Charles Aznavour morte
Cultura e Spettacolo
1 Ottobre Ott 2018 1522 01 ottobre 2018

Con Charles Aznavour ci lascia un istrione di classe

Questo piccolo immenso armeno sapeva emozionare senza ricorrere a trucchi da guitto. Addio a un artista che tutti credevamo eterno. 

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È morta l'eternità. È morta una carriera cominciata nel 1933, a nove anni, in teatro. È morto un successo da più di 60 film e oltre 1000 canzoni, scritte e spalmate su una quarantina di album, cantate in sei lingue. È morta una certa idea della Francia, partita da un punto interrogativo nel mappamondo, l'Armenia, il massiccio del Caucaso, l'ex repubblica sovietica. È morto Charles Aznavour, piccola immensa voce che non poteva morire mai. È morto quasi a 95 anni e quasi a tradimento, perché ci aveva davvero convinto tutti: arriverò a 100 e andrò avanti ancora, io sono la mia arte, io sono l'Istrione. Poco più di un anno fa, un concerto strepitoso a Roma, la promessa di tornare, la certezza di rivederlo.

​Una foto con Mick Jagger sembrava consacrare la perennità di due mostri sacri, diversi ma identici in quella testimonianza di resistenza al tempo che non aspetta nessuno. Invece, in aprile, i problemi a una spalla, apparentemente superati, e il ritorno a maggio: «Ah, Aznavour, l'indistruttibile». Invece era l'ultimo spasmo d'orgoglio di questo artista impareggiabile e generoso, dedito all'arte sua e alla sua Armenia, per la quale si era così speso, fino a diventarne ambasciatore in Svizzera, Paese scelto negli Anni 70 per le solite comodità fiscali. Nello stesso periodo si sposava con Ulla, storia d'amore infinita nell'infinita storia di cantore d'amore.

SCOPERTO DA EDITH PIAF

Perché era quello, che lui scriveva, che cantava in infinite variazioni sentimentali. Ed era quello che il mondo da lui ascoltava, voleva ascoltare: più di 300 milioni di dischi venduti dall'esordio sulla scena musicale, nel 1953: lo scopre Edith Piaf, lo porta con lei in tour, dopo tre anni il piccolo versatile gigante esplode con Sur Ma Vie, che lo consacra come chansonnier di rango per l'eternità.

In Italia lo traducono Giorgio Calabrese e Sergio Bardotti, poi anche Nini Giacomelli; e viene interpretato da Mina, Domenico Modugno, Gino Paoli, Iva Zanicchi, che gli riserva un album, Mia Martini, Enrico Ruggeri, Gipo Farassino, Franco Battiato, Gilda Giuliani. Nel 2000 Renato Zero interpreta il brano simbolo di Aznavour, che potrebbe benissimo avere scritto lui stesso: «Perdonatemi se/Con nessuno di voi/Non ho niente in comune/Io sono un Istrione/A cui la scena dà/La giusta dimensione...». «Ma non ho voluto forzare, mi sono tenuto al rispetto di un così grande autore e interprete», spieghò. E l'Istrione è l'autobiografia di chiunque salga sulle tavole di un palcoscenico, «in una stanza di tre muri».

QUELLO SPLEEEN TORBIDO ED ELEGANTE

Quella certa idea della Francia legata all'armeno Chahnourh Varinag Aznavourian, in arte Charles Aznavour, è quella di un XX secolo in grigiofumo, come la Tour Eiffel illuminata dalla pubblicità della Citroën di Ilse Bing, come una inquadratura di Dany Carrel da Du grabuge chez les veuves di Pointrenaud, come un romanzo di Simenon. Quello spleen torpido ed elegante, struggente di abbandoni, di addii a ciglio umido nella nebbia, di gondolieri che hanno capito tutto e non chiedono, quella certa percezione di un'Europa ancora così grande, fatta di treni, di capitali, di cattedrali. E di teatri che ti aspettano. Aspettano l'Istrione, il piccolo immenso armeno. Ed è una percezione, una sensazione che vola via, perché gioielli della malinconia quali Com'è triste Venezia, del patetismo come La mamma oppure il beat sbarazzino di Quel che non si fa più restano patrimonio del passato, eterno, ma passato. Per non parlare di E io tra di voi, capolavoro del romanticismo borghese che scivola su cascate di violini, ma che resterà per sempre crocifisso alla irresistibile parodia di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.

Erano tempi così. Quando un divo era un divo, ed era irraggiungibile, un istrione, un compromesso di vizi e virtù popolane e aristocratiche, un povero cristo che su «quattro tavole in croce» si trasformava, si sublimava. Non una parodia replicata dalla gente normale che, a forza di somigliare all'idolo, diventa anche più stramba, più eccessiva di lui. Di Aznavour, nessuno potrà mai ricordare altro che l'immensa classe, il tratto riservato, la capacità di emozionare, di raggiungere chi ascolta senza dover ricorrere a un espediente, una trovata volgare, un trucco discutibile. Istrione sì, guitto mai.

UNA VOCE PIENA DELLE LINGUE DEL MONDO

Solo lui, nel teatro, la sua voce piena delle lingue del mondo, esotica, ma dalla pronuncia ovunque perfetta. Ha cantato dappertutto, non c'è forse angolo della Terra dove non si sia esibito e non abbia trionfato. Sempre nel suo senso della misura e nello smisurato amore per la musica. Anche per la causa armena, aspettò di essere abbastanza grande, importante per sostenerla e diffonderla. «Al momento giusto», diceva. «Bisogna che la carriera sia ben salda, prima di poterla dedicare a impegni più nobili». E il momento giusto venne. Questo figlio del 900 si è spento in sordina, la sua malattia è stata il tempo. Non ha coronato il suo sogno definitivo, cantare ancora a 100 anni, ma non è morto: è semplicemente sparito, dopo l'ultimo concerto; lascia il teatro, ma il teatro del mondo è ancora pieno di lui, della sua presenza, del suo essere Istrione. Per sempre.

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