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29 Settembre Set 2018 0800 29 settembre 2018

Zanza, un vitellone felliniano che ha congelato il #metoo

La Romagna ha celebrato il suo cigno del sesso in un clamoroso ritorno al machismo qualunquista e idiota: l'uomo è cacciatore, la donna è preda.

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Tu puoi spingere fin che vuoi sul politicamente corretto, puoi vietare certe parole, certi pensieri, puoi insufflare i modi ostentatamente civili, l'amabile bigottismo moralista fin dai temini scolastici, puoi censurare le frasi sconvenienti sui giornali e sui social, puoi punire quelle a doppio senso, puoi arrivare a dipingere i maschi come dei suini a prescindere ma l'anima popolana, virilista alla fine torna fuori: vogliono i funerali di Stato, vogliono dedicare «almeno una via, una piazza» allo Zanza, di professione playboy, uno morto a 63 anni facendo, come dicono le cronache, la cosa che sapeva fare meglio: «Amare le donne», formula ottocentesca che sta per sedurle, per sciuparsele.

Lo Zanza s'è schiantato alle prese con una di 40 anni più giovane, roba da ironie feroci ma nessuno si azzarda, a Rimini su queste cose non transigono: Zanza non uno di noi ma il portabandiera, l'alzabandiera sì e così sia nei secoli dei secoli. «Se una donna si vanta di essersi fatta centinaia di uomini passa subito in fama di puttana, questo invece lo glorificano». La considerazione su Facebook, naturalmente da una femmina, ha le sue ragioni ma il cuore, e anche più in basso, non le conosce e adesso si accapigliano perché per il Zanza volevano funerali solenni in Chiesa, magari riempita di simbologie pagane, Priapo e satiri scatenati dappertutto, ma il parroco non se l'è sentita e ha trovato la scusa del «clamore mediatico». Così lo giubilano direttamente al cimitero, quasi un episodio dei Nuovi Mostri, chi giace si dà pace, chi vive celebra e, se ce la fa, zompa. Magari con qualche accortezza, perché Zanza si vive ma poi si muore pure e forse a 63 è un po' presto, sia pure nel grembo di una ventenne «(di origini romene)», informano tra parentesi i giornali e anche loro giostrano nel pudore ipocrita del politicamente corretto che maschera l'allusione, l'insinuazione buttata là, la fascinazione esotica e vagamente esorcistica, ah queste romene però, che amazzoni, meglio fare attenzione.

LA ROMAGNA CON LUI CELEBRA IL SUO MACHISMO ATAVICO

Sì, tu puoi pareggiare le vocali, ribattezzare le professioni, ministra, onorevola, puoi inventarti gli hashtag di lotta e i processi perfino alla intenzioni, ma la mitologia popolana è dura da rimuovere, è figlia di secoli di tradizioni e di novelle boccaccesche, l'anima vulgare seppellisce gli uomini coi loro scrupoli e dura, il plebeo «parla come mangi, mangia come trombi» torna fuori appena può e la Romagna celebra il suo cigno del sesso in un clamoroso ritorno al machismo qualunquista e idiota: l'uomo è cacciatore, la donna è preda. Che faceva lo Zanza per la collettività? Amava, faceva felice l'altra metà del cielo: non basta? Era un playboy, d'accordo: e allora? Faceva mica male a nessuno. È morto fra le braccia di una escort, in sem a 'na feiga? Quante storie, tutta invidia, non c'è trapasso migliore.

Maurizio Zanfanti, detto Zanza.

In tempi esorcistici, dove di sesso si parla per livellarlo, in qualche modo per svuotarlo, deprivarlo della sua carica istintuale e sovversiva, il sacrificio dello Zanza gli restituisce una connotazione animalesca ma, forse falsamente, innocente e travolge ogni scrupolo di genere: lui «amava le donne», per non dire che le collezionava, che era la sua missione di vita, questo ha fatto e questo ci basta, per le indignazioni di rito troveremo altrove. Pienone nel bar che gestiva in città, telefoni dei parenti incandescenti: «Sì, sapevamo che era famoso ma non fino a questo punto».

UN VITELLONE FELLINIANO

Molto riminese, molto vitellone felliniano, d'accordo, sarà che anche questa discutibile categoria è in via d'estinzione e lo Zanza se ne va in vento di nostalgia, come uno degli ultimi, come una rockstar dell'amore, locale, d'accordo, ma fino a un certo punto: anche delle icone planetarie, come Mick Jagger, non si stanno sempre a contare le migliaia di femmine che gli si sono concesse, non è parte sostanziale della mitologia? E un parità ancora non c'è: tu puoi codificarla, concepirla a tavolino ma la donna iperattiva resta una strega, una malata, l'uomo invece ribadisce la sua giustezza, perfino la sua sanità.

La sensibilità atavica, rozza, s'aggrappa a tutto, anche al grottesco decesso di un amatore oltre le sue possibilità, uno che non voleva capirla che «il tempo non aspetta nessuno» e, con la sua chioma d'altri tempi, ci dava dentro fino a uccidersi. Una morte sul lavoro, si potrebbe dire, uno che si è ammazzato di lavoro perché quello era il suo posto nel mondo. In missione per conto di Dio o almeno dei concittadini, che lo rimpiangono, che lo esaltano: «Era un buono, dietro al Casanova di provincia c'era molto di più». E non occorre spiegare, chiarire, chi deve sapere sa, son cose che si credono sulla parola, anzi sul passaparola, come le leggende, le novelle che lo Zanza lascia in eredità. Non un modello educativo per questi tempi corretti, moralistici fino all'integralismo, ma un modello di vita a priori, un modello di coerenza predatoria fino alla fine.

Zanza immortalato con alcune amiche.

In questa contraddizione schizoide sta l'ambiguità italiana, romagnola di una terra progressista e godereccia, sociale ma individualista, cresciuta durante la ricostruzione democratica in un suo marxismo tutto speciale che si risolveva in capitalismo dei padroncini, non la rivoluzione di classe ma l'accumulazione e la crescita anarcoide di un benessere che partiva dai possidenti e, tra disinvolture e contraddizioni, si allargava a macchia d'olio sotto il controllo del Partito comunista. Qualcosa che stava bene a tutti così come oggi sta bene a tutti questa risorgenza del sessismo atavico, del maschilismo gaudente, ma sempre maschilismo. Lo Zanza non contava le donne, ma per lui hanno sospeso la caccia allo stregone, il #metoo, anche le donne lo piangono e non si accorgono d'aver mandato in stand-by almeno 40, 50 anni di battaglie per i diritti civili.

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