Recensione Liberte Ultimo Disco Loredana Berte
Cultura e Spettacolo
29 Settembre Set 2018 1500 29 settembre 2018

Recensione di Liberté, nuovo disco di Loredana Bertè

La Bertè si rinnova senza cadere nell'autoparodia. Nel suo ultimo lavoro c'è il valore aggiunto di una artista che si riprende la sua storia e lo fa senza scadere nel calligrafismo.

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Loredana Bertè, la fuoriditesta, quella ingestibile. Fuori, ma fino a un certo punto se a 68 anni riesce a tornare ai fasti dei 30 con un nuovo disco in cui tutto, dalla copertina in poi, è centrato. Alla gente piacciono queste storie di abisso e redenzione, piace ritrovare la vecchia amica che torna e sbaraglia le pallide epigone, che si era perduta ma mai snaturata e alla fine la spunta anche su se stessa come una che non può fare altro, non può essere altro e il cui unico senso è rinascere dalle proprie intemperanze. Loredana che litiga con tutti, che di amici non ne ha: però recupera firme dei tempi belli, gli Ivano Fossati, i Maurizio Piccoli, perfino Gianni Dall'Aglio, che è come dire i Ribelli e dunque Celentano, Lucio Battisti, la musica di prima, prima anche di Loredana; arruola Gaetano Curreri degli Stadio, e in mezzo ci mette un po' di penne giovani. Il risultato è questo Liberté che nasce già vincente – non importa quanto venderà, ha già vinto perché è il primo disco dopo 13 anni, perché segna una rinascita sulla quale pareva criminale scommettere, perché la rilancia verso il prossimo Sanremo per il tramite di Luca Chiaravalli che il disco l'ha prodotto e che di Sanremo è eminenza grigia musicale.

Dite che il suono si ripete, che Chiaravalli ha cucito fondamentalmente un lungo brano di elettropop commerciale per cui i singoli brani si distinguono a malapena? Se volete, ma la prima impressione stavolta non è quella che conta, sotto la coltre di un suono senza dubbio omogeneo c'è molto di più, c'è il valore aggiunto di una artista che si riprende la sua storia e lo fa senza scadere nel calligrafismo o nell'autoparodia; ci sono momenti, come Maledetto Luna-Park, che sembrano usciti da quei primi Anni 80 in cui Loredana era radiosa ancora. Alla gente piacerà. Non potranno essere le suggestioni fatali de La goccia, di Per i tuoi occhi, ma, mille stagioni dopo, qualcosa di quella magia si torna a respirare e questo è tutto quello che si ha bisogno di sentire da una che, piaccia o non piaccia, accompagna gli anni migliori della nostra vita, fa parte della nostra storia di cultura popolare.

UNA VITA VISSUTA SEMPRE AL LIMITE

Una pacificata mai, sempre schiava dei suoi conflitti. Una sradicata che tolta dalla Calabria cresce nelle Marche più chiuse, il padre-padrone, come lei lo ha sempre considerato, fa il preside a San Ginesio, la famiglia si sposta lungo la fascia costiera di Porto Recanati, presto i genitori si separeranno. Sono quattro sorelle, in due non vogliono starci ai posti squallidi che il destino ha apparecchiato per loro: Loredana e Mimì hanno poche armi, una bellezza tipicamente meridionale, mediterranea, calabrese, Lori ha anche l'avvenenza, la sfrontatezza: si scoprono una buona voce e un talento in boccio, hanno ambizioni, esordiscono come “le sorelle brave e belle” tra un giro di danza al Piper, una scorribanda romana con Renato Zero e Jimi Hendrix (e, a volte, pure Claudio Baglioni).

Lei è a suo agio con chiunque, non tipo da soggezioni anzi è una predatrice, sa di poterselo permettere e sa di poter fuggire: inaugurando il primo colpo di testa di una vita, scappa in Messico a far la ballerina. Trascinata indietro dalla madre, s'infila in Hair, il musical di Bill Conti, insieme a Zero, a Teo Teocoli: nessun problema a recitare nuda. Altra avventura, Orfeo 9, prima opera rock italiana, di Tito Schipa jr, sempre con Zero, quando quei due passano sono come il vento che scompiglia, sono allegri, pieni di vita ma anche inquietanti. Non si fermano davanti a niente, a nessuno. Nel disco di Orfeo 9 suonano anche Santino Rocchetti, Tullio de Piscopo e una bella infornata di talenti pronti a esplodere; è ancora gavetta, di lusso ma sempre gavetta mentre Mia Martini già si afferma con Piccolo Uomo e sembra che Loredana dirotti sul teatro leggero, Forse sarà la musica del mare, con Lando Buzzanca e Minnie Minoprio. Ma la musica se la riprende e lei fa il botto.

Mimì è quella sofferta, introspettiva, intellettuale, Loredana quella rock, viscerale, eccessiva; ma anche lei ha cose da dire

«Cazzo», canta ne Il tuo palcoscenico, dall'album d'esordio Straking. Mai sentita una roba così in Italia e questo è il suo biglietto da visita: lo stile fa l'uomo, e anche la donna. Un anno dopo, nel 1975, con Sei bellissima raggiunge la sorella: ce l'hanno fatta entrambe, Mimì è quella sofferta, introspettiva, intellettuale, Loredana quella rock, viscerale, eccessiva; ma anche lei ha cose da dire, Indocina e Meglio libera, parlano di guerra, di femminismo. Fuori di testa lo è già, lo è sempre stata, lo sarà sempre ma sa gestire la carriera, sfrutta la bellezza come prostituta in Attenti al buffone di Alberto Bevilacqua, sa scegliere chi le costruisce gli album, come Vince Tempera con Tir. Quando Fossati le cuce addosso Dedicato, è la consacrazione, definitiva, ma non esaustiva: per lei scriveranno, comporranno, suoneranno i più dotati, Pino Daniele, Ron, Ivan Graziani, Alberto Radius, Mango, e lei saprà mettere qualcosa di suo, di unico in una proposta musicale che si aggiorna di continuo, che la configura come artista rock nell'approccio, nel tratto, ma che in realtà è molto più articolata, più raffinata, va dall'autoriale al reggae, al funk. Chi altri può rendere Il mare d'inverno di Enrico Ruggeri con quella intensità? E ancora le escursioni nel latin sound con Djavan, su tradizioni di Bruno Lauzi, dello stesso Ruggeri, mentre a sua volta reinterpreta con quell'inimitabile miscela di rabbia, tenerezza e sensualità Battisti (Prendi fra e mani la testa, Macchina del tempo) e Luigi Tenco (Ragazzo mio).

IL MATRIMONIO CON BORG E L'INIZIO DELLA CRISI

Certo, la natura non si cambia, non si doma e una che può infilarsi come a casa sua nella corte bizzarra e malsana di Andy Warhol, una che ha libero accesso al superesclusivo Studio 54 di New York non può non pagarne i prezzi. E sono prezzi non di poco conto, ma in qualche modo obbligati, attesi; sono gli sfaceli professionali e esistenziali, il matrimonio-meteora con un ereditiero, Roberto Berger, che pare uscito da un fumetto di Diabolik già dal nome, figlio del magnate del caffè Hag; quindi è la volta di Borg, il campione di tennis, che sposa nel 1989 ma conosce già da 16 anni tramite Adriano Panatta, il suo ragazzo di allora («Ah Adrià! Ma come fai a vince, se stai co' quella!»). E la vita con lo svedese è troppo di tutto: lui “matto freddo”, lei matta calda, caldissima e tutto precipita, carriera, salute, un tentativo di suicidio sventato proprio da Renato Zero, altri collassi, ricoveri in clinica psichiatrica, il saliscendi dei rapporti con Mimì, quel padre mai superato, mai perdonato, quelle liti furibonde perfino sulla bara di Mia, e una lenta inesorabile furibonda discesa nell'oblio di chi non sa darsi pace ma neppure una spiegazione, non sa capire chi è, incolpa sempre gli altri, di tutto, per tutto. Fino a scontare, come spesso succede, le colpe di prima nell'adesso: l'ultimo capitolo, Baby Berté, del 2005, non è affatto disprezzabile ma è come risucchiato nella spirale di chi lo incide. Il “pettirosso da combattimento”, come la chiamava Fabrizio De André, e anche Zero prima di una amicizia che tutto aveva condiviso perché di tutto aveva fame, finita in schegge di vetro, non vola più. Non è più lei. Non più la bellezza calabra, oltraggiosa nel suo splendore, che quando girava in vespone per Lambrate, l'intero quartiere si fermava e potevi sentirlo sospirare. E invece.

Björn Borg e Loredana Bertè.

LIBERTÉ E IL RITORNO ALLE ORIGINI

E invece, dopo una introduzione evitabile, ma che comunque chiarisce lo stato del gioco, il primo ed eponimo brano del disco, Liberté, risfodera la stessa che “non era una signora” allora, e che oggi riprende il discorso più roca, più incrinata, più incazzata: «Non mi farò trovare, ora e sempre», ed è una donna sconfitta che grida cantando. Sconfitta, ma mai doma. Dell'allegorica Maledetto Luna Park s'è già detto, se non che, serrata e cantabile insieme, è sapientemente assemblata per intrappolarti, come una canzone che ti canticchia mentre credi di canticchiarla e non sarà un caso che per questo brano sia stato scelto il primo video, lugubre di prammatica come per ogni parco dei divertimenti. Babilonia ne discende fisiologicamente e, a tutta prima, non si distingue molto dal pezzo precedente, salvo poi accorgersi che vira più sul funk: ancora visioni di ferite, di luci spente, di sbandamento senza speranze. Questo è un disco senza speranze, eppure così vitale. Una donna come me è, senza perdere il battito vitale, più cantautorale – c'è di mezzo infatti Curreri - in quella misura di comprensione tra donna e donna, anche se qui l'enfasi sui suoni, chiaramente resi per una fruibilità radiofonica, soffoca atmosfere che potevano essere più valorizzate in chiave maggiormente acustica.

Salgono i battiti per Messaggio dalla Luna, scritta con Fossati, che ha un modulo rock standard con chitarre effettate (fin troppo) mentre Loredana regala le sue perle di saggezza ribelle; lei che non è «stanca di sbagliare e di bruciare il tempo», come canta in Anima Carbone, e siamo ancora nei territori d'autore della Berté più inconfondibile. Questo pezzo, firmato da Fabio Ilacqua, ricorda, con maggior grinta, certe introspezioni – Loredana ci perdonerà – dell'ultimo Zero ed è l'episodio certamente più intenso, con quegli squarci di ammissione che improvvisi, irrefrenabili si concedono a un cantato pieno di segni, che non può più essere quello, oltraggioso e cristallino, di quando lei era “bellissima”, eppure così arrembante ancora. Altra cadenza rock, presa di peso dai Sixties, per Tutti in Paradiso, caustica, senza sconti, dai generali agli intellettuali. Davvero ha un andamento alla Vasco Rossi, trasuda melodia piena, rotonda, è lamento moderno nella sua classicità perché la Berté sa ancora come personalizzare una canzone, come trarla dalla normalità per farne un momento di autocoscienza che, a dispetto di tutta la retorica che si vuole, riesce a suonare convincente. Gira Ancora è l'ultima sfuriata (indie) rock e qui il lavoro di Chiaravalli è divertente e intelligente in quell'asciugare sonorità altrimenti ridondanti per lasciare spazio a chitarre essiccate e urticanti; il gioco all'inseguimento dei Blur, per fare un nome, è evidente, in qualche modo autoironico («e la luna gira ancora»), ma la Berté - alla sua bella età! - ci canta sopra con tale decisione da smorzare qualsiasi perplessità. Della conclusiva Non ti dico No coi Boomdabash si è detto a oltranza, e non serve rimarcarne qui oltre il ruolo di fortunatissimo apripista lungo l'estate appena svanita.

la Bertè non cantava con una simile autorevolezza probabilmente da vent'anni, se non di più

Un disco vincente, proprio così. Nel tiro, nella convinzione – la Bertè non cantava con una simile autorevolezza probabilmente da vent'anni, se non di più - in quel non cedere di un millimetro a quella intransigenza rabbiosa che per Loredana è nutrimento e veleno, a costo di scontentare le aspettative di un mercato che gradisce solo prodotti rassicuranti. Un disco più vario, più ricco di quanto possa sembrare perché è vero che Chiaravalli ha una sua impostazione modernista, ridondante, che può piacere e non piacere ai puristi e ai nostalgici, senonché la Berté non è un Francesco Gabbani e alla fine è sempre lei che emerge, abile davvero nel dosare la leggerezza gonfiata, liquida da Anni 2000 con la densità delle sue stagioni migliori. A 68 anni Loredana è ancora eccessiva. In un modo diverso, certo, ma su di lei la saggezza scivola, resta quella indisponibilità che non sai mai se sia più irragionevole o figlia di una intelligenza che cerca vie d'uscita. Più radicale, più rissosa, irascibile, carissima che mai; di nuovo in spolvero, alla faccia di chi le vuole male. Se stessa, prima di ogni altro. Come se tutto quello che è venuto prima, successi, eccessi, errori, orrori, troni, reparti psichiatrici, fosse servito solo a preparare l'ennesima rinascita. Bisogna essere proprio fuori di testa per non temere chi si è stati, chi si è.

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