Thegiornalisti Love Recensione Tommaso Paradiso
Cultura e Spettacolo
22 Settembre Set 2018 1500 22 settembre 2018

Recensione di Love, nuovo disco dei Thegiornalisti

Canzoni piacevoli, ma il gruppo di Tommaso Paradiso si conferma solo come macchina da tormentoni. Non rischia nulla di più. Perché il loro successo è stato costruito soprattutto grazie a una sapiente esposizione mediatica.

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Di fronte a un gruppo come questi Thegiornalisti, uno non può non porsi sempre le solite fatali domande: ma perché non nascono più quei grandi che invece esplodevano quaranta, cinquant'anni fa? Cosa fu, il caso che creò quell'inaudito rinascimento pop, rock, che fece spuntare tutti nello stesso ventennio? Era il tipo di musica? O il modo di cantare e suonare? Insomma, cos'era che non c'è più? E le risposte, le spiegazioni sono altrettanto abusate: c'erano le case discografiche che allevavano e selezionavano, c'era un mercato vorace, c'era un tempo storico vergine e da costruire. L'entusiasmo. E la televisione era forte, ma non al punto da dettare le sue regole pubblicitarie.

Così, in questo tempo dove tutto sembra già suonato, già cantato, dove pare impossibile resti ancora qualcosa da creare anche perché le macchine hanno preso il sopravvento, ci può stare un gruppo con questo nome vagamente irritante, Thegiornalisti, che girano forte da un paio d'anni ma stanno insieme da un decennio e hanno appena pubblicano addirittura il quinto disco, Love, furbissimo già dal titolo e annunciato come profezia di successo che si autoadempie.

PARADISO PIÙ BRAVO NEL MARKETING CHE NEL SONGWRINTING

Thegiornalisti sono, in soldoni, il frontman Tommaso Paradiso, «idolo delle ragazzine», come si ripete: degli altri due poco si ricorda, si dice, rispondono comunque ai nomi di Marco Antonio Musella e Marco Primavera, con il turnista Walter Pandolfi presente al basso già dall'album scorso, quel Completamente sold out che ne sancì la fioritura. E il nostro Paradiso con la barba curatissima e le pose di quello che piace alle donne ma «oltre a un corpo ha anche un cervello», è uno che ha capito presto come funzionava: estrema attenzione all'aspetto, al modo di porsi, la capacità di usare i media che è diventata non solo fondamentale ma primaria nell'arte canterina (dietro le quinte di X Factor l'abbraccio complice col conduttore, «Ale ti voglio bene», dice molto), qualche incursione nelle pieghe dei valori annunciati, del solidarismo generico e in qualche modo scontato, che ti mette al riparo da critiche di eccessivo edonismo, ma in modo innocuo, superficiale, come da uno che tira fuori tormentoni estivi che parlano di Riccione o di Felicità puttana. Uno che tra le sue radici non cita gruppi degli Anni 60 ma gli Oasis dell'ultima stagione britpop Novantina, senza dimenticare il cantautorato nobile dei Dalla, i Venditti, i Vasco Rossi, i Luca Carboni, quest'ultimo letteralmente ricalcato. Come a darsi un pedigree, anche se le distanze sono evidenti, sono spietate.

Tommaso Paradiso.
ANSA

Non uno di primo pelo. A 35 anni, con una laurea in filosofia appesa al muro per dedicarsi ad una più esaltante carriera di popstar, scrive per il suo gruppo e in giro per altre popstar un po' di questi tempi: rutilanti, magari, ma in minore, senza la personalità dei padri e dei nonni. Giusy Ferreri, Nina Zilli, Noemi, il rapper Fabri Fibra con cui fa Pamplona. Ma pure Morandi, che nel suo radioso, infinito autunno non disdegna autori giovani e di insostenibile leggerezza. Certo, non è Eppur mi son scordato di te o il Paradiso, che tra 50 anni le si ascolterà ancora; sono canzoni deperibili, che durano quello che durano, che sono perfette per questo tempo deperibile. Bello e possibile, il Tommaso, ma capace di operazioni di marketing sofisticato come l'altro tormentone, dell'anno scorso, quello dell'Esercito del selfie di Arisa e Lorenzo Fragola.

UN GRUPPO CHE RESISTE IN UN MONDO NANI, TALENT E METEORE

Dicono quelli che i Thegiornalisti non li discutono ma li amano, che il gruppo ha il merito di essere uscito per dinamiche proprie, senza ricorrere all'esercito dei vari X Factor (cui Tommaso ha partecipato come ospite, casualmente in concomitanza con l'uscita del nuovo disco): c'è del vero, ma è pure vero che la formula mostra la corda, da questi ibridi metà Corrida metà Canzonissima non esce quasi più nessuna meteora, dopo l'epoca in fondo breve dei Mengoni, Marco Carta, Ferreri, Noemi, eccetera non si sono visti altri a prenderne il posto e, bene o male, più male che bene, sono ancora questi, nel frattempo già consumati, superati dall'ondata trap, a girare. Gente come il Michele Bravi che nel 2014 vinceva X Factor e che due, tre anni dopo, ventiquattrenne appena, insegue faticosi percorsi di rinascita, di ritorno. O come Emma, che dopo Amici, Sanremo e il ritorno ad Amici pareva inarrestabile e invece l'ultimo Essere qui ha segnato, per diretta ammissione, un flop sconcertante, con 25 mila copie appena risicate rispetto alle 100 mila di più del precedente Adesso. Queste sono le cifre, le vendite delle popstar italiane di oggi. Anche i Thegiornalisti hanno raggranellato 50 mila copie dello scorso album: numeri rispettabili nel mercato attuale, ma non paragonabili alle valanghe milionarie dei loro modelli quando loro nascevano; e che ancora insistono, segnano la differenza: la “vecchia” Gianna Nannini, per dire, con una raccolta riesce a vendere tre volte di più.

UN DISCO PER MANTENERE IL SUCCESSO

In realtà, i Thegiornalisti, il cui cantante-simbolo arriva ad affermarsi in età della ragione, sono un gruppo visivo, il loro successo è stato costruito sulle esibizioni, sulla esposizione, e anche sul supporto fondamentale della principale corazzata radiofonica che è Radio Deejay, a riprova che anche nel mondo musicale niente nasce per caso. E, fino a questo momento, sono il gruppo personale del bello e possibile Paradiso, macchina da tormentoni che l'ambizioso Love rinnova pari pari. Perché dal primo ascolto si hanno solo conferme: la iniziale Ouverture è fanfara sintetica che annuncia nuova leggerezza; segue la ormai sfruttata Felicità Puttana, che in realtà pesca, oltre che da Carboni, anche dall'ultimo Brunori; Zero Stare Sereno è il rovescio della vacanza, il ritorno in coda «con le sighe piene di sabbia» ed è un altro schema-modello per la riproduzione seriale nei centri commerciali; New York apre a cascate melodiche sature e tradisce tutta la schizofrenia di una proposta astuta, ma che non va oltre la reiterazione di motivetti adolescenziali a dispetto dell'età di chi canta.

Una Casa Al Mare è l'ennesima variante di tormentone scandito dalle tastiere che tracciano la struttura di un motivetto facile facile; Controllo cerca «un delicato equilibrio da mantenere/come il cacio con le pere», versi che in certo senso parlano da soli, e poi tanti sospiri, languori alla “lalalaaaà” di presunto malessere giovanile, per dire dell'egocentrico sentimentale (oltre all'inevitabile citazione da “fisico bestiale” di Carboni); Love è modernità apparente che in effetti rifluisce ai tardi Anni 80; Milano Roma è dance elettronica circolare; L'ultimo giorno sulla terra non rinnega la solita struttura: trama iperprodotta (da Dario Faini) e ritornello urlato che si apre mentre «crollano le stelle sopra i tetti di Milano»; né cambia, se non in minima parte, lo stato dell'arte nella più lunga Questa Nostra Stupida Canzone, mentre l'unico momento di ambizione cantautorale, se non altro di introspezione, arriva in fondo, con una Dr House che si chiude su un coretto gospel, e che avrebbe probabilmente scatenato valanghe di sarcasmo nel protagonista. Noi non siamo House e ci limitamo a considerare questo lavoro per quello che è e non nasconde di voler essere. Un disco fatto per mantenere il successo senza rischiare niente. Ma ci sarà senz'altro chi per missione o vocazione proverà ad attribuirgli patenti di ironia (come non scomodarla?), metasignificati, intenzioni nascoste come in chissà quale cifrario. In modo da potersi abbracciare alla prima occasione, perché dire Love, amore, alla fine, è riconoscere che questo uno stagno dove tutti si abbracciano.

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