista, poi supplica i giudici di farlo passare così può fare come Fedez: manca solo si metta a piangere come Alberto Sordi, “pora mamma”. E lo fanno passare. E lui ringrazia, perché siamo rapper, ma de core bbono. Anzi Boro.

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