Instragam Popup Experience
LA MODA CHE CAMBIA
30 Settembre Set 2018 0900 30 settembre 2018

Perché le esperienze da Instagram sono così amazing e così banali

Solo "event”, “location”, “selfie". E zero riflessione, approfondimento, scoperta dei particolari. Nulla di epico, a meno che non si parli della one night only di Giorgio Armani all’hangar di Linate...

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“Il vuoto esistenziale della pop up experience”, ha titolato il New York Times raccogliendo, attraverso la penna di Amanda Hess, una serie di “esperienze” estetico-sensoriali tanto frenetiche quanto inutili. O, per meglio dire, create e valutate al solo scopo di ben figurare nelle conversazioni e, soprattutto, nelle fotografie e nei selfie postati sui social. Una sera, una foto e via, si passa ad altro. Chi c’era può testimoniare, chi non c’era peggio per lui. Lo champagne rosé degustato in una austera “mansion” della Upper Manhattan. La festa sulla spiaggia con le candele ton sur ton. Il matrimonio a Noto che, come ha scherzato ma non troppo il sindaco Corrado Bonfanti con un gruppo di giornalisti corsi a raccontare le nozze Ferragnez, da quando è stata restaurata in un tripudio di stucchi candidi e oro è diventata richiestissima come “location” in tutto il mondo. “Event”, “location”, “selfie”, “amazing”, anche in combinato disposto (“amazing location”), sono entrati a far parte del lessico dell’ultima stagista di un qualunque ufficio comunicazione e marketing (a mio gusto, l’aggettivo “amazing” è il più banale, vuoto e sciatto delle ultime stagioni, ma qualunque ultimo arrivato della moda che cerca di darsi un tono lo usa di continuo, dunque tocca rassegnarsi).

COSA PROVAVANO I VISITATORI DELLE MOSTRE DI UN TEMPO?

Per un istante, scegliendo i colori isolani – turchese, corallo, giallo limone - dei manichini da far tingere per la mostra “Capri reloaded” organizzata in occasione del 70esimo Prix Italia che si è appena concluso – ho pensato io stessa a quanto avrebbero ben figurato nelle riprese televisive e nelle foto dei visitatori. Il manichino rosso con l’abito di Valentino dipinto a mano che aveva sfilato a Capri nel 1967 mi pareva ideale, ed è stato proprio così: decine e decine di selfie e di “tag”. Riesce difficile capire che cosa provassero i visitatori delle mostre di un tempo di fronte alle opere d’arte, e quanto le gustassero davvero, a meno di non voler leggere gli Scritti sull’arte di Charles Baudelaire e soprattutto, il colloquiale e ironico La stagione delle mostre di Henry James, raccolta di recensioni che il grande scrittore, fra gli anni della giovinezza e della maturità, inviò ad alcuni giornali americani desiderosi di tenere i loro lettori informati sulle novità artistiche europee attraverso gli occhi di un connazionale.

TUTTI INTERESSATI A DIRE «IO C'ERO»

Non ci sono, però, dubbi, su quello che provano i visitatori attuali. Lo vedete dagli sguardi di sottecchi che lanciano non tanto all’opera che stanno osservando, quanto alla sua esposizione e agli altri visitatori. Sono abbastanza lontani da potersi scattare un selfie con la luce giusta? I colori della location riescono a illuminare e ammorbidire l’incarnato dei presenti? (Questo lo dicevano anche le scrittrici dei manuali di bon ton di un tempo: mettete candele in tavola, accendetele e tutte le signore saranno contente. Gli oggetti esposti sono abbastanza nuovi e unici da trasformarsi in materia di interesse per i tanti interessati a dire «io c’ero»?

MOMENTI MENO EPICI MA SICURAMENTE PIÙ NOSTRI

La collega del New York Times ha certamente ragione a lamentarsi di queste mostre, di questi incontri, di queste iniziative promozionali pensate per vivere una notte sola. Non permettono la riflessione, non consentono il ritorno, e dunque una visione eventualmente più approfondita, la scoperta dei particolari. Nulla di tutto questo rientra nella speciale visione della pop up experience. Ma ammetterete che quando questa esperienza limitata nel tempo e nello spazio prende la forma della colossale one night only di Giorgio Armani all’hangar di Linate, i presupposti cambiano e l’esperienza mordi-e-fuggi diventa oggetto di narrazione epica. Quasi fosse una battaglia, o la première di traviata diretta da Luchino Visconti con Maria Callas. Il momento che si fissa in eterno è sempre stato, probabilmente, identico. La differenza, oltre alla sua qualità intrinseca, che non dipende certo dall'epoca, è che adesso lo certifichiamo noi, ciascuno di noi, fotografandolo, rendendolo forse meno epico ma sicuramente un po’ più nostro.

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