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MAX FACTOR
28 Settembre Set 2018 0923 28 settembre 2018

Audizioni X Factor 2018, le pagelle della quarta serata

Il livello generale si è alzato, anche per una palpabile riscoperta dei generi nobili. Spicca Laura, una Tina Turner da urlo, e gli iraniani Bowland. Ma l'atmosfera è sempre fantozziana.

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In fondo, X Factor, almeno quello nostrano è una faccenda molto italiana, perfino fantozziana. Molto Megaditta. C'è il presentatore che sembra uscito da un veglione aziendale, di totale medietà, uno che non rischia mai niente ed è amicone di tutti. Ci sono i giudici, che sono un po' come i megadirettori con potere di vita e di morte sugli “inferiori” che, a estro, secondo misteriosi congiunzioni astrali, curiosi scarti umorali o magari ferree esigenze di copione, vai a sapere, coprono questo di lodi inverosimili, l'altro di rimproveri cattivi, spietati, al limite dell'insulto: «Ma tu non hai voce»; «Sei presuntuoso, non vali niente». Infine loro, gli aspiranti, i desideranti che sono come i dipendenti terrificati e ringraziano sempre, si inchinano, gli dicono che non sono niente, che debbono trovarsi un mestiere nella vita e loro: grazie, grazie, avete ragione, ne farò tesoro (leggi le pagelle della terza puntata di X Factor).

Qualcuna impietrita piange e la Maionchi le insegna la vita: «Ma che cazzo piangi lo sai che un no al momento giusto ti può salvare, ti evita un sacco di guai». Grazie, com'è umana lei. Spesso questa carne da macello compare vestita da fricchettona Anni 60 o con le divise del conformismo ribellista dello spettacolo, pirati, rapper di periferia, punk; appena finiscono, corrono tra le braccia delle mamme, dei papà che li aspettano, pulcini che non sanno volare e ricevono nel becco il verme della rassicurazione: «Stai tranquilla, per me sei stata stupenda, sei andata benissimo». Anche se qualcuno ha superato i 42 anni.

Il livello generale si è alzato, anche per una palpabile riscoperta dei generi nobili

Sì, è molto “Italia”, anche il melodramma di Asia Argento, che paga sulla pelle il costo del sospetto ma intanto manda messaggi sibillini e s'infoltiscono le voci non confermate, ma insistenti che dal sen della produzione rivelano di un clamoroso ritorno senza abbandono, un po' come la Controriforma che in Italia si ebbe senza la Riforma. Ma questo, come direbbe Paolo Villaggio, è solo un pettegolezzo a livello portineria. Oppure no, lo scopriremo solo guardando, nel frattempo torniamo alla realtà dei provini, della scrematura del meglio o meno peggio di questa quarta tornata di aspiranti che è l'ultima: dalla prossima volta, i bootcamp e qui si può già cogliere il senso di una mutazione: il livello generale si è alzato, anche per una palpabile riscoperta – ne parleremo – dei generi nobili. Non mancano ancora le cineserie, le fuffe elettroniche, ma è come se chi partecipa tradisse la voglia di far musica di un tempo che non era il loro, ma che, inesorabile, torna sempre, perché cantare è fatto antico come l'uomo, sta nei geni e neppure “il cinismo del talent”, come dice Fedez, lo può strappare alla genetica di un ragazzo che tra le corde di una chitarra, i tasti di un pianoforte, cerca sé.

CHI SALVARE DELLA QUARTA PUNTATA DI AUDIZIONI

SWIPEOUT: 5-. Oh, le piccole, ruspanti Spice Girls. Che strampalano Bruno Mars. Che uno dopo due secondi pensa: a mai più rivederci, care: la smorfia di Manuel Agnelli è incoraggiante. E invece proprio lui, il Giuda, le grazia, disgraziate.

SIMONE CHERI: 6+. L'artista è il suo brano. E che fa? Chi insegue? I soliti Mengoni, Marco Carta? Un momento: ha lo scarto del disadattato che intriga, è della schiatta degli Jannacci, i Paco d'Alcatraz, i giullari con qualcosa da dire. A ritrovarlo.

PJERO: 6+. Scritto così, perché ci abbiamo la necessità d'essere originali in modo scontato. Però non manca di quid: voce profonda, fascinosetto, timbro notevole, alla Eddie Vedder. (chissà perché) Manuel, che usa lodare l'indecenza, spesso, lo mortifica, lo straccia, «hai rotto le palle». Poi, da zio severo, lo promuove, ma bada! Devi cambiare andazzo, ragazzo. Momento libro Cuore, che si conclude in gloria, passa pur lui.

Laura.

LAURA: 7+. La 54enne improbabile, imbarazzante, sovrappeso, con un marito perfino più strambo di lei, e quando si uniscono sono un po' inquietanti, è la sorpresona della sera: una Tina Turner da urlo! E come fai a non farle una standing ovation?

IN THE LOOP: 6 ½. Modugno lagnoso, comunque spiazzante per l'inaspettata riduzione elettronica quasi gotica di Tu sì 'na cosa grande. Interpretazione con ingenuità retoriche, ma lascia un segno: la temerarietà viene premiata senza eccezioni.

BEATRICE TOMMASI: 6. Stravolge Shakira, neanche male, ma niente di nuovo sotto il suo sole; la compatiscono e la fanno passare, valli a capire.

MATTEO COSTANZO: 6/7. «Nessuno mi sente» canta lui, invece lo sentono tutti con la sua vocalità neogrunge ed è indicativo di un mutamento nel gusto, nell'estetica di X Factor, lento, ma inesorabile: si sta tornando al rock, al cantautorato, alla canzone ben fatta, le menate sintetiche, friabili, cominciano a mostrare, deo gratias, la corda.

GIULIA LICCIARDELLO: 6+. Altra Arisa, però più caricata: non è strana, finge un bel po'. Fa gli AC/DC, Highway to Hell, siccome stasera promuovono tutti, promuovono anche lei. Ma sì!

Gaston.

ILENIA BENTROVATO: 6 ½. Si trova bene col “mesciap”: mescola sia con Patty Pravo (Pensiero Stupendo) e non ci vuol molto a capire che la sua carriera di babysitter-barista potrebbe anche finire qua: col suo timbro, sarebbe un peccato restarsene a cantare per i bimbi.

GASTON: 6 ½. Mah. I numeri li ha tutti: busker, look, intonazione, voce (efebica, un Antony & the Johnsons di strada, con la chitarra). «Art Garfunkel, Neil Young», riassume Agnelli. Anche questo, con l'autografa All Above, testimonia di un ritorno al passato, non al futuro. Forse lo esaltano fin troppo, ma è chiaro che passa in scioltezza.

GIORGIA: 5 ½. Provando e riprovando (la seconda volta qui) si gioca la carta del disagio, della depressione. Carta logora, praticamente un ricatto, però funziona quasi sempre. Difatti la spingono avanti: nuntio vobis lagnum magnum, habemus nova Rita Bellanza.

BOWLAND: 8. Iraniani di Firenze, lei abbastanza inquietante. Ma gradevoli. Bravi assai. Get Busy di Sean Paul completamente stravolta, una cosa solo loro. Qualche nome? Per esempio, Dead Can Dance. Ma anche dei Blonde Redhead – gli ultimi, quelli electro-dance – più umili e più veri, più concreti, per niente leziosi. Sono loro l'altra sorpresa, e che sorpresa, di queste ultime audiction.

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